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mercoledì 4 Marzo 2026
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Buoni pasto: nel 2026 possibile aumento dell’esenzione fiscale fino a 10 euro con la nuova Legge di Bilancio

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Un cambiamento significativo potrebbe presto interessare uno dei benefit aziendali più diffusi in Italia: i buoni pasto. Con la Legge di Bilancio 2026, il Governo starebbe valutando un aumento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto, portandola dagli attuali 8 euro (per i buoni elettronici) a 10 euro giornalieri. Una misura che potrebbe rappresentare un’opportunità sia per le imprese che per i dipendenti, soprattutto in un contesto economico dove il potere d’acquisto è sotto pressione a causa dell’inflazione e del caro vita.

Questa possibile riforma, anticipata in fase di stesura della nuova manovra finanziaria, si inserisce in un più ampio contesto di revisione delle politiche retributive e di welfare aziendale, con l’obiettivo di stimolare i consumi, migliorare il benessere dei lavoratori e offrire un vantaggio fiscale concreto alle imprese.

Ma cosa comporta davvero questo aumento dell’esenzione fiscale? Quali saranno i vantaggi per le aziende e per i lavoratori dipendenti? E soprattutto: quali implicazioni fiscali e contributive comporta questa misura, se sarà confermata nella versione definitiva della Legge di Bilancio?

In questo articolo analizziamo nel dettaglio le novità previste, i riferimenti normativi, i potenziali benefici fiscali e gli impatti reali di questo provvedimento.

Introduzione 

Il Governo è già al lavoro sulla nuova Legge di Bilancio 2026, e tra le misure al centro del dibattito politico ed economico c’è l’intenzione di rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori italiani. Un obiettivo ribadito anche dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo recente intervento al Meeting di Rimini, dove ha sottolineato la volontà dell’Esecutivo di adottare strumenti concreti di sostegno alle famiglie e ai lavoratori, senza aumentare il carico fiscale.

Tra le proposte attualmente in discussione vi è l’innalzamento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici, che potrebbe passare dagli attuali 8 euro a 10 euro giornalieri. L’iniziativa è stata avanzata dalla senatrice Paola Mancini (Fratelli d’Italia) e ha come obiettivo principale quello di adeguare il valore del buono pasto al reale costo medio di un pranzo fuori casa, aumentato sensibilmente negli ultimi anni a causa dell’inflazione.

Secondo le prime valutazioni, la misura potrebbe essere inserita in una logica più ampia di rafforzamento del welfare aziendale, offrendo un duplice vantaggio: da un lato, un supporto concreto per i lavoratori in un momento di rincari generalizzati; dall’altro, uno strumento defiscalizzato per le imprese, che possono così offrire benefit più consistenti senza aggravi fiscali e contributivi.

Il provvedimento è attualmente al vaglio dei tecnici del Ministero dell’Economia, che stanno valutando la sostenibilità finanziaria della misura, anche in relazione al costo per le casse pubbliche e al potenziale impatto in termini di gettito.

Welfare aziendale 

L’aumento dell’esenzione fiscale per i buoni pasto si inserisce in un più ampio pacchetto di misure orientate al rafforzamento del welfare aziendale e al miglioramento del trattamento economico dei lavoratori. Infatti, la Legge di Bilancio 2026 potrebbe includere anche nuove forme di esenzione fiscale e aggiornamenti normativi attesi da tempo, sempre con l’obiettivo di contrastare l’erosione del potere d’acquisto e incentivare forme di retribuzione alternative al salario diretto.

Una delle proposte più interessanti riguarda l’esenzione fiscale per i rimborsi spese di affitto sostenuti dagli studenti universitari e dagli iscritti agli ITS (Istituti Tecnici Superiori – Academy). La misura si applicherebbe ai casi in cui l’istituto frequentato si trovi a oltre 50 km dalla residenza dello studente oppure richieda oltre 60 minuti di tragitto con i mezzi pubblici. Si tratterebbe di un provvedimento di particolare rilievo per le famiglie con figli fuori sede, che attualmente sostengono costi elevatissimi per l’affitto, soprattutto nelle grandi città universitarie.

Un’altra misura attesa riguarda l’aggiornamento delle indennità di trasferta, ferme addirittura dal 1986 e ancora espresse in lire. Con la riforma, si punta a introdurre un meccanismo di rivalutazione annuale automatica basata sugli indici ISTAT, che porterebbe l’importo giornaliero dagli attuali 50 euro circa fino a 131 euro al giorno, con un impatto diretto sulla capacità di copertura reale delle spese sostenute dai lavoratori in trasferta.

Queste misure, se approvate, costituirebbero un passo avanti significativo nel rendere il welfare aziendale più moderno, equo e coerente con il contesto socioeconomico attuale.

Buoni pasto oggi

Per comprendere appieno l’impatto di un eventuale aumento dell’esenzione fiscale dei buoni pasto nel 2026, è utile fare un rapido riepilogo della normativa attualmente in vigore. Fiscalmente parlando, i buoni pasto rientrano tra i benefit aziendali concessi dal datore di lavoro ai dipendenti. Tuttavia, il loro trattamento fiscale varia a seconda del formato con cui vengono erogati.

Attualmente, i buoni pasto non concorrono alla formazione del reddito imponibile IRPEF del dipendente, a condizione che siano erogati alla generalità o a categorie omogenee di lavoratori e nel rispetto di precisi limiti giornalieri:

  • 4 euro al giorno per i buoni pasto in formato cartaceo

  • 8 euro al giorno per i buoni pasto in formato elettronico

Tali limiti rappresentano la soglia massima oltre la quale il valore eccedente è da considerarsi reddito imponibile e, di conseguenza, soggetto anche a contribuzione INPS. È importante sottolineare che, secondo la Risoluzione n. 26/E del 2010, i buoni pasto sono assimilati a compensi in denaro, e non in natura. Pertanto, l’eccedenza rispetto ai limiti previsti non può beneficiare dell’ulteriore soglia di esenzione di 258,23 euro prevista per i fringe benefit generici.

Dal punto di vista dell’azienda, invece, i buoni pasto rappresentano una spesa totalmente deducibile dal reddito d’impresa, senza essere soggetta al limite del 75% previsto per le ordinarie spese di vitto e alloggio. Ciò li rende uno strumento fiscale molto conveniente, poiché permettono di riconoscere un benefit ai dipendenti con un carico fiscale praticamente nullo, entro i limiti stabiliti.

Da 8 a 10 euro

Se la proposta in discussione dovesse essere approvata nella Legge di Bilancio 2026, il limite di esenzione fiscale giornaliera per i buoni pasto elettronici salirebbe da 8 a 10 euro. Questo semplice incremento comporterebbe vantaggi fiscali e retributivi rilevanti per milioni di lavoratori e per le imprese che adottano questo strumento.

Per il lavoratore dipendente, l’aumento della soglia significa poter ricevere fino a 2 euro in più al giorno di buoni pasto esentasse, pari a circa 44 euro netti in più al mese (considerando una media di 22 giornate lavorative). Si tratta di un beneficio netto, non soggetto né a IRPEF né a contributi previdenziali, che si traduce in un incremento reale del potere d’acquisto, senza costi aggiuntivi per il dipendente stesso.

Per l’impresa, il vantaggio è duplice: da un lato, può riconoscere un benefit più sostanzioso ai propri dipendenti mantenendo l’esenzione da imposte e contributi; dall’altro, continua a godere della piena deducibilità del costo sostenuto. Inoltre, rispetto a un aumento salariale equivalente, il buono pasto ha un impatto fiscale molto più efficiente, e ciò lo rende uno strumento sempre più apprezzato nella costruzione di piani di welfare aziendale sostenibili.

Infine, l’incremento della soglia sarebbe anche coerente con il mutato contesto economico: secondo recenti indagini, il costo medio di un pasto fuori casa in Italia ha superato da tempo gli 11-12 euro, rendendo i buoni attuali non più del tutto sufficienti a coprire la spesa.

Buoni pasto e welfare aziendale

Nel panorama attuale, i buoni pasto non rappresentano soltanto un benefit accessorio, ma sempre più spesso costituiscono una vera e propria leva strategica per le politiche di welfare aziendale. In un mercato del lavoro competitivo e in continua evoluzione, strumenti come questi diventano centrali per attrarre talenti, ridurre il turnover e incentivare la produttività, senza incidere in maniera significativa sul costo del lavoro.

Dal punto di vista aziendale, il buono pasto è uno dei benefit più apprezzati dai lavoratori: consente di sostenere le spese quotidiane legate all’alimentazione, con un impatto diretto sul benessere personale e familiare. Rispetto ad altre forme di compenso, ha il vantaggio di essere esente da tassazione fino a una soglia prefissata, garantendo quindi un valore “pieno” in busta paga.

Inoltre, a differenza di altre misure di welfare, non richiede complesse strutture organizzative o gestionali: le aziende possono facilmente attivare convenzioni con provider di buoni pasto elettronici, che gestiscono l’intero processo in modalità digitale, garantendo tracciabilità, sicurezza e semplicità operativa.

Anche in termini di fidelizzazione e clima aziendale, i buoni pasto hanno un ruolo importante: aumentano la soddisfazione dei dipendenti e rafforzano il senso di appartenenza all’azienda. Con l’innalzamento della soglia di esenzione a 10 euro, questo strumento diventerebbe ancora più attrattivo e conveniente, inserendosi perfettamente in una strategia di welfare moderna e orientata al lungo termine.

Vantaggi fiscali 

L’eventuale aumento della soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro rappresenterebbe una misura win-win sia per le imprese che per i lavoratori, grazie a una combinazione di vantaggi fiscali, economici e organizzativi difficilmente ottenibili con altre forme di compensazione.

Dal punto di vista aziendale, i buoni pasto sono interamente deducibili ai fini IRES, senza essere soggetti al limite del 75% previsto per le spese di vitto e alloggio. Questo significa che ogni euro erogato sotto forma di buono pasto non grava sull’utile tassabile dell’impresa, generando un risparmio fiscale immediato. Inoltre, poiché entro la soglia prevista non generano imponibile contributivo, non comportano oneri previdenziali aggiuntivi per il datore di lavoro.

Sul piano economico, questo strumento consente all’impresa di aumentare il valore della retribuzione netta percepita dal dipendente con una spesa effettiva inferiore rispetto a un equivalente aumento salariale. Un euro netto in più tramite buono pasto costa infatti molto meno all’azienda rispetto a un euro netto in busta paga, che comporterebbe anche il pagamento di IRPEF, INPS e altre trattenute.

Per il lavoratore, invece, il vantaggio è duplice: beneficia di un aumento del potere d’acquisto reale, e lo fa senza subire alcuna decurtazione per tasse o contributi. In termini pratici, con il nuovo limite a 10 euro, un dipendente potrebbe ottenere fino a 220 euro mensili esentasse, spendibili in esercizi convenzionati per l’acquisto di cibo e bevande.

In un contesto inflazionistico, dove i salari faticano a crescere e il carico fiscale resta elevato, i buoni pasto rappresentano quindi uno degli strumenti più efficaci per sostenere il reddito disponibile e allo stesso tempo ottimizzare la fiscalità aziendale.

Buoni pasto vs aumento salariale

In un momento in cui il costo della vita cresce rapidamente e i margini delle imprese si assottigliano, scegliere come premiare i dipendenti diventa una questione strategica. Tra le opzioni più discusse c’è il confronto tra l’erogazione di buoni pasto e un classico aumento salariale. Anche se entrambe le soluzioni puntano a migliorare il potere d’acquisto del lavoratore, le implicazioni fiscali e contributive sono profondamente diverse.

Un aumento in busta paga è soggetto a tassazione IRPEF, addizionali regionali e comunali, oltre ai contributi INPS a carico sia del lavoratore che dell’azienda. Per fare un esempio pratico: per garantire 100 euro netti al mese in più a un dipendente, un’azienda può arrivare a sostenere un costo lordo fino a 180 euro, a seconda del livello retributivo e dell’inquadramento.

Al contrario, i buoni pasto entro i limiti di esenzione fiscale (attualmente 8 euro al giorno per quelli elettronici, che potrebbero salire a 10 nel 2026) non concorrono a formare reddito da lavoro e non sono soggetti a contribuzione previdenziale. Questo significa che l’azienda può erogare un beneficio concreto, con un impatto economico minore, e il lavoratore riceve un valore pieno, privo di trattenute fiscali.

Inoltre, dal punto di vista percepito, un benefit “spendibile” quotidianamente per il pranzo può avere un effetto più tangibile sulla qualità della vita del dipendente rispetto a un piccolo aumento retributivo “assorbito” dalle tasse. Ecco perché i buoni pasto risultano molto più efficienti e sostenibili rispetto a un aumento salariale equivalente.

Conclusione

L’aumento dell’esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro, previsto nella prossima Legge di Bilancio 2026, si inserisce in un contesto di riforma del welfare aziendale orientato a sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori senza gravare sui conti delle imprese. I vantaggi fiscali sono evidenti: da un lato, le imprese possono ottimizzare i costi del personale con uno strumento totalmente deducibile e privo di oneri contributivi; dall’altro, i lavoratori ottengono un beneficio netto immediato, esente da tasse e utilizzabile per spese quotidiane.

Ma i buoni pasto non sono solo un vantaggio economico: rappresentano anche una leva strategica per il benessere aziendale, migliorando il clima interno, la fidelizzazione e la produttività. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, offrire benefit concreti e intelligenti può fare la differenza nella retention dei talenti.

Sarà ora compito del legislatore finalizzare la proposta e garantirne la sostenibilità. Tuttavia, la direzione è chiara: favorire forme di retribuzione flessibili, moderne e fiscalmente vantaggiose è la chiave per sostenere imprese e lavoratori in modo equo e duraturo.

Restare aggiornati su queste novità è fondamentale per chiunque voglia gestire correttamente la fiscalità d’impresa o ottimizzare la propria posizione retributiva.

Trattamento integrativo nel turismo 2025: regole, requisiti, scadenze e codice tributo per il bonus fino al 30 settembre

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Woman enjoy online shopping

Il Trattamento Integrativo Speciale per il Turismo e la Ristorazione rappresenta una misura fiscale straordinaria introdotta per sostenere i lavoratori stagionali e dipendenti del settore turistico-alberghiero e della ristorazione.

Una misura che si inserisce nel quadro più ampio delle politiche di rilancio post-pandemia, ma che oggi – nel 2025 – si avvia verso la scadenza definitiva fissata al 30 settembre 2025. Per questo motivo, è fondamentale fare chiarezza su chi ha diritto al trattamento integrativo, come viene applicato, quali sono le regole operative da seguire, e il codice tributo da utilizzare.

Con questo articolo, vogliamo aiutarti a comprendere come beneficiare legalmente di questo vantaggio fiscale, evitando errori e ritardi che potrebbero compromettere il riconoscimento del bonus. Inoltre, analizzeremo le ultime novità normative, incluse le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate e i riferimenti legislativi essenziali, così da offrirti una guida chiara, aggiornata e completa.

Durata, importi e requisiti

Il Trattamento Integrativo Speciale per il Turismo 2025, introdotto dalla Legge di Bilancio, è un’agevolazione fiscale dedicata ai lavoratori del comparto turistico, della ristorazione e degli stabilimenti termali. Si tratta di un bonus straordinario pari al 15% delle retribuzioni lorde corrisposte per prestazioni straordinarie e notturne effettuate nei giorni festivi. Un incentivo mirato, che riconosce il valore delle attività svolte durante i periodi di maggiore affluenza turistica.

La misura è limitata nel tempo: copre il periodo compreso tra il 1° gennaio 2025 e il 30 settembre 2025. Tuttavia, è importante sottolineare che, anche se la prestazione deve avvenire entro tale termine, l’erogazione del bonus può avvenire anche successivamente, purché entro la fine dell’anno fiscale, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate nelle circolari n. 26/2023 e n. 5/2024.

Per poter beneficiare del trattamento, i lavoratori devono:

  • Avere un reddito da lavoro dipendente non superiore a 40.000 euro nel 2024;

  • Presentare una richiesta scritta al datore di lavoro;

  • Fornire un’autocertificazione del reddito percepito.

Il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, è tenuto a riconoscere il bonus e a riportarlo nella Certificazione Unica, recuperando l’importo erogato tramite compensazione in F24. Un aspetto essenziale è che il bonus non concorre alla formazione del reddito imponibile, offrendo così un vantaggio fiscale netto per i dipendenti del settore.

Codice Tributo e F24

Un aspetto fondamentale per i datori di lavoro che erogano il trattamento integrativo speciale è la corretta gestione del credito d’imposta tramite modello F24. L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 8/E del 2025, ha confermato e aggiornato l’utilizzo del codice tributo “1702”, già istituito nel 2023 (Risoluzione n. 51/E) e ridenominato successivamente nel 2024 (Risoluzione n. 26/E).

Il codice tributo “1702” è ora ufficialmente denominato:

“Credito maturato dai sostituti d’imposta per l’erogazione del trattamento integrativo speciale per lavoro notturno e straordinario effettuato nei giorni festivi dai dipendenti di strutture turistico-alberghiere”.

L’utilizzo del codice tributo “1702” consente al datore di lavoro – in qualità di sostituto d’imposta – di compensare l’importo erogato ai dipendenti direttamente in F24, evitando di sostenere un costo aggiuntivo per l’anticipo del bonus. Il modello F24 va trasmesso esclusivamente attraverso i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate, ovvero Fisconline o Entratel.

Restano valide, infine, tutte le istruzioni operative già contenute nella risoluzione n. 51/E del 9 agosto 2023, in merito alla compilazione dei campi del modello F24 (sezione “Erario”, periodo di riferimento, importi a debito e a credito, ecc.).

Questa modalità snella e automatizzata consente una rapida liquidazione del credito fiscale e garantisce la massima tracciabilità per l’Amministrazione finanziaria.

Cosa cambia in busta paga

Il Trattamento Integrativo Turismo 2025 rappresenta un’opportunità reale per i lavoratori del settore turistico, alberghiero, della ristorazione e delle terme di ottenere un aumento netto in busta paga, legato a prestazioni lavorative spesso considerate “gravose”: il lavoro notturno e quello festivo.

Il bonus, pari al 15% delle retribuzioni lorde corrisposte per lavoro straordinario e notturno nei giorni festivi, presenta un vantaggio chiave:

  • Non concorre alla formazione del reddito imponibile. In altre parole, non è soggetto a IRPEF né a contributi previdenziali e assistenziali. Questo significa che l’intero importo riconosciuto dal datore di lavoro si trasforma in un guadagno netto per il dipendente, migliorando concretamente la sua retribuzione.

In un periodo in cui l’inflazione e il caro-vita impattano sul potere d’acquisto, questa agevolazione rappresenta un sostegno mirato per chi lavora nei periodi di maggiore affluenza turistica, spesso durante festività e orari disagiati. Inoltre, non si tratta di un contributo “una tantum”, ma di un incentivo continuativo nel periodo gennaio–settembre 2025, il che consente una pianificazione economica più stabile per molti lavoratori stagionali.

Esempio pratico: su 1.000 euro lordi di straordinari e notturni nei festivi, il trattamento integrativo riconosce 150 euro netti in più, esentasse.

Questo meccanismo rende il bonus non solo utile, ma anche strategico per valorizzare il lavoro stagionale e fidelizzare il personale nei comparti turistici e della ristorazione.

Obblighi, documentazione e tempistiche

Per i datori di lavoro del settore turistico e della ristorazione, la corretta applicazione del trattamento integrativo speciale comporta una serie di adempimenti formali che non possono essere trascurati. La normativa prevede infatti una precisa procedura documentale per garantire la legittimità del bonus e il suo successivo recupero tramite modello F24.

In primo luogo, il trattamento integrativo può essere riconosciuto solo a seguito di una richiesta scritta da parte del lavoratore. Tale richiesta deve essere accompagnata da un’autocertificazione del reddito da lavoro dipendente percepito nel 2024, che non deve superare i 40.000 euro. Senza questo documento, il datore di lavoro non è autorizzato ad applicare il bonus.

Il datore di lavoro, in qualità di sostituto d’imposta, è responsabile:

  • Dell’erogazione corretta dell’importo;

  • Del riporto del bonus nella Certificazione Unica del dipendente;

  • Della compensazione del credito maturato utilizzando il codice tributo “1702” nel modello F24.

Attenzione anche alle tempistiche: sebbene il trattamento sia riconosciuto per le prestazioni svolte fino al 30 settembre 2025, l’erogazione materiale delle somme può avvenire entro il termine per i conguagli fiscali di fine anno (generalmente entro dicembre 2025), come chiarito dall’Agenzia delle Entrate.

Un errore frequente è dimenticare di inserire correttamente il trattamento nella CU o di non conservare la richiesta scritta e l’autocertificazione: in caso di controlli, questi documenti rappresentano l’unica prova della legittimità del bonus.

Trattamento integrativo turismo

Il trattamento integrativo speciale per il settore turismo e ristorazione, oltre a rappresentare un beneficio concreto per i lavoratori, offre anche opportunità importanti per le aziende. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, soprattutto nei mesi estivi o nei periodi di alta stagione, questa misura può diventare uno strumento strategico per attrarre e fidelizzare personale qualificato.

Dal punto di vista economico, l’erogazione del trattamento integrativo non comporta un costo effettivo per l’azienda, poiché l’importo versato ai lavoratori viene interamente recuperato tramite compensazione fiscale con il modello F24, utilizzando il codice tributo “1702”. In pratica, l’impresa funge da tramite tra l’erario e il lavoratore, senza anticipare risorse a fondo perduto.

Inoltre, applicare correttamente il bonus consente all’azienda di:

  • Incentivare il personale nei periodi più impegnativi, migliorando la produttività e la disponibilità al lavoro festivo e notturno;

  • Valorizzare il contratto di lavoro stagionale, spesso percepito come meno stabile;

  • Ridurre il turnover del personale, una delle principali criticità nel comparto turistico;

  • Migliorare la reputazione aziendale nei confronti dei dipendenti e dei sindacati, dimostrando attenzione al benessere del personale.

In un contesto dove la carenza di personale stagionale è una sfida concreta, strumenti come il trattamento integrativo possono fare la differenza. Non si tratta solo di un adempimento fiscale, ma di un’opportunità per investire nel capitale umano.

Scadenze e tempistiche

Per accedere correttamente al trattamento integrativo speciale nel turismo e nella ristorazione, è fondamentale rispettare alcune scadenze precise. La gestione puntuale del beneficio, infatti, è un requisito essenziale sia per i lavoratori che per i datori di lavoro, pena la perdita del diritto all’agevolazione.

Ecco le date da tenere sotto controllo:

  • 1° gennaio 2025 – Data di inizio del periodo agevolato: da questo giorno possono essere conteggiate le ore di lavoro notturno e straordinario nei festivi ai fini del trattamento integrativo.
  • 30 settembre 2025 – Ultimo giorno utile per effettuare le prestazioni che danno diritto al bonus. Dopo questa data non saranno più agevolabili le ore straordinarie o notturne nei giorni festivi.
  • 31 dicembre 2025 (termine per i conguagli) – È la scadenza ultima entro cui i datori di lavoro possono erogare materialmente il bonus ai dipendenti per le prestazioni effettuate entro il 30 settembre. Questa proroga operativa è confermata dalle circolari n. 26/2023 e n. 5/2024 dell’Agenzia delle Entrate.

Inoltre, entro lo stesso termine, il datore di lavoro dovrà aver:

  • ricevuto la richiesta scritta del dipendente con l’autocertificazione del reddito;

  • effettuato la compensazione tramite F24 con codice tributo “1702”;

  • inserito correttamente l’importo nella Certificazione Unica 2026.

Il rispetto di queste scadenze è cruciale per evitare errori, contestazioni o esclusioni in fase di controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Riferimenti normativi ufficiali

Il trattamento integrativo speciale per il settore turismo e ristorazione trova la sua base giuridica nella Legge di Bilancio 2025, che ha prorogato ed esteso le misure già introdotte negli anni precedenti per sostenere il lavoro stagionale e disagiato, in particolare nei comparti più colpiti dalla stagionalità e dalla crisi post-pandemica.

I principali riferimenti normativi e interpretativi da considerare sono:

  • Legge n. 213/2023 (Legge di Bilancio 2024) – Ha istituito il trattamento integrativo per i lavoratori del turismo, stabilendo l’importo, i requisiti e le modalità generali di applicazione.
  • Legge di Bilancio 2025 – Ha prorogato l’efficacia della misura fino al 30 settembre 2025, mantenendo invariate le condizioni di accesso e gestione.
  • D.Lgs. n. 66/2003 – Riferimento normativo per la definizione di lavoro notturno e lavoro straordinario nei giorni festivi.
  • Circolare Agenzia delle Entrate n. 26/E del 29 agosto 2023 – Fornisce chiarimenti sulla gestione operativa del bonus per l’anno 2024, ancora validi anche per il 2025.
  • Circolare n. 5/E del 6 marzo 2024 – Conferma le modalità di riconoscimento e i limiti temporali del trattamento per l’anno successivo.
  • Risoluzione n. 51/E del 9 agosto 2023 – Istituisce il codice tributo “1702” per la compensazione in F24.
  • Risoluzione n. 26/E del 20 maggio 2024 – Ridenomina il codice tributo.
  • Risoluzione n. 8/E del 2025 – Conferma l’utilizzo del codice “1702” per l’anno 2025 e ribadisce le modalità telematiche di presentazione.

Questo insieme di fonti rappresenta il quadro completo di riferimenti ufficiali da seguire per applicare correttamente la misura, sia dal lato dei lavoratori sia da quello dei datori di lavoro.

Conclusione

Il Trattamento Integrativo Turismo 2025 rappresenta una misura concreta e vantaggiosa, pensata per sostenere economicamente i lavoratori del turismo, della ristorazione e delle strutture termali, senza gravare sulle casse delle imprese. Si tratta di una detrazione fiscale reale, immediata e totalmente esente da imposte, che può fare la differenza nei mesi di maggiore affluenza e carico di lavoro.

Per i lavoratori, è un’opportunità per aumentare il proprio reddito netto senza pagare tasse aggiuntive. Per le aziende, è uno strumento per incentivare e valorizzare il personale, fidelizzarlo e migliorare l’efficienza nei periodi critici, recuperando integralmente le somme attraverso compensazione in F24.

Tuttavia, è fondamentale rispettare scadenze, requisiti e obblighi documentali per poter applicare correttamente il bonus e non incorrere in errori o sanzioni.

Se gestisci un’impresa nel settore o sei un lavoratore interessato, agisci subito: il 30 settembre 2025 rappresenta la scadenza definitiva per le prestazioni agevolate. Preparare la documentazione in tempo è la chiave per non perdere questa importante agevolazione.

Rivolgiti al tuo consulente fiscale di fiducia o al tuo commercialista per una gestione precisa e conforme alla normativa vigente.

Bandi 2025 Marchi, Brevetti e Disegni: fondi MIMIT e opportunità per le imprese

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Il 2025 si apre con una notizia attesissima dal mondo imprenditoriale italiano: il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) ha avviato l’iter per i nuovi bandi dedicati a marchi, brevetti e disegni. Come ogni anno, l’obiettivo è sostenere la competitività delle imprese, in particolare delle micro, piccole e medie imprese (MPMI), attraverso incentivi economici mirati alla valorizzazione della proprietà industriale. La pubblicazione del decreto attuativo mette nero su bianco le risorse disponibili, stabilendo il perimetro dei fondi che verranno distribuiti nel corso del 2025.

Questi strumenti rappresentano un’occasione concreta per rafforzare il patrimonio intangibile delle aziende italiane, spesso sottovalutato ma di importanza cruciale in un mercato globalizzato e sempre più competitivo. Un marchio registrato, un brevetto innovativo o un design originale non solo tutelano la creatività imprenditoriale, ma permettono di consolidare il posizionamento sul mercato, attirare investitori e migliorare la redditività.

In questo articolo analizzeremo nel dettaglio i contenuti dei bandi, le novità rispetto agli anni precedenti, le risorse stanziate e le modalità di accesso ai contributi. Vedremo anche perché conviene muoversi subito per non rischiare di rimanere esclusi da una misura che, tradizionalmente, va esaurita in tempi rapidissimi a causa dell’altissima richiesta.

Le risorse stanziate e il decreto MIMIT

Con il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 29 agosto, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha ufficialmente dato il via libera ai bandi 2025 per la valorizzazione della proprietà industriale. In particolare, il provvedimento stabilisce la riapertura delle misure agevolative Brevetti+, Disegni+ e Marchi+, strumenti che negli ultimi anni hanno riscosso un enorme successo tra le imprese italiane. La competenza operativa ricade sulla Direzione Generale per gli incentivi alle imprese, che entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto dovrà predisporre gli avvisi di apertura ufficiali, sia sulla Gazzetta Ufficiale sia sul portale dedicato del MIMIT (www.uibm.mise.gov.it).

Per il 2025 le risorse complessive ammontano a 32 milioni di euro, suddivisi come segue:

  • 20 milioni di euro destinati alla misura Brevetti+, per supportare le imprese nello sviluppo e nella valorizzazione economica di nuove soluzioni innovative;

  • 10 milioni di euro per Disegni+, dedicati alla registrazione, tutela e sfruttamento economico dei modelli di design industriale;

  • 2 milioni di euro per Marchi+, che finanzia la registrazione dei marchi a livello europeo e internazionale.

Questi fondi non solo testimoniano l’attenzione del Governo verso l’innovazione e la tutela dei diritti industriali, ma costituiscono un’opportunità unica per le PMI italiane che vogliono consolidare la propria competitività. È importante sottolineare che le risorse, pur consistenti, sono limitate e vengono assegnate con il criterio del click day: ciò significa che la rapidità nella presentazione delle domande è determinante per non perdere l’occasione.

Cosa finanzia la misura Marchi+

La misura Marchi+ è rivolta esclusivamente alle micro, piccole e medie imprese (MPMI) italiane, con l’obiettivo di sostenere la loro crescita sui mercati esteri attraverso la tutela e la registrazione dei marchi a livello europeo e internazionale.

L’agevolazione viene concessa nella forma di contributo a fondo perduto e si articola in due linee principali di intervento:

  • Misura A: supporta la registrazione di marchi dell’Unione Europea presso l’EUIPO (Ufficio dell’Unione europea per la Proprietà Intellettuale). Le imprese possono ottenere un contributo per coprire i costi legati all’acquisto di servizi specialistici esterni, come consulenze legali, ricerche di anteriorità, assistenza per la predisposizione della domanda e attività di sorveglianza sul marchio.

  • Misura B: riguarda invece la registrazione di marchi internazionali presso l’OMPI (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale). Anche in questo caso, le agevolazioni coprono le spese sostenute per servizi specialistici che accompagnano le imprese nel processo di protezione del marchio a livello globale, un passaggio fondamentale per chi intende espandersi al di fuori dei confini europei.

In entrambi i casi, la misura si rivolge a realtà imprenditoriali che vogliono rafforzare il proprio brand, aumentando la riconoscibilità e la tutela legale nei mercati di riferimento. La registrazione del marchio non è infatti solo una questione formale: rappresenta un vero e proprio asset strategico, capace di generare valore e differenziazione rispetto alla concorrenza.

Misura Brevetti+ 

La misura Brevetti+ è una delle più attese e apprezzate tra le agevolazioni promosse dal MIMIT. Rivolta a micro, piccole e medie imprese italiane, ha come obiettivo principale quello di incentivare lo sviluppo di una strategia brevettuale strutturata, che consenta di trasformare le idee innovative in vantaggi competitivi concreti.

Il contributo, erogato sotto forma di agevolazioni per l’acquisto di servizi specialistici, è finalizzato alla valorizzazione economica dei brevetti. Questo significa che le spese finanziabili non si limitano alla semplice registrazione, ma coprono attività cruciali come: analisi e progettazione industriale, studio di fattibilità tecnico-economica, ingegnerizzazione del prototipo, consulenze specialistiche per la commercializzazione, e perfino attività di marketing e comunicazione volte a lanciare sul mercato i prodotti innovativi.

Il vantaggio per le imprese è duplice: da un lato, avere il supporto di professionisti qualificati per sviluppare il proprio brevetto; dall’altro, ridurre in maniera significativa i costi, che spesso rappresentano un ostacolo insormontabile per le PMI. Investire in brevetti significa proteggere l’innovazione da eventuali imitazioni e, allo stesso tempo, sfruttarne al massimo il potenziale in termini di redditività, produttività e posizionamento sul mercato.

In un contesto competitivo come quello attuale, Brevetti+ si conferma quindi uno strumento strategico per trasformare la ricerca e la creatività imprenditoriale in un motore di crescita sostenibile e duratura.

Misura Disegni+ 

La misura Disegni+ è pensata per le micro, piccole e medie imprese (MPMI) che intendono valorizzare i propri disegni e modelli industriali. Si tratta di uno strumento agevolativo che concede contributi a fondo perduto per sostenere le attività legate alla registrazione e, soprattutto, alla valorizzazione economica delle creazioni di design.

Il contributo può riguardare diverse fasi del percorso di crescita del prodotto, dalla progettazione fino alla sua immissione sul mercato. In particolare, la misura sostiene spese per servizi specialistici connessi alla realizzazione di prototipi, all’industrializzazione, alla messa in produzione e alla promozione commerciale dei modelli registrati. Questo rende Disegni+ uno strumento prezioso per quelle aziende che puntano a differenziarsi non solo sul piano tecnico, ma anche su quello estetico e creativo, dove il design diventa un vero fattore di competitività.

In un settore come il Made in Italy, dove la forma e lo stile rappresentano da sempre un marchio distintivo nel mondo, la tutela e la valorizzazione dei disegni sono cruciali. Grazie a Disegni+, le imprese possono proteggere le proprie creazioni dall’imitazione e, allo stesso tempo, sfruttarne al massimo il potenziale economico. Un design registrato non è infatti solo un elemento di immagine, ma può generare un forte ritorno in termini di vendite, posizionamento e riconoscibilità internazionale.

Come funzionano i bandi

I bandi Marchi+, Disegni+ e Brevetti+ seguono regole precise e un iter amministrativo che le imprese devono conoscere per non rischiare di vedersi respinta la domanda. Tutti gli avvisi di apertura vengono pubblicati sia sulla Gazzetta Ufficiale sia sul sito ufficiale del MIMIT (www.uibm.mise.gov.it). Da quel momento, si apre la possibilità per le imprese interessate di presentare la propria candidatura, seguendo un iter che avviene esclusivamente in modalità telematica.

Il criterio di assegnazione dei fondi è quello del “click day”, ossia l’ordine cronologico di arrivo delle domande fino ad esaurimento delle risorse. Questo aspetto rende fondamentale una preparazione anticipata: documenti, preventivi di spesa, relazioni tecniche e dichiarazioni devono essere pronti e caricati sulla piattaforma al momento dell’apertura, perché anche pochi minuti di ritardo possono determinare l’esclusione.

Ogni misura ha requisiti e modulistica specifica, ma in generale le imprese devono essere in regola con il pagamento del DURC, non essere sottoposte a procedure concorsuali e rispettare i limiti previsti dal regime de minimis. Le agevolazioni vengono erogate sotto forma di contributo in conto capitale, che può coprire una percentuale significativa delle spese ammissibili, variabile in base al tipo di intervento richiesto.

Per questo motivo, affidarsi a professionisti esperti in finanza agevolata e proprietà industriale può fare la differenza: non solo per velocizzare l’iter burocratico, ma anche per aumentare le probabilità di successo nella presentazione della domanda e nella corretta rendicontazione delle spese.

Novità dei bandi 2025

Ogni edizione dei bandi MIMIT porta con sé alcuni aggiornamenti e, anche per il 2025, non mancano elementi di interesse che le imprese devono conoscere. La principale novità riguarda la ripartizione delle risorse, che vede un forte potenziamento della misura Brevetti+ con ben 20 milioni di euro stanziati, segno della volontà del Governo di puntare sempre di più sull’innovazione tecnologica come leva di sviluppo competitivo. In confronto, i fondi destinati a Disegni+ (10 milioni) e Marchi+ (2 milioni) appaiono più contenuti, ma comunque sufficienti a coprire una domanda che tradizionalmente si concentra soprattutto su brevetti e design.

Un altro aspetto rilevante è l’attenzione sempre più marcata verso la valorizzazione economica delle idee. Non si tratta solo di registrare un marchio, un modello o un brevetto, ma di accompagnare le imprese nel trasformare questi asset intangibili in strumenti di crescita reale: prototipi industrializzabili, brand riconoscibili all’estero, soluzioni brevettuali che trovano applicazione concreta sul mercato.

Infine, il decreto 2025 conferma l’impostazione del click day come criterio di selezione, ma introduce alcune semplificazioni nelle procedure amministrative, con l’obiettivo di rendere più fluido l’iter di presentazione delle domande. In particolare, si punta a ridurre i tempi di istruttoria e ad aumentare la trasparenza dei processi di valutazione, aspetti spesso criticati nelle precedenti edizioni.

Queste novità confermano come i bandi per Marchi, Brevetti e Disegni non siano solo un supporto economico, ma un vero e proprio strumento di politica industriale, capace di orientare le strategie di investimento delle PMI italiane.

Vantaggi fiscali ed economici

Partecipare ai bandi Marchi+, Disegni+ e Brevetti+ rappresenta per le imprese italiane un’opportunità da non sottovalutare. I contributi a fondo perduto permettono infatti di ridurre drasticamente i costi legati alla tutela della proprietà industriale, che spesso rappresentano una barriera economica insormontabile, soprattutto per le micro e piccole imprese.

Dal punto di vista economico, il vantaggio più evidente è la protezione dell’innovazione. Registrare un brevetto, un design o un marchio significa garantirsi un’esclusiva legale che impedisce a concorrenti e imitatori di appropriarsi del lavoro svolto. Questo non solo tutela i margini di redditività, ma consente anche di consolidare il proprio posizionamento competitivo, attirando clienti e investitori.

Dal punto di vista fiscale, la valorizzazione dei beni immateriali può portare benefici concreti. Un marchio o un brevetto registrato diventa infatti un asset aziendale, che può essere iscritto a bilancio e utilizzato come leva per accedere ad ulteriori agevolazioni fiscali, come il regime del Patent Box, che consente di ottenere una tassazione ridotta sui redditi derivanti dallo sfruttamento della proprietà industriale. In questo modo, l’impresa non solo riduce i costi iniziali grazie al contributo pubblico, ma beneficia anche di vantaggi fiscali duraturi nel tempo.

Infine, partecipare ai bandi consente alle imprese di rafforzare la propria immagine sul mercato e di aumentare la credibilità nei confronti di partner, istituti di credito e investitori, che vedono nella tutela della proprietà intellettuale un indicatore di solidità e affidabilità.

Errori da evitare 

Nonostante i bandi Marchi+, Disegni+ e Brevetti+ siano molto vantaggiosi, ogni anno molte imprese vedono respinta la propria domanda per errori evitabili. Il primo, e forse il più comune, riguarda la mancanza o incompletezza della documentazione. Poiché la procedura si basa sul criterio del click day, non basta inviare la domanda rapidamente: è fondamentale che tutti i documenti richiesti siano corretti, aggiornati e caricati in formato conforme. Anche una piccola incongruenza può comportare l’esclusione immediata.

Un altro errore frequente è la scarsa preparazione preliminare. Molte aziende si attivano solo all’ultimo momento, senza aver predisposto i preventivi di spesa, i contratti con i fornitori di servizi specialistici o le relazioni tecniche necessarie a dimostrare la coerenza del progetto con gli obiettivi del bando. Questo porta spesso a ritardi fatali.

Da evitare anche l’errore di sottovalutare i requisiti formali. Essere in regola con il DURC, rispettare i limiti previsti dal regime de minimis e non avere pendenze fiscali o contributive sono condizioni imprescindibili. Molte imprese perdono l’opportunità perché non hanno verificato in tempo la propria posizione amministrativa e fiscale.

Infine, è sbagliato pensare che si possa affrontare l’iter senza il supporto di esperti. La normativa sui contributi pubblici e la gestione della proprietà industriale è complessa: affidarsi a consulenti qualificati aumenta notevolmente le possibilità di successo, riducendo il rischio di errori che potrebbero compromettere tutto il percorso.

Come prepararsi per il click day

Il click day è il momento più delicato di tutto l’iter dei bandi Marchi+, Disegni+ e Brevetti+. Le risorse vengono infatti assegnate in base all’ordine cronologico di arrivo delle domande, fino a esaurimento fondi, e questo significa che la rapidità è decisiva. In passato, i fondi si sono spesso esauriti in poche ore, lasciando fuori migliaia di imprese meno organizzate.

La prima regola per affrontare il click day è la preparazione anticipata. Tutta la documentazione deve essere pronta e caricabile sulla piattaforma telematica al momento dell’apertura. Questo include: visure camerali aggiornate, dichiarazioni sostitutive, preventivi di spesa, contratti con consulenti o fornitori e descrizioni tecniche del progetto. Ogni file deve rispettare i formati richiesti, per evitare rallentamenti o errori di caricamento.

Un secondo aspetto riguarda la stabilità della connessione internet e l’utilizzo di dispositivi performanti. Sembra banale, ma durante il click day anche un piccolo intoppo tecnico può fare la differenza tra essere ammessi o esclusi. È quindi consigliabile affidarsi a postazioni sicure, con personale preparato a gestire l’invio in tempo reale.

Infine, conviene simulare l’invio della domanda prima della data ufficiale, così da familiarizzare con la piattaforma e ridurre i margini di errore. Molte imprese scelgono di affidare la gestione del click day a consulenti esperti proprio per aumentare le probabilità di successo: una scelta strategica che può determinare l’accesso a contributi anche molto rilevanti.

Prepararsi con metodo significa trasformare una procedura complessa e competitiva in un’occasione concreta di crescita aziendale.

Conclusione

I bandi Marchi+, Disegni+ e Brevetti+ 2025 rappresentano un’occasione unica per le imprese italiane che vogliono crescere, innovare e proteggere il proprio patrimonio intellettuale. Il MIMIT ha messo a disposizione 32 milioni di euro a sostegno delle PMI, confermando l’importanza strategica della proprietà industriale per il futuro del Made in Italy. Partecipare significa non solo accedere a contributi economici rilevanti, ma anche rafforzare la competitività sul mercato interno ed estero, valorizzando marchi, brevetti e design come veri asset aziendali.

Tuttavia, la competizione è alta e i fondi limitati: ecco perché la differenza la fa la preparazione. Anticipare la raccolta dei documenti, organizzarsi per il click day e affidarsi a consulenti esperti sono passi fondamentali per non rischiare di restare esclusi. Un marchio registrato, un brevetto tutelato o un design protetto non sono solo strumenti di difesa legale, ma leve strategiche che possono portare benefici economici, fiscali e d’immagine di lungo periodo.

Il consiglio per le imprese è quindi chiaro: non rimandare. Pianificare fin da subito la partecipazione ai bandi 2025 significa trasformare un’opportunità in un investimento concreto sulla crescita, sull’innovazione e sulla proiezione internazionale della propria attività.

Legge di Bilancio 2026: taglio Irpef, rottamazione cartelle e misure per famiglie e imprese

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Statue of justice on Bokeh background

La Legge di Bilancio 2026 si preannuncia come una delle più complesse degli ultimi anni, e non solo per l’elevato valore politico che assumerà a ridosso delle elezioni del 2027. Al centro del dibattito pubblico e delle manovre governative c’è una questione cruciale: la copertura finanziaria delle misure che l’esecutivo intende confermare o introdurre. Secondo le prime anticipazioni diffuse a fine agosto, tra le priorità vi sono il rinnovo del taglio del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, la conferma delle agevolazioni per le famiglie (come l’assegno unico), e la gestione delle pensioni in un quadro demografico e finanziario sempre più critico.

Tuttavia, i margini di manovra sono ristretti. Il Governo dovrà affrontare una difficile partita tra le attese dei contribuenti, i vincoli imposti dal nuovo Patto di Stabilità europeo e l’eredità di una spesa pubblica cresciuta sensibilmente negli ultimi anni, anche per effetto delle misure emergenziali legate alla pandemia e alla crisi energetica.

In questo scenario, l’articolo si propone di analizzare le principali novità attese nella Legge di Bilancio 2026, i rischi legati alla sostenibilità finanziaria delle promesse politiche, e le possibili soluzioni di ottimizzazione fiscale legale che professionisti e imprese potranno adottare per prepararsi in anticipo.

Taglio IRPEF

Uno dei temi cardine della Legge di Bilancio 2026 sarà senza dubbio la riforma dell’IRPEF, con un focus mirato sui redditi medi, tradizionalmente considerati il “motore fiscale” del Paese, ma anche tra i più penalizzati dal sistema attuale. Dopo l’intervento del 2024, che ha visto l’accorpamento dei primi due scaglioni IRPEF con un’aliquota unica al 23%, il Governo guarda ora al secondo scaglione, quello compreso tra i 28.000 e i 50.000 euro, con l’obiettivo di alleggerire ulteriormente il carico fiscale.

Secondo le anticipazioni, l’esecutivo starebbe valutando un’estensione dello scaglione agevolato fino a 60.000 euro, con la contestuale riduzione dell’aliquota dal 35% al 33%. Una manovra che potrebbe tradursi in un risparmio annuo stimato di 440 euro per i contribuenti nella fascia 28.000–50.000 euro, che salirebbe a 660 euro in caso di allargamento fino a 60.000 euro.

Si tratta di un intervento strategico per riequilibrare la pressione fiscale e incentivare i consumi, in un momento in cui l’economia italiana mostra segnali di rallentamento. Tuttavia, il costo di questa misura è tutt’altro che trascurabile: si parla di circa 4 miliardi di euro in minori entrate, una cifra che rende necessaria una copertura finanziaria solida. Come ribadito dal ministro Giorgetti, il taglio dell’IRPEF potrà avvenire solo se supportato da “misure responsabili” sia sul fronte delle entrate che delle uscite.

Rottamazione cartelle 2026

Oltre al tema dell’IRPEF, la Legge di Bilancio 2026 potrebbe contenere una nuova misura di definizione agevolata dei debiti fiscali: una sorta di “rottamazione Quinquies” delle cartelle esattoriali. Una soluzione pensata per affrontare l’enorme magazzino dei crediti non riscossi, che ha ormai superato la soglia di 1.300 miliardi di euro, una cifra di fatto non più gestibile dal sistema di riscossione.

A differenza delle precedenti edizioni, questa volta non si tratterebbe di un condono generalizzato, ma di un intervento mirato e selettivo.

Le ipotesi sul tavolo includono:

  • l’accesso riservato a determinate categorie di contribuenti, come persone fisiche in condizioni economiche svantaggiate o piccole imprese;

  • limiti d’importo – ad esempio cartelle inferiori ai 10.000 euro;

  • e l’introduzione di formule di saldo e stralcio parziale, in cui il contribuente potrebbe pagare solo una parte del debito, rinunciando però a future agevolazioni.

L’obiettivo è duplice: da un lato alleggerire il carico amministrativo e il contenzioso tributario, dall’altro generare un gettito immediato, utile proprio a finanziare parte della manovra. Tuttavia, il nodo politico è sensibile: il Governo vuole evitare di premiare i debitori seriali, introducendo criteri più rigidi per l’accesso alla misura e puntando a un condono “etico”, destinato solo a chi è realmente in difficoltà.

Il nodo delle coperture

Uno dei principali ostacoli alla definizione della Legge di Bilancio 2026 è rappresentato dal reperimento delle risorse necessarie. Solo per confermare le misure già in essere – taglio del cuneo fiscale, bonus famiglie, indicizzazione delle pensioni – servono tra i 20 e i 25 miliardi di euro, a cui si aggiungono i nuovi interventi ipotizzati, come il taglio dell’IRPEF o la rottamazione selettiva delle cartelle. Il totale potrebbe superare i 30 miliardi, mettendo a dura prova i conti pubblici.

Nel contesto del ritorno del Patto di Stabilità europeo, il Governo italiano non può più contare su flessibilità illimitata. Questo significa che ogni nuova spesa dovrà essere coperta, o da tagli strutturali, o da maggiori entrate.

Tra le ipotesi in discussione:

  • una razionalizzazione delle agevolazioni fiscali esistenti (come detrazioni e deduzioni, spesso poco efficaci);

  • tagli alla spesa improduttiva in alcuni comparti della Pubblica Amministrazione;

  • e il possibile ricorso a entrate straordinarie, come i proventi delle privatizzazioni o il recupero dell’evasione fiscale.

In alternativa, si è parlato anche di revisioni selettive di aliquote su imposte indirette (come l’IVA), ipotesi però molto delicata dal punto di vista politico e sociale.

La difficoltà sta nel bilanciare l’impatto economico delle coperture con l’effettiva sostenibilità delle promesse politiche, in un anno che precede l’ultima legge di bilancio della legislatura. In assenza di risorse certe, molte delle misure annunciate potrebbero restare solo sulla carta.

Legge di Bilancio 2026

La Legge di Bilancio 2026 si annuncia determinante anche per il mondo delle imprese e dei lavoratori autonomi, che da anni chiedono maggiore stabilità normativa, meno burocrazia e una fiscalità più competitiva. Al momento non sono state annunciate riforme radicali, ma alcuni segnali lasciano intendere che il Governo potrebbe intervenire su diversi fronti per favorire la crescita economica e l’occupazione.

Una delle ipotesi sul tavolo riguarda l’estensione dei regimi agevolati per le partite IVA, come il regime forfettario, oggi applicabile fino a 85.000 euro di fatturato. Potrebbero essere introdotte nuove soglie o meccanismi di gradualità per evitare salti fiscali bruschi, spesso penalizzanti per i piccoli professionisti. Inoltre, si parla di una revisione dei coefficienti di redditività, con l’obiettivo di renderli più equi e aderenti alle reali marginalità dei diversi settori.

Sul fronte delle imprese, l’attenzione è puntata sul possibile rinnovo o potenziamento del credito d’imposta per investimenti in beni strumentali 4.0, in scadenza a fine 2025. La misura potrebbe essere rifinanziata, ma in una forma più selettiva, rivolta solo alle aziende che investono in transizione digitale e sostenibilità.

Infine, si discute della possibilità di introdurre incentivi per nuove assunzioni, soprattutto nel Mezzogiorno, e di misure per semplificare l’accesso al credito tramite garanzie pubbliche. Tuttavia, anche in questo caso, tutto dipenderà dalla disponibilità delle risorse e dalla priorità che il Governo deciderà di dare al tessuto produttivo italiano.

Gli effetti della manovra sui contribuenti

La Legge di Bilancio 2026 avrà un impatto diretto sulla vita di milioni di contribuenti italiani. Tra riduzioni d’imposta, possibili agevolazioni e ipotetici tagli alla spesa pubblica, il vero tema sarà la redistribuzione del peso fiscale e la capacità del Governo di rendere il sistema più equo, senza gravare ulteriormente su chi già sostiene il carico tributario del Paese.

Per i lavoratori dipendenti, il possibile taglio dell’IRPEF per il ceto medio rappresenta una buona notizia, ma rischia di rimanere un’operazione a saldo zero se non accompagnata da un reale miglioramento dei servizi pubblici. Allo stesso tempo, per le famiglie, resta forte l’incertezza sul rinnovo degli incentivi esistenti, come l’assegno unico universale, i bonus energia o le agevolazioni per la casa.

Dal lato opposto, potrebbe emergere una pressione indiretta derivante da tagli alle agevolazioni fiscali meno efficienti, oppure da aumenti selettivi delle imposte indirette – come IVA o accise – che colpiscono in modo trasversale tutti i consumatori, a prescindere dal reddito.

Anche per i contribuenti con posizioni debitorie aperte con l’erario, la manovra potrebbe segnare un momento decisivo. La nuova rottamazione selettiva delle cartelle offrirà un’occasione importante per regolarizzare la propria posizione, ma solo per chi rispetterà i criteri stringenti in fase di definizione.

In questo quadro di attese e incertezze, sarà fondamentale monitorare l’evoluzione del testo definitivo della manovra, che verrà approvato entro fine anno. L’auspicio è che le misure approvate vadano nella direzione di una semplificazione fiscale e di un maggiore equilibrio tra contribuenti e Stato.

Risparmio fiscale

In attesa della versione definitiva della Legge di Bilancio 2026, è già possibile adottare strategie di risparmio fiscale legale per prepararsi ai possibili cambiamenti. In un contesto di incertezza normativa, la pianificazione fiscale preventiva diventa uno strumento essenziale, soprattutto per chi rientra nel ceto medio, gestisce un’attività d’impresa o ha posizione aperte con l’Agenzia delle Entrate.

Ad esempio, i lavoratori autonomi e le piccole imprese possono iniziare a valutare la convenienza del regime forfettario alla luce delle ipotesi di modifica delle soglie o dei coefficienti di redditività. Un’analisi tempestiva della propria posizione reddituale e dei costi deducibili potrebbe permettere di anticipare scelte fiscali più vantaggiose per il 2026.

Parallelamente, è utile iniziare a monitorare eventuali crediti d’imposta ancora utilizzabili, in particolare quelli legati a investimenti in beni strumentali, digitalizzazione o formazione 4.0. Spesso questi strumenti vengono sottoutilizzati per mancanza di informazione o per ritardi nella presentazione delle domande.

Per chi ha debiti fiscali iscritti a ruolo, è consigliabile iniziare fin da subito a verificare la propria posizione tramite estratti conto Equitalia (Agenzia Entrate-Riscossione). Questo consente di capire se si potrà rientrare nei criteri della nuova definizione agevolata, evitando di perdere un’occasione importante per chiudere situazioni pendenti.

Infine, è importante restare aggiornati sulle modifiche alle detrazioni IRPEF e sulle eventuali revisioni delle spese ammesse. Ogni taglio alle agevolazioni fiscali può incidere significativamente sulla dichiarazione dei redditi, soprattutto per famiglie con carichi di spesa elevati.

Patto di Stabilità europeo

A complicare ulteriormente la costruzione della Legge di Bilancio 2026 c’è il ritorno del Patto di Stabilità e Crescita, sospeso per diversi anni a causa della pandemia e delle crisi internazionali. Dal 2024, infatti, le regole fiscali europee sono tornate in vigore, anche se con alcune modifiche. Per l’Italia, ciò significa una maggiore sorveglianza sui conti pubblici e la necessità di mantenere sotto controllo deficit e debito pubblico.

Il nuovo quadro europeo prevede percorsi di aggiustamento fiscale pluriennale, concordati tra gli Stati membri e la Commissione UE. L’obiettivo è ridurre progressivamente il rapporto debito/PIL, evitando però manovre troppo restrittive che potrebbero deprimere la crescita. In questo contesto, la manovra italiana dovrà necessariamente rispettare i parametri di sostenibilità finanziaria, pena l’avvio di procedure di infrazione.

Secondo le prime stime, l’Italia avrà uno spazio fiscale molto limitato: si parla di un aggiustamento richiesto di circa 0,5-0,7 punti di PIL all’anno, ovvero tra i 10 e i 14 miliardi di euro di manovra correttiva. Ciò impone scelte molto selettive: ogni misura espansiva dovrà essere compensata da tagli o nuove entrate.

Il vero nodo sarà quindi conciliare le esigenze interne, come il taglio dell’IRPEF o gli aiuti alle famiglie, con i vincoli europei, senza perdere credibilità sui mercati e senza penalizzare la ripresa. Il Governo dovrà dimostrare di saper gestire una manovra politica sotto stretta osservazione tecnica.

Misure per le famiglie

Nel disegno della Legge di Bilancio 2026, uno dei temi più delicati è rappresentato dal sostegno economico alle famiglie. Si tratta di una priorità dichiarata dal Governo, ma che rischia di scontrarsi con la rigidità delle risorse disponibili. Le famiglie italiane, già provate dal rincaro dei beni di prima necessità e dalla crisi abitativa, attendono con attenzione la riconferma di misure chiave come l’Assegno Unico Universale, il bonus nido, il contributo affitti per giovani under 36 e le agevolazioni per famiglie numerose.

Al momento, l’intenzione dell’Esecutivo sembra quella di confermare almeno i principali strumenti già in essere, anche se non è escluso un intervento di razionalizzazione. Alcune misure potrebbero subire una rimodulazione in base all’ISEE, con importi maggiorati solo per le fasce più deboli. Il rischio concreto, però, è che l’inflazione corroda il valore reale degli aiuti, se gli importi non verranno aggiornati in modo adeguato.

In discussione anche nuove forme di detrazione per spese scolastiche o sanitarie, oppure l’introduzione di bonus natalità “rafforzati” per contrastare il crollo demografico. Tuttavia, l’effettiva attuazione di queste proposte dipenderà dalla quantità di risorse liberate attraverso altri tagli o maggiori entrate.

Il sostegno alle famiglie non è solo una questione di assistenzialismo, ma un investimento sul futuro del Paese: il Governo dovrà decidere se puntare su misure strutturali di welfare fiscale, oppure limitarsi a bonus temporanei dalla dubbia efficacia nel medio termine.

Conclusione

La Legge di Bilancio 2026 si preannuncia come una delle più complesse e politicamente strategiche dell’intera legislatura. Con un mix di ambizioni fiscali, vincoli europei e risorse limitate, il Governo è chiamato a un esercizio di equilibrio delicato: da un lato, alleggerire la pressione su famiglie, imprese e lavoratori; dall’altro, mantenere la sostenibilità dei conti pubblici sotto l’occhio vigile di Bruxelles.

Il taglio dell’IRPEF per il ceto medio, la possibile rottamazione selettiva delle cartelle, le agevolazioni per le partite IVA e il sostegno alle famiglie sono solo alcune delle misure sul tavolo, ma tutte accomunate da una necessità imprescindibile: coperture certe e credibili. In assenza di queste, anche le proposte più popolari rischiano di rimanere lettera morta.

Per contribuenti, professionisti e imprese, l’unica strada percorribile è quella della pianificazione fiscale consapevole. Comprendere fin da subito le direzioni della manovra, monitorare le modifiche normative e affidarsi a consulenti esperti diventa essenziale per cogliere le opportunità e limitare i rischi fiscali.

Il vero snodo sarà nei prossimi mesi, quando inizierà la discussione parlamentare sul testo della manovra. Sarà in quella sede che si capirà se il 2026 rappresenterà una vera svolta fiscale o solo un ulteriore tentativo di compromesso tra esigenze economiche e obiettivi politici. Nel frattempo, informarsi, agire per tempo e adottare strategie legali di risparmio fiscale resta la scelta più saggia.

IVA e logistica: nuovo codice tributo per l’inversione contabile e guida al regime opzionale 2025

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Nel settore della logistica, il tema dell’IVA rappresenta da sempre una questione complessa e in continua evoluzione. La recente pubblicazione da parte dell’Agenzia delle Entrate di un nuovo codice tributo per l’opzione all’inversione contabile (reverse charge) apre nuovi scenari per le imprese del comparto. Questa novità riguarda nello specifico quei soggetti che intendono optare per il versamento dell’IVA tramite reverse charge nel rispetto di quanto previsto dall’art. 74, comma 5, del TUIR, nel contesto dei contratti di subappalto nel settore della logistica integrata.

Si tratta di un’opportunità concreta per ottimizzare la gestione dell’IVA, evitare l’anticipo dell’imposta in fase di fatturazione e semplificare la contabilità. Tuttavia, l’applicazione della norma richiede attenzione, correttezza nei versamenti e soprattutto l’utilizzo del giusto codice tributo, pena il rischio di errori o sanzioni.

In questo articolo analizziamo in modo dettagliato cosa prevede la normativa sull’inversione contabile in logistica, chi può applicare l’opzione e come farlo, il nuovo codice tributo da utilizzare per i versamenti, i vantaggi fiscali dell’applicazione corretta del reverse charge e le implicazioni operative per le imprese e i suggerimenti pratici per evitare errori.

Quadro normativo

Con l’approvazione della Legge 30 dicembre 2024, n. 207, il legislatore ha introdotto un’importante novità nel sistema IVA applicabile al settore della logistica, con l’obiettivo di contrastare fenomeni evasivi e migliorare la tracciabilità delle operazioni. La novità si innesta sull’articolo 17, sesto comma, lettera a-quinquies), del DPR n. 633/1972, il quale è stato modificato per includere tra le operazioni soggette a reverse charge anche le prestazioni di servizi effettuate tramite contratti di appalto, subappalto o altri rapporti negoziali, rese nei confronti di imprese che operano nella movimentazione merci, trasporto e logistica integrata.

Tuttavia, l’effettiva entrata in vigore del regime è subordinata all’autorizzazione dell’Unione Europea, come previsto dall’articolo 395 della Direttiva IVA. In attesa del via libera da Bruxelles, il legislatore ha previsto una soluzione transitoria: un regime opzionale, disciplinato dal comma 59 della stessa Legge n. 207/2024. In base a tale norma, il committente può versare l’IVA in nome e per conto del prestatore, che rimane comunque solidalmente responsabile del tributo.

L’opzione può essere esercitata anche nei rapporti di subappalto, mantenendo la responsabilità solidale dei soggetti coinvolti. In questi casi, la fattura viene emessa dal prestatore, ma l’IVA è versata dal committente mediante modello F24, secondo le modalità di cui all’art. 17 del D.Lgs. 241/1997, senza possibilità di compensazione, e con scadenza entro il mese successivo alla data di emissione della fattura.

Modello e istruzioni dell’Agenzia delle Entrate

A chiarire le modalità operative per aderire al regime opzionale di inversione contabile nel settore logistica è intervenuto il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 28 luglio 2025, con il quale è stato approvato lo specifico modello di comunicazione da utilizzare per formalizzare l’opzione. Il modello è finalizzato a raccogliere le informazioni necessarie per la gestione del regime, monitorare le operazioni soggette a reverse charge e garantire il corretto assolvimento dell’IVA da parte del committente.

Il modello deve essere compilato dal prestatore del servizio che intende aderire all’opzione e trasmesso telematicamente all’Agenzia delle Entrate prima dell’effettuazione delle operazioni soggette al regime. L’opzione può riguardare prestazioni di servizi effettuate nei confronti di imprese che svolgono attività di trasporto, movimentazione di merci e servizi di logistica, come previsto dall’articolo 1, comma 60, della Legge n. 207/2024.

Le istruzioni allegate al modello spiegano con precisione:

  • quali dati inserire (parti coinvolte, tipo di servizio, ammontare, ecc.);

  • il periodo di validità dell’opzione;

  • le modalità di compilazione e invio.

L’Agenzia specifica inoltre che l’adesione all’opzione non comporta alcun obbligo permanente, ma può essere esercitata caso per caso, purché vi sia accordo tra le parti e sia rispettata la forma prevista dalla normativa. L’opzione non è retroattiva: ha effetto solo per le prestazioni comunicate e non può essere applicata a operazioni pregresse.

Questa comunicazione rappresenta un passaggio cruciale: un errore nella compilazione o nell’invio del modello può compromettere l’intera operazione e far venir meno i benefici fiscali previsti.

Il codice tributo “6045”

Uno degli aspetti fondamentali del nuovo regime opzionale di inversione contabile nel settore della logistica riguarda il versamento dell’IVA da parte del committente. A tal fine, l’Agenzia delle Entrate ha istituito, con apposita risoluzione, il codice tributo “6045”, denominato:
“IVA – inversione contabile settore logistica – regime opzionale di cui all’articolo 1, comma 59, della legge 30 dicembre 2024, n. 207”.

Il codice tributo “6045” deve essere utilizzato nel modello F24 esclusivamente per il versamento dell’IVA riferita alle prestazioni di servizi effettuate nel quadro del regime opzionale, e solo in presenza della comunicazione preventiva dell’opzione da parte del prestatore. È fondamentale sottolineare che il versamento:

  • deve essere effettuato dal committente in nome e per conto del prestatore;

  • non è compensabile con eventuali crediti presenti nel cassetto fiscale;

  • va effettuato entro il termine previsto dall’art. 18 del D.Lgs. n. 241/1997, ovvero entro il giorno 16 del mese successivo alla data di emissione della fattura.

Nel modello F24, il codice “6045” va inserito nella sezione “Erario”, con l’indicazione:

  • del mese e anno di riferimento (in formato MM/AAAA);

  • dell’importo dovuto;

  • del codice fiscale del prestatore (in quanto soggetto a cui è riferita l’imposta);

  • e con causale che individua chiaramente l’applicazione del regime opzionale.

È essenziale una corretta compilazione del modello F24 per evitare irregolarità e contestazioni. Si raccomanda quindi un’attenta verifica, anche attraverso il supporto di un commercialista, al fine di non incorrere in sanzioni legate a errori formali o sostanziali.

Vantaggi fiscali 

L’introduzione del regime opzionale di inversione contabile IVA nel settore logistica rappresenta, oltre che una misura di contrasto all’evasione, anche una concreta opportunità di ottimizzazione fiscale e gestionale per le imprese del comparto. Applicare correttamente questo meccanismo consente infatti di ottenere numerosi benefici sia per i committenti che per i prestatori di servizi.

Tra i vantaggi principali segnaliamo:

  • Eliminazione del debito IVA in fattura: il prestatore non addebita più l’IVA al cliente, evitando quindi l’anticipo dell’imposta. Questo migliora la liquidità aziendale, un aspetto cruciale per le imprese che lavorano su grandi volumi o margini ristretti.

  • Semplificazione nella gestione contabile: il reverse charge riduce il numero di registrazioni contabili e semplifica il processo di detrazione dell’IVA, rendendo il sistema più trasparente e tracciabile.

  • Riduzione del rischio di errori formali: con il committente che versa l’imposta direttamente, si riduce il rischio di incorrere in sanzioni per omesso versamento da parte del prestatore.

  • Responsabilità condivisa ma chiara: pur prevedendo la responsabilità solidale del prestatore (e del subappaltatore), la normativa individua un percorso chiaro e tracciabile per entrambi i soggetti, limitando le zone grigie che spesso causano controversie fiscali.

  • Allineamento con i principi UE: anche se l’opzione è in attesa di autorizzazione europea, l’Italia si sta muovendo verso un maggiore allineamento con le regole comunitarie in materia di lotta all’evasione IVA nei settori a rischio.

Infine, l’applicazione dell’opzione può essere utilizzata strategicamente in sede di pianificazione fiscale, soprattutto per le aziende che operano in filiere complesse con più livelli di subappalto. In questo modo si crea una catena di trasparenza fiscale che può risultare premiante anche in sede di verifica.

Errori da evitare

Nonostante i vantaggi evidenti, l’applicazione del regime opzionale di inversione contabile IVA nel settore logistica presenta alcune criticità operative che è fondamentale conoscere per evitare sanzioni, contestazioni o la perdita dei benefici fiscali. Le imprese e i professionisti del settore devono quindi adottare un approccio estremamente preciso e documentato.

Tra gli errori più comuni che si registrano in fase applicativa troviamo:

  • Mancata o tardiva comunicazione dell’opzione: senza l’invio preventivo del modello all’Agenzia delle Entrate, l’opzione non è valida. Di conseguenza, la responsabilità del versamento ricade sul prestatore, con rischi di sanzioni per omesso pagamento.

  • Compilazione errata del modello F24: l’uso scorretto del codice tributo “6045” o l’inserimento di dati errati (mese di riferimento, codice fiscale del prestatore, importo IVA) può rendere il versamento inefficace.

  • Fatturazione non conforme: la fattura emessa dal prestatore deve riportare correttamente la dicitura relativa all’opzione e l’indicazione che l’IVA sarà versata dal committente. In caso contrario, si rischia di invalidare l’intera operazione.

  • Applicazione indiscriminata dell’opzione: il reverse charge può essere applicato solo a determinati servizi di logistica, movimentazione merci e trasporto, e solo tra soggetti con caratteristiche ben definite. Estendere l’opzione a prestazioni non ammesse può portare a contestazioni.

Per evitare questi problemi, è consigliabile adottare alcune buone prassi operative:

  • verificare in anticipo l’ammissibilità dell’opzione per ogni commessa;

  • mantenere una documentazione chiara e completa dell’accordo tra prestatore e committente;

  • utilizzare software gestionali aggiornati per gestire correttamente le fatture e i versamenti;

  • coinvolgere un commercialista esperto in fiscalità del settore logistica, soprattutto nei primi mesi di applicazione del nuovo regime.

Una gestione attenta e professionale di questi adempimenti è essenziale per sfruttare pienamente i benefici della normativa, minimizzando al contempo i rischi fiscali.

Prospettive future

L’introduzione del regime opzionale di inversione contabile per il settore logistica si inserisce in un percorso più ampio di riforma dell’IVA a livello europeo, finalizzato a rafforzare i meccanismi di prevenzione e contrasto all’evasione fiscale nei settori considerati a rischio. In questo contesto, il reverse charge si è già dimostrato, in altri ambiti (come l’edilizia o il settore energetico), uno strumento efficace per evitare frodi carosello e omissioni di versamento.

L’Italia, con la Legge n. 207/2024, ha scelto di anticipare i tempi, introducendo un regime opzionale transitorio, ma con l’intenzione – evidente – di trasformarlo, in futuro, in una misura strutturale. Tuttavia, ciò sarà possibile solo a seguito del rilascio dell’autorizzazione prevista dall’art. 395 della Direttiva IVA 2006/112/CE da parte del Consiglio dell’Unione Europea.

Se l’autorizzazione dovesse arrivare (evento probabile, considerando che l’Italia ha già ottenuto deroghe simili per altri settori), gli impatti attesi sarebbero significativi:

  • Standardizzazione delle operazioni IVA nella logistica;

  • Riduzione della pressione fiscale indiretta sulle imprese fornitrici;

  • Maggiore tracciabilità e quindi riduzione dell’evasione;

  • Possibile estensione del modello ad altri ambiti complementari, come il facchinaggio, il deposito doganale e la distribuzione.

Inoltre, il consolidamento del regime potrebbe favorire una maggiore integrazione tra fiscalità e tecnologia, promuovendo strumenti digitali per la gestione automatizzata delle operazioni in reverse charge, integrati con i sistemi di fatturazione elettronica e interoperabilità tra aziende.

Tuttavia, il passaggio da regime opzionale a regime obbligatorio comporterà inevitabilmente una fase di assestamento e formazione per imprese, professionisti e software house, che dovranno aggiornare i propri strumenti e processi gestionali.

Conclusioni

L’introduzione del regime opzionale di inversione contabile IVA nel settore della logistica rappresenta una delle novità fiscali più rilevanti degli ultimi anni per un comparto strategico dell’economia italiana. La possibilità di far versare l’IVA al committente in nome e per conto del prestatore offre vantaggi concreti in termini di liquidità, semplificazione contabile e trasparenza fiscale.

Tuttavia, come spesso accade in ambito tributario, l’accesso ai benefici è subordinato a una corretta applicazione normativa e procedurale: trasmissione puntuale del modello, uso preciso del codice tributo 6045, rispetto delle scadenze e gestione accurata delle fatture. La responsabilità solidale e la non compensabilità del versamento rendono il tutto ancora più delicato.

Per questo motivo, è fondamentale che imprese, consorzi, operatori della logistica e professionisti del settore si rivolgano a commercialisti esperti, capaci di guidare la scelta e l’applicazione dell’opzione in modo strategico, evitando errori che possono compromettere il vantaggio fiscale.

Con l’autorizzazione UE ormai attesa, l’opzione potrebbe presto trasformarsi in un regime strutturale. Comprendere ora il suo funzionamento è un passo indispensabile per prepararsi al futuro, risparmiare sulle tasse in modo legale e restare competitivi in un settore in continua evoluzione.

Deducibilità TFM: la Cassazione conferma il principio di competenza e i vantaggi fiscali per le imprese

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Judge and documents on office desk Legislation

La fiscalità italiana è un terreno complesso, ricco di interpretazioni e costante oggetto di interventi giurisprudenziali. Uno dei temi che negli ultimi anni ha suscitato maggiore interesse riguarda il Trattamento di Fine Mandato (TFM), ossia l’indennità riconosciuta agli amministratori di società alla cessazione del loro incarico. In particolare, la questione si concentra sulla deducibilità delle quote accantonate a tale titolo e sulla corretta applicazione del principio di competenza, rispetto a quello di cassa.

Il dibattito nasce dal fatto che, a differenza del TFR (Trattamento di Fine Rapporto) spettante ai lavoratori dipendenti, il TFM non è disciplinato da norme dettagliate, ma si fonda sulla libertà contrattuale tra società e amministratore. Questa peculiarità ha portato negli anni a numerose contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, che spesso ha negato la deducibilità delle quote accantonate, sostenendo che la stessa fosse possibile solo al momento dell’effettiva erogazione.

La Corte di Cassazione, con recenti sentenze, ha tuttavia fatto chiarezza: le somme accantonate a titolo di TFM, così come i premi assicurativi stipulati per garantire tali trattamenti, sono deducibili per competenza, a condizione che rispettino determinati requisiti formali e sostanziali. Questo orientamento apre scenari importanti sia per le imprese che per gli amministratori, in termini di pianificazione fiscale e di risparmio sulle imposte.

In questo articolo analizzeremo nel dettaglio il principio espresso dalla Cassazione, i casi concreti di deducibilità, le differenze con il TFR e i vantaggi fiscali che le aziende possono ottenere, senza rischiare contestazioni da parte del Fisco.

Il principio di competenza 

Il Trattamento di Fine Mandato (TFM) rappresenta un aspetto peculiare della fiscalità societaria. A differenza del TFR, esso non è disciplinato in modo dettagliato dal Codice Civile, ma trova fondamento nella libertà contrattuale tra società e amministratore. La sua deducibilità, tuttavia, è stata oggetto di numerosi contrasti tra contribuenti e Amministrazione Finanziaria.

L’art. 105, comma 4 del TUIR stabilisce che gli accantonamenti al fondo TFM sono deducibili per competenza, a condizione che siano previsti da un atto scritto con data certa anteriore all’inizio del mandato, contenente l’importo o il criterio di calcolo dell’indennità. In mancanza di tali presupposti, trova applicazione il principio di cassa previsto dall’art. 95, comma 5 TUIR.

In una vicenda che ha coinvolto le società Alfa Group S.p.A. e Alfa S.p.A., l’Agenzia delle Entrate aveva contestato la deduzione degli accantonamenti al fondo TFM per gli anni 2011-2012-2013, ritenendo che le somme fossero eccessive e dovessero rispettare i limiti previsti per il TFR ex art. 2120 c.c. Le Commissioni Tributarie avevano inizialmente accolto la tesi dell’Ufficio, escludendo la piena deducibilità.

Le società hanno quindi proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il TFM non può essere assimilato al TFR dei lavoratori dipendenti e che i limiti di deducibilità andavano piuttosto ricondotti all’art. 2389 c.c., relativo ai compensi degli amministratori. Con l’ordinanza n. 18026/2025, la Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando gli avvisi di accertamento.

La Cassazione ha affermato che, in assenza di una norma che imponga di trattare il TFM come il TFR, non è applicabile l’art. 2120 c.c. Pertanto, la deducibilità per competenza è ammessa se esiste un atto valido e documentato; in caso contrario, vale il principio di cassa.

TFM e TFR

Un punto chiave chiarito dalla giurisprudenza riguarda la distinzione tra TFM (Trattamento di Fine Mandato) e TFR (Trattamento di Fine Rapporto). Mentre il TFR è un diritto riconosciuto ex lege ai lavoratori subordinati ed è regolato dall’art. 2120 c.c., il TFM nasce da una scelta contrattuale della società, che può decidere di riconoscere agli amministratori un’indennità al termine del loro incarico. Non esiste, quindi, un obbligo generalizzato, ma solo una possibilità che diventa vincolante se fissata da un atto scritto con data certa.

Questa differenza è fondamentale: il TFR è soggetto a limiti di calcolo stabiliti per legge, mentre il TFM è legato alla discrezionalità delle parti, purché non si trasformi in uno strumento elusivo. Proprio per evitare contestazioni, è essenziale che l’atto che prevede il TFM indichi chiaramente l’importo o il criterio di determinazione.

Dal punto di vista contabile, entra in gioco anche il Documento OIC 31, che consente alle imprese di sostituire gli accantonamenti con il pagamento dei premi di una polizza assicurativa. In questo caso, il rischio legato al pagamento dell’indennità viene trasferito all’assicurazione, e i premi corrisposti sono deducibili per competenza, purché finalizzati esclusivamente a garantire il TFM.

La Cassazione ha confermato questa impostazione: i premi assicurativi destinati a coprire il TFM godono della stessa deducibilità degli accantonamenti, sempre che sussistano le condizioni formali. Ciò rende le polizze uno strumento particolarmente utile per le società, in quanto consentono di pianificare in maniera più agevole la gestione dei costi futuri e, al contempo, di ottenere un beneficio fiscale immediato.

Requisiti formali e sostanziali 

Affinché gli accantonamenti o i premi assicurativi relativi al Trattamento di Fine Mandato siano deducibili per competenza, non basta la semplice delibera assembleare: è necessario rispettare precisi requisiti formali e sostanziali, così come chiarito dalla Cassazione e già previsto dal TUIR.

  1. Atto scritto con data certa: il TFM deve risultare da un documento redatto prima dell’inizio del mandato. La data certa è essenziale per dimostrare la non retroattività della previsione e può essere ottenuta tramite registrazione, PEC, o altro mezzo idoneo.

  2. Indicazione dell’importo o dei criteri di calcolo: il contratto o la delibera devono specificare chiaramente la somma spettante all’amministratore o il metodo per determinarla (ad esempio, una percentuale dei compensi annui). In assenza di questa chiarezza, il rischio di contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate è elevato.

  3. Conformità con l’art. 2389 c.c.: i compensi degli amministratori, inclusi i trattamenti di fine mandato, devono essere stabiliti dall’assemblea dei soci, salvo diversa previsione statutaria. Questo assicura la legittimità della decisione e impedisce che il TFM sia considerato un costo indebito.

  4. Non assimilazione al TFR: come ribadito dalla Cassazione, non possono applicarsi i limiti di deducibilità previsti per il TFR dei dipendenti. Ciò significa che le società hanno margini più ampi di pianificazione, purché non si superino i principi di ragionevolezza e proporzionalità.

  5. Polizze assicurative dedicate: se si opta per la copertura tramite assicurazione, i premi devono essere correlati esclusivamente al TFM. In caso contrario, potrebbero essere riqualificati dall’Amministrazione Finanziaria come spese non inerenti.

Il rispetto di questi requisiti consente alle imprese non solo di difendersi da potenziali avvisi di accertamento, ma anche di sfruttare in pieno la deducibilità per competenza, riducendo l’imponibile e pianificando in modo efficiente il carico fiscale.

Vantaggi fiscali 

La conferma della deducibilità per competenza delle quote di TFM da parte della Cassazione rappresenta una grande opportunità per le imprese che intendono ottimizzare la propria fiscalità in maniera legittima. Questo principio, infatti, consente di imputare i costi relativi al trattamento di fine mandato già negli esercizi in cui maturano, senza dover attendere l’effettiva erogazione delle somme agli amministratori.

Dal punto di vista pratico, ciò significa ridurre immediatamente l’imponibile fiscale e, di conseguenza, abbattere l’IRES e l’IRAP. Per le società di capitali, questo si traduce in un risparmio concreto e programmabile, che può essere inserito in una strategia di tax planning pluriennale.

Un ulteriore vantaggio riguarda la possibilità di sostituire gli accantonamenti con i premi assicurativi, anch’essi deducibili per competenza. Questa soluzione consente alle imprese di pianificare meglio i flussi di cassa, trasferendo il rischio all’assicurazione e beneficiando di un’immediata deduzione fiscale. In questo modo, la società non solo si tutela nei confronti dei futuri esborsi, ma ottiene un beneficio fiscale certo già durante la durata del mandato.

Non va trascurato poi l’aspetto della certezza giuridica: la pronuncia della Cassazione riduce sensibilmente i margini di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, purché siano rispettati i requisiti formali. Questo rappresenta un elemento chiave per gli imprenditori che desiderano adottare strategie di pianificazione fiscale senza rischiare sanzioni o recuperi d’imposta.

In sintesi, il TFM, se correttamente deliberato e documentato, diventa non solo un riconoscimento economico agli amministratori, ma anche uno strumento di ottimizzazione fiscale che permette alle imprese di risparmiare sulle imposte in modo pienamente legittimo.

Errori da evitare

Se da un lato la Cassazione ha confermato la piena deducibilità del TFM per competenza, dall’altro ha ribadito con fermezza che tale beneficio fiscale è subordinato al rispetto di determinati requisiti. In assenza di questi presupposti, infatti, l’Amministrazione Finanziaria può legittimamente negare la deduzione, con conseguente recupero a tassazione e applicazione di sanzioni.

Tra le situazioni più frequenti che determinano l’indeducibilità troviamo:

  • Mancanza di un atto scritto con data certa: se la previsione del TFM risulta inserita solo in verbali privi di data certa, oppure successiva all’inizio del mandato, il Fisco può disconoscere la deduzione, applicando il principio di cassa ex art. 95, co. 5 TUIR.

  • Importi non proporzionati: l’indennità deve essere ragionevole rispetto ai compensi dell’amministratore e alle dimensioni economiche della società. Accantonamenti sproporzionati possono essere riqualificati come elusivi.

  • Criteri di calcolo vaghi o assenti: l’assenza di un importo preciso o di regole chiare per la determinazione dell’indennità rende l’accantonamento indeducibile.

  • Polizze assicurative non pertinenti: se i premi assicurativi non sono esclusivamente finalizzati a coprire il TFM, essi non possono essere dedotti come costi inerenti.

  • Assenza di delibera assembleare: la mancanza di un atto deliberativo conforme all’art. 2389 c.c. rappresenta una delle cause principali di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Le conseguenze fiscali di tali errori possono essere significative: oltre al recupero delle imposte, le società rischiano sanzioni e interessi, con impatti negativi sulla liquidità e sull’immagine aziendale. Per questo motivo, è fondamentale che imprese e consulenti fiscali predispongano con attenzione la documentazione e verifichino in anticipo la conformità delle scelte adottate.

Esempi pratici 

Per comprendere meglio come funziona la deducibilità del Trattamento di Fine Mandato, è utile analizzare alcuni casi concreti che evidenziano le differenze tra una gestione corretta e una errata.

Esempio di corretta applicazione:

Una società delibera l’assegnazione di un TFM a favore dell’amministratore nel momento stesso della sua nomina. L’atto è registrato presso l’Agenzia delle Entrate, conferendo data certa, e contiene la previsione che l’indennità sarà pari al 20% del compenso annuo percepito. La società, negli esercizi successivi, procede ad accantonare le relative quote e le deduce dal reddito imponibile. In questo scenario, l’Agenzia delle Entrate non può contestare la deduzione, in quanto sussistono tutti i requisiti previsti dall’art. 105, comma 4 TUIR.

Esempio di scorretta applicazione:

Un’impresa decide di riconoscere il TFM a un amministratore a metà del suo mandato, senza formalizzare la decisione con un atto scritto con data certa. L’importo previsto è elevato e non proporzionato rispetto ai compensi annuali. In sede di verifica fiscale, l’Agenzia delle Entrate nega la deducibilità, considerando l’accantonamento privo dei presupposti formali e potenzialmente elusivo. In questo caso, la deduzione sarebbe ammessa solo al momento dell’effettivo pagamento (principio di cassa), con conseguente perdita del vantaggio fiscale.

Esempio con polizza assicurativa:

Una società stipula una polizza dedicata esclusivamente alla copertura del TFM. I premi versati annualmente vengono imputati a conto economico e dedotti per competenza. Tale soluzione non solo consente la deduzione immediata, ma garantisce anche la disponibilità delle somme necessarie al termine del mandato, senza gravare sulla liquidità aziendale.

Questi esempi dimostrano come una corretta pianificazione e una documentazione adeguata possano fare la differenza tra una deduzione legittima e una contestazione con pesanti conseguenze fiscali.

Consigli operativi

Per sfruttare appieno i benefici fiscali derivanti dal Trattamento di Fine Mandato, le imprese devono adottare un approccio prudente e pianificato. La sentenza della Cassazione offre un quadro favorevole, ma resta fondamentale rispettare le regole formali e sostanziali. Ecco alcuni suggerimenti operativi:

  1. Formalizzare la decisione in anticipo: il TFM deve essere deliberato dall’assemblea o previsto nello statuto prima dell’inizio del mandato dell’amministratore. Ogni decisione successiva rischia di invalidare la deducibilità.

  2. Garantire la data certa: registrare la delibera o il contratto presso l’Agenzia delle Entrate, oppure utilizzare strumenti digitali certificati (PEC, firma digitale), per dare prova della data e prevenire contestazioni.

  3. Definire importi proporzionati: l’indennità deve essere ragionevole e rapportata sia al compenso dell’amministratore sia alla dimensione economico-finanziaria della società. Importi sproporzionati sono facilmente attaccabili dal Fisco.

  4. Prevedere criteri chiari di calcolo: indicare in modo trasparente come viene determinata la somma (percentuale dei compensi, importo fisso, altri parametri). Criteri vaghi o arbitrari rendono il TFM vulnerabile a contestazioni.

  5. Valutare la polizza assicurativa: stipulare una polizza dedicata consente di trasferire il rischio all’assicurazione, garantire le risorse future e, contemporaneamente, ottenere la deducibilità dei premi per competenza.

  6. Conservare la documentazione: è buona prassi mantenere agli atti copia delle delibere, dei contratti e delle ricevute dei premi assicurativi, così da poter rispondere prontamente a eventuali verifiche fiscali.

Seguendo queste linee guida, le imprese possono non solo tutelarsi da possibili accertamenti, ma anche trasformare il TFM in un efficace strumento di pianificazione fiscale, utile a ottimizzare i bilanci e a garantire maggiore stabilità finanziaria.

La sentenza della Cassazione n. 18026/2025

Con l’ordinanza n. 18026/2025, la Corte di Cassazione ha ribadito in modo inequivocabile che il Trattamento di Fine Mandato non può essere assimilato al TFR dei lavoratori dipendenti. La pronuncia ha accolto il ricorso congiunto delle società Alfa Group S.p.A. e Alfa S.p.A., annullando tre avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate per gli anni d’imposta 2011, 2012 e 2013.

Secondo la Suprema Corte, l’art. 2120 c.c., che disciplina il TFR, non è applicabile agli amministratori di società, in quanto manca una norma che obblighi a un accantonamento secondo gli stessi criteri previsti per i dipendenti. Ne consegue che i limiti di deducibilità richiamati dall’Agenzia non possono essere estesi al TFM.

Il principio affermato è chiaro:

  • il TFM è deducibile per competenza ai sensi dell’art. 105, comma 4 TUIR, a condizione che esista un atto scritto con data certa, redatto prima dell’inizio del rapporto, che indichi l’importo o il criterio di calcolo;

  • in assenza di tali requisiti, la deduzione è consentita solo per cassa, secondo l’art. 95, comma 5 TUIR.

La Cassazione ha quindi confermato che la deducibilità per competenza non può essere negata laddove siano rispettati i presupposti di legge, smentendo l’impostazione restrittiva seguita in precedenza da alcune Commissioni Tributarie.

Questa pronuncia rappresenta un precedente di rilievo per tutte le imprese italiane: sancisce un principio di certezza giuridica, riduce il rischio di contenziosi e, soprattutto, legittima l’utilizzo del TFM come strumento di pianificazione fiscale.

Conclusione

Il tema della deducibilità del Trattamento di Fine Mandato ha rappresentato a lungo un terreno di incertezza per imprese e professionisti, spesso costretti a confrontarsi con interpretazioni restrittive da parte dell’Agenzia delle Entrate. Con l’ordinanza n. 18026/2025, la Corte di Cassazione ha finalmente posto un punto fermo: il TFM non è assimilabile al TFR e, se previsto da un atto scritto con data certa e criteri chiari, è pienamente deducibile per competenza.

Questa pronuncia non solo rafforza la certezza del diritto, ma apre la strada a strategie di pianificazione fiscale più efficaci e trasparenti. Le imprese possono ora utilizzare il TFM, anche tramite polizze assicurative dedicate, come strumento per ottimizzare i propri bilanci e ridurre il carico tributario in modo del tutto legittimo.

Resta fondamentale, tuttavia, rispettare rigorosamente i requisiti formali e sostanziali: atto scritto, data certa, proporzionalità degli importi e documentazione adeguata. Solo così il TFM può trasformarsi da potenziale fonte di contenzioso a leva fiscale utile e sicura.

In definitiva, la sentenza della Cassazione rappresenta un punto di svolta per la fiscalità societaria e un’opportunità che le imprese, piccole e grandi, non dovrebbero trascurare. Con il supporto di una consulenza fiscale esperta, il TFM può diventare un alleato strategico per garantire stabilità finanziaria, risparmio sulle imposte e piena conformità alle regole.

Regime Forfettario 2026 per ODV e APS: soglia IVA elevata a 85.000 euro e nuove semplificazioni fiscali

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Il 1° gennaio 2026 entreranno ufficialmente in vigore le nuove disposizioni fiscali previste per gli enti del Terzo settore, con un impatto diretto sul regime forfettario applicabile a Organizzazioni di Volontariato (ODV) e Associazioni di Promozione Sociale (APS). Il 22 luglio 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare un nuovo Decreto Legislativo destinato a correggere e semplificare le norme fiscali attualmente in vigore, accogliendo le numerose segnalazioni giunte dagli operatori del settore.

Si tratta di una riforma attesa e strategica, che mira a risolvere diverse criticità applicative segnalate in questi anni. L’intervento legislativo non solo razionalizza il quadro normativo per gli enti del Terzo Settore, ma introduce anche importanti semplificazioni fiscali, agevolazioni amministrative e nuove soglie per l’accesso al regime forfettario, uno dei più utilizzati dalle piccole realtà associative per gestire in modo snello le proprie attività economiche.

Questa riforma rappresenta un passo fondamentale verso una maggiore inclusione fiscale degli enti no-profit, offrendo un terreno normativo più chiaro e sostenibile. Ma quali sono, nel concreto, le modifiche introdotte? Quali vantaggi ne derivano per ODV e APS? E cosa cambia per chi vuole usufruire del regime forfettario nel 2026?

In questo articolo analizzeremo in dettaglio tutte le novità previste, soffermandoci sulle soglie di accesso, le nuove regole operative e le implicazioni economico-fiscali per gli enti del Terzo settore.

Nuova soglia a 85.000 euro

Il cuore della riforma approvata dal Governo riguarda l’innalzamento della soglia di ricavi per l’accesso al regime forfettario da parte delle Organizzazioni di Volontariato (ODV) e delle Associazioni di Promozione Sociale (APS). In particolare, l’articolo 2 del nuovo Decreto Legislativo stabilisce una modifica significativa al comma 15-quinquies dell’articolo 5 del Decreto-Legge 146/2021: la precedente soglia di 65.000 euro viene innalzata a 85.000 euro annui.

Questa modifica va letta in parallelo con l’intervento sull’articolo 86 del Codice del Terzo Settore (D.lgs. 117/2017), dove si sostituisce il riferimento ai vecchi limiti di 130.000 euro – soggetti a deroghe comunitarie – con una nuova soglia uniforme di 85.000 euro, in linea con l’armonizzazione europea. Questo significa che, almeno per il momento, gli enti che non superano i 85.000 euro di entrate potranno continuare a operare con esclusione dall’applicazione dell’IVA e beneficiando del regime forfettario agevolato.

Come ha dichiarato il Vice Ministro dell’Economia Maurizio Leo in conferenza stampa, l’obiettivo è duplice: da un lato semplificare gli adempimenti fiscali, e dall’altro rendere più sostenibile la gestione contabile per le realtà associative di piccole e medie dimensioni, che costituiscono la maggioranza degli enti del Terzo Settore.

In pratica, oltre all’innalzamento della soglia, è previsto che ODV e APS siano esonerate dalla certificazione dei corrispettivi, dall’obbligo di registratori di cassa e da altre formalità tipiche delle attività commerciali. Si tratta di un pacchetto di misure che punta a snellire gli oneri amministrativi e a incentivare l’emersione e la formalizzazione delle attività associative sul territorio.

Semplificazioni fiscali 

L’innalzamento della soglia di ricavi per l’accesso al regime forfettario non è l’unico cambiamento rilevante. Il Decreto Legislativo approvato in via preliminare introduce anche ulteriori semplificazioni che riguardano direttamente le modalità di gestione contabile e fiscale delle Organizzazioni di Volontariato (ODV) e delle Associazioni di Promozione Sociale (APS).

In particolare, viene confermata l’esclusione dall’obbligo di utilizzo del registratore di cassa e dalla certificazione dei corrispettivi, due adempimenti spesso percepiti come onerosi e poco compatibili con le dinamiche operative delle piccole realtà associative. Questa misura è strategica perché riduce i costi di gestione e semplifica la rendicontazione, rendendo più accessibile la formalizzazione delle attività da parte di enti che operano a livello territoriale con scarse risorse amministrative.

Rispetto alla normativa precedente, che fissava un tetto più basso e richiedeva comunque una serie di adempimenti, oggi il messaggio è chiaro: lo Stato intende agevolare davvero le associazioni no-profit, valorizzandone il ruolo sociale e incentivando la loro regolarizzazione fiscale.

Tutto questo rappresenta un’opportunità concreta per il Terzo Settore, che potrà contare su una cornice normativa più semplice, sostenibile e coerente con le sue finalità solidaristiche. In un contesto in cui la riforma del Terzo Settore ha suscitato non poche incertezze negli anni precedenti, le nuove soglie e semplificazioni segnano un punto di svolta verso una fiscalità più giusta e proporzionata.

Tetto a 400.000 euro

Accanto alle modifiche destinate agli enti del Terzo Settore, il nuovo Decreto Legislativo chiarisce anche un aspetto rilevante per gli enti sportivi e le associazioni che applicano la Legge 398/1991, un regime fiscale agevolato particolarmente utilizzato nel mondo dell’associazionismo sportivo e culturale. Secondo quanto annunciato dal Viceministro Maurizio Leo, viene infatti elevato il tetto massimo di ricavi per accedere al regime agevolato a 400.000 euro annui.

Questo chiarimento è fondamentale per garantire continuità e certezza normativa a migliaia di associazioni che finora hanno beneficiato della semplificazione contabile e fiscale prevista dalla 398/91. Con questo aggiornamento, si consolida l’intenzione del legislatore di uniformare e rendere più coerente il panorama fiscale applicabile agli enti non commerciali, offrendo una maggiore flessibilità operativa a quelle realtà che, pur superando le soglie del regime forfettario del Terzo Settore, non intendono gestire contabilità complesse da regime ordinario.

La soglia di 400.000 euro rappresenta quindi un punto di equilibrio tra la necessità di monitorare l’attività economica degli enti e la volontà di non penalizzare la crescita delle realtà associative più dinamiche, soprattutto in ambito sportivo e culturale.

È interessante osservare come l’intervento normativo si muova in modo integrato: da un lato semplifica per i piccoli enti del Terzo Settore (ODV e APS), dall’altro tutela le esigenze delle associazioni più strutturate, riconoscendo l’importanza della loro funzione sociale ed economica nel tessuto italiano.

Implicazioni fiscali 

L’innalzamento della soglia a 85.000 euro per l’accesso al regime forfettario e le semplificazioni sugli adempimenti contabili rappresentano per gli enti del Terzo Settore un’opportunità concreta per operare con maggiore sostenibilità economica e minori carichi burocratici. Dal punto di vista fiscale, infatti, queste misure producono effetti immediati e tangibili per le piccole e medie realtà associative.

Innanzitutto, il risparmio sui costi amministrativi è considerevole: non sarà più necessario dotarsi di registratori telematici o sostenere i costi per la certificazione dei corrispettivi, semplificando così la gestione quotidiana. Inoltre, il regime forfettario consente di beneficiare di un’imposizione agevolata basata su una percentuale fissa di redditività, evitando la complessità della determinazione analitica del reddito.

Queste novità potrebbero anche stimolare la regolarizzazione fiscale di molte realtà ancora “invisibili”, che fino ad oggi evitavano la registrazione formale per timore dei costi e della complessità amministrativa. In questo senso, la riforma può diventare uno strumento di inclusione fiscale, contribuendo a portare alla luce una parte significativa del mondo associativo che finora operava informalmente.

Dal punto di vista economico, gli enti avranno più margine di manovra per raccogliere fondi, promuovere progetti e coinvolgere sponsor, potendo contare su un tetto più alto senza perdere le agevolazioni. Questo crea un circolo virtuoso in cui l’accessibilità fiscale diventa leva per lo sviluppo delle attività sociali e culturali, in linea con gli obiettivi generali della riforma del Terzo Settore.

Sostenibilità e trasparenza

Le nuove soglie e semplificazioni introdotte dal Decreto Legislativo del 22 luglio non vanno lette solo come un alleggerimento degli adempimenti burocratici, ma anche come un segnale forte verso una maggiore sostenibilità gestionale e trasparenza operativa degli enti del Terzo Settore. Grazie a queste modifiche, infatti, molte organizzazioni potranno gestire le proprie attività in modo più chiaro, tracciabile e responsabile, anche nei confronti della pubblica amministrazione e dei donatori.

L’eliminazione di alcuni obblighi strumentali – come il registratore di cassa – e l’uniformazione della soglia IVA con quella del regime forfettario, semplificano notevolmente la rendicontazione, evitando il rischio di errori formali o sanzioni derivanti da una normativa eccessivamente frammentata. In questo contesto, la chiarezza normativa diventa uno stimolo alla compliance, e consente agli enti di concentrare le risorse sulla missione sociale, anziché sugli adempimenti burocratici.

Inoltre, la stabilizzazione della soglia a 85.000 euro, in coerenza con quanto previsto a livello europeo, elimina l’incertezza legata alla deroga provvisoria concessa dall’Unione Europea fino al 2019. Questo rende il quadro normativo più prevedibile e stabile, elemento fondamentale per favorire la programmazione pluriennale delle attività e attirare finanziamenti pubblici o privati.

Infine, il nuovo assetto rappresenta un potente incentivo alla trasparenza nei rapporti con la base associativa e con i beneficiari dei progetti, rafforzando la fiducia e la credibilità delle ODV e delle APS sul territorio.

Applicazione del regime

Se da un lato l’innalzamento della soglia a 85.000 euro e le semplificazioni contabili rappresentano un’opportunità rilevante per migliaia di ODV e APS, dall’altro è fondamentale sottolineare che l’ampliamento della platea di enti ammessi al regime forfettario richiederà maggiore attenzione al rispetto delle condizioni previste dalla legge. Con più soggetti che potranno accedere a regimi agevolati, è infatti lecito attendersi un rafforzamento dell’attività di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, finalizzato a prevenire abusi o usi distorti della normativa.

Il regime forfettario, proprio per la sua semplicità, può essere talvolta percepito come un “rifugio fiscale”. Ma è bene ricordare che per beneficiarne è necessario rispettare precisi requisiti soggettivi e oggettivi, come l’iscrizione al Registro Unico del Terzo Settore (RUNTS), lo svolgimento effettivo di attività di interesse generale e l’assenza di finalità lucrative. Inoltre, anche se gli obblighi contabili sono ridotti, la documentazione relativa alle entrate e alle attività associative deve comunque essere conservata e tracciabile, in caso di accertamenti.

Sarà quindi importante che gli enti beneficiari di queste misure investano – anche con l’aiuto di consulenti esperti – in una corretta gestione interna e in un aggiornamento continuo sulla normativa, per evitare errori che potrebbero portare alla perdita delle agevolazioni fiscali o a sanzioni.

In questo scenario, trasparenza e rigore diventano condizioni essenziali per consolidare i benefici ottenuti e costruire un rapporto di fiducia duraturo con le istituzioni fiscali.

Vantaggi principali 

Le modifiche introdotte dal Governo con il nuovo Decreto Legislativo presentano un pacchetto di vantaggi concreti per le Organizzazioni di Volontariato (ODV) e le Associazioni di Promozione Sociale (APS), soprattutto per quelle di piccole e medie dimensioni che rappresentano la stragrande maggioranza del Terzo Settore italiano.

Il primo beneficio evidente è l’aumento della soglia di ricavi a 85.000 euro, che permette a più enti di accedere al regime forfettario, mantenendo l’esenzione IVA e un’imposizione fiscale semplificata. In un contesto in cui molte attività associative sono limitate da vincoli di bilancio, questo maggiore margine può fare la differenza tra continuità operativa e chiusura.

Il secondo vantaggio è la semplificazione degli obblighi contabili e fiscali: l’esonero dalla certificazione dei corrispettivi e dall’uso del registratore di cassa elimina una serie di costi fissi e riduce la necessità di personale amministrativo qualificato. Questo consente di reinvestire tempo e risorse direttamente nelle attività istituzionali, migliorando l’efficacia sul territorio.

Un altro aspetto positivo è la certezza normativa, data dall’allineamento delle soglie con i parametri europei. Questo offre agli enti una maggiore stabilità e la possibilità di programmare le attività a medio-lungo termine, senza il timore di improvvisi cambi normativi o restrizioni retroattive.

Infine, il coordinamento con il regime agevolato previsto dalla Legge 398/1991 e l’elevazione del relativo tetto a 400.000 euro creano un sistema più coerente e accessibile anche per le associazioni che crescono e sviluppano attività più articolate, senza dover subito affrontare il salto nel regime ordinario.

Conclusione

L’innalzamento della soglia a 85.000 euro per l’accesso al regime forfettario, unito alla semplificazione degli obblighi fiscali e contabili per le ODV e le APS, rappresenta un cambiamento sostanziale per il Terzo Settore italiano. Non si tratta solo di un adeguamento tecnico, ma di una scelta politica e strategica che riconosce il ruolo sociale, economico e culturale delle organizzazioni no-profit sul territorio.

Questa riforma, attesa da tempo e sollecitata da più parti, va nella direzione di favorire la legalità, l’inclusione e la trasparenza, senza penalizzare l’operatività di chi svolge attività di interesse generale. Semplificare non significa abbassare la guardia, ma creare condizioni più eque e sostenibili affinché le associazioni possano svilupparsi, pianificare progetti e offrire servizi alla comunità in modo strutturato.

Con il nuovo quadro normativo in vigore dal 1° gennaio 2026, il Terzo Settore avrà a disposizione strumenti più chiari e vantaggiosi per crescere, accedere a nuove fonti di finanziamento e interagire con la pubblica amministrazione in un contesto normativo più stabile.

Il passo successivo, ora, sarà monitorare l’attuazione concreta di queste disposizioni e garantire che gli enti siano messi nelle condizioni di comprenderle e applicarle correttamente, magari con l’aiuto di professionisti del settore. Solo così la riforma potrà raggiungere pienamente i suoi obiettivi: valorizzare il no-profit italiano e rafforzarne l’impatto sociale.

Bando Inail Bric 2025: 14 milioni di euro per la ricerca su salute e sicurezza tra imprese e università

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In un panorama economico e industriale in continua evoluzione, l’innovazione in tema di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro non è solo un obbligo normativo, ma una vera e propria leva strategica per la competitività. È in quest’ottica che si inserisce il Bando BRIC 2025 (Bando Ricerca INAIL Collaborativa), promosso dall’INAIL con un finanziamento complessivo di 14.244.000 euro per progetti di ricerca scientifica applicata. Si tratta di un’opportunità straordinaria per imprese, università, enti di ricerca e strutture sanitarie, che intendono sviluppare soluzioni innovative, tecnologiche e organizzative volte a migliorare la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.

Il bando è stato pensato per stimolare la collaborazione tra pubblico e privato, con particolare attenzione all’applicazione pratica dei risultati. Una chiamata concreta a trasformare la ricerca scientifica in strumenti operativi, capaci di migliorare la qualità del lavoro e la tutela dei lavoratori, in linea con le priorità strategiche dell’INAIL.

L’obiettivo è duplice: da un lato incentivare l’innovazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro, dall’altro creare connessioni virtuose tra imprese e mondo accademico, facilitando il trasferimento tecnologico e lo sviluppo di soluzioni concrete.

Ma chi può partecipare? Quali sono i progetti finanziabili? Come si accede al contributo? Scopriamolo nei prossimi paragrafi, con tutti i dettagli tecnici, normativi e pratici utili a non perdere questa occasione di finanziamento pubblico a fondo perduto.

Requisiti e modalità

Partecipare al Bando INAIL BRIC 2025 rappresenta un’opportunità concreta per università, enti pubblici di ricerca e IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) interessati a sviluppare progetti innovativi sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, l’accesso al finanziamento è regolato da criteri stringenti, pensati per garantire la qualità scientifica e l’effettiva applicabilità dei progetti.

Ogni proposta progettuale deve avere una durata biennale e prevedere un cofinanziamento pari almeno al 40% del costo complessivo, a carico sia del soggetto proponente che dei partner coinvolti. È inoltre fondamentale che i progetti siano inediti: non sono ammessi progetti già finanziati da INAIL o da altri enti pubblici. Ogni soggetto istituzionale potrà presentare un massimo di tre proposte, anche in partenariato.

La domanda di partecipazione dovrà essere inoltrata esclusivamente online, attraverso l’applicativo “Bando BRIC” disponibile nei servizi online dell’INAIL. La piattaforma sarà attiva dal 4 agosto al 6 ottobre 2025 (ore 14:00). Per l’accesso, è obbligatorio l’uso di SPID, CIE o CNS. Una volta completata la procedura, il sistema rilascerà una ricevuta elettronica, valida come prova dell’avvenuta presentazione.

Le proposte verranno valutate da commissioni tecnico-scientifiche indipendenti, che analizzeranno originalità, trasferibilità dei risultati, qualità dei partner e livello di cofinanziamento. Solo le proposte che raggiungeranno almeno 50 punti su 100 saranno ammesse al finanziamento.

Per eventuali chiarimenti, è attivo l’indirizzo email helpbric@inail.it dal 26 agosto 2025, mentre la richiesta di assistenza potrà essere inviata entro le ore 14:00 del 29 settembre 2025.

Vantaggi

Il Bando BRIC 2025 non è rivolto esclusivamente al mondo accademico e agli enti di ricerca: è prevista anche la partecipazione attiva delle imprese private, a patto che rispettino precisi requisiti e modalità di selezione. Anche se le imprese non possono ricevere finanziamenti diretti né fornire beni o servizi a titolo oneroso all’interno dei progetti finanziati, il loro coinvolgimento ha un forte valore aggiunto nella composizione delle proposte e viene incentivato tramite un punteggio premiale.

Le imprese ammesse alla partecipazione devono possedere una stabile organizzazione in Italia e non devono avere impedimenti a contrattare con la Pubblica Amministrazione (come previsto dall’art. 80 del D.lgs. 50/2016). Inoltre, il loro inserimento nei progetti deve avvenire attraverso una manifestazione pubblica di interesse, lanciata dagli enti proponenti, in modo da garantire trasparenza e parità di accesso.

Il contributo delle imprese, se adeguatamente strutturato, può aumentare il punteggio complessivo della proposta progettuale, in particolare quando l’impresa coinvolta possiede la certificazione di parità di genere. Questo aspetto rappresenta una concreta leva per promuovere non solo l’innovazione in ambito salute e sicurezza, ma anche una maggiore equità e inclusione all’interno dei processi aziendali.

Questa apertura al mondo imprenditoriale rende il BRIC 2025 un esempio concreto di ricerca collaborativa pubblico-privata, capace di generare impatti positivi sia scientifici che socio-economici.

Innovazione, salute e sicurezza al centro

Il Bando BRIC 2025 promuove una ricerca scientifica applicata altamente specializzata, finalizzata alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Gli ambiti finanziabili sono stati individuati sulla base delle priorità strategiche dell’INAIL e rispecchiano le sfide più attuali in tema di salute, sicurezza e benessere nei contesti lavorativi. I progetti dovranno proporre soluzioni innovative, con un impatto concreto e misurabile, sia sul piano tecnico che organizzativo.

I principali assi tematici su cui dovranno concentrarsi i progetti includono:

  • Nuove tecnologie per la prevenzione: sviluppo e sperimentazione di strumenti digitali, sensori, intelligenza artificiale, robotica e automazione applicati alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

  • Salute occupazionale e malattie professionali: studi su patologie emergenti, anche in ottica di medicina del lavoro, valutazione del rischio chimico, fisico, biologico.

  • Organizzazione del lavoro e fattori psicosociali: analisi dei modelli organizzativi, smart working, stress lavoro-correlato, fattori di rischio psicosociali.

  • Riabilitazione e reinserimento lavorativo: progettazione di percorsi di reinserimento personalizzati per lavoratori infortunati o affetti da malattie professionali.

  • Sicurezza in ambito sanitario e sociosanitario: interventi specifici per la tutela di operatori sanitari e socio-assistenziali, anche alla luce delle esperienze post-pandemiche.

Tutti i progetti devono presentare un elevato livello di trasferibilità dei risultati, ovvero la capacità di essere replicati in altri contesti e settori produttivi. Questo approccio consente non solo di ampliare l’impatto della ricerca, ma anche di valorizzare il finanziamento pubblico con effetti a lungo termine sul sistema produttivo e sanitario italiano.

Criteri, punteggi e graduatorie finali

Uno degli aspetti centrali del Bando BRIC 2025 è il processo di valutazione tecnico-scientifica delle proposte progettuali. A questo scopo, l’INAIL ha previsto la costituzione di commissioni composte da esperti qualificati, con il compito di esaminare ogni proposta in maniera imparziale, trasparente e rigorosa. I criteri di valutazione sono strutturati per premiare non solo la qualità scientifica, ma anche l’effettiva applicabilità e utilità dei risultati attesi.

I progetti saranno valutati secondo i seguenti criteri principali:

  • Originalità e innovatività del progetto;

  • Rilevanza rispetto agli obiettivi strategici dell’INAIL;

  • Trasferibilità e replicabilità dei risultati;

  • Completezza e chiarezza della proposta tecnico-scientifica;

  • Qualità e coerenza del partenariato;

  • Adeguatezza del piano economico-finanziario;

  • Percentuale di cofinanziamento offerto dai proponenti;

  • Partecipazione di imprese, in particolare certificate per la parità di genere.

Ogni proposta riceverà un punteggio massimo di 100 punti. Per essere ammessi al finanziamento, è necessario ottenere almeno 50 punti. I progetti saranno inseriti in una graduatoria, dalla quale l’INAIL selezionerà i beneficiari fino a esaurimento dei fondi disponibili.

Il coinvolgimento di imprese con certificazioni in ambito ESG (come la parità di genere) potrà costituire un vantaggio competitivo rilevante. Analogamente, una struttura progettuale chiara, multidisciplinare e ben cofinanziata sarà maggiormente premiata.

Al termine del processo, le graduatorie saranno pubblicate online sui canali ufficiali INAIL, rendendo trasparenti le assegnazioni e facilitando eventuali ricorsi o osservazioni.

Vantaggi economici

Partecipare al Bando INAIL BRIC 2025 offre numerosi vantaggi, non solo in termini di accesso a finanziamenti pubblici per la ricerca, ma anche in ottica strategica, fiscale e reputazionale. Anche per le imprese che non ricevono contributi diretti, il coinvolgimento in progetti BRIC può tradursi in opportunità significative di crescita, visibilità e innovazione.

1. Accesso a finanziamenti pubblici per la ricerca

Per università, enti di ricerca e IRCCS, il bando rappresenta un canale di cofinanziamento sicuro e regolamentato per progetti già in pipeline o da sviluppare in sinergia con il mondo produttivo. Con oltre 14 milioni di euro a disposizione, il BRIC 2025 si conferma uno degli strumenti più importanti per la promozione della ricerca applicata nel campo della sicurezza.

2. Benefici fiscali indiretti per le imprese

Le imprese coinvolte nei progetti, pur non ricevendo fondi, possono sostenere spese per attività di ricerca e sviluppo che rientrano tra quelle agevolabili fiscalmente (es. credito d’imposta R&S, secondo l’art. 1, commi 198-209, Legge 160/2019 e successive modifiche). Inoltre, la partecipazione a progetti di ricerca consente di documentare attività innovative ai fini di rating di legalità e accesso agevolato al credito.

3. Crescita reputazionale e posizionamento ESG

L’adesione a un progetto di ricerca in collaborazione con enti pubblici, e in particolare con l’INAIL, costituisce un plus reputazionale notevole. Questo è ancor più vero per le aziende con certificazione di parità di genere, che possono beneficiare di punteggi aggiuntivi e valorizzare il proprio impegno ESG nelle rendicontazioni non finanziarie.

4. Innovazione e trasferimento tecnologico

Infine, uno dei vantaggi più rilevanti è la possibilità di accedere a risultati di ricerca avanzati, sviluppati in collaborazione con università e centri di eccellenza. Ciò si traduce in un vantaggio competitivo diretto nella gestione della sicurezza, nell’organizzazione del lavoro e nella progettazione di soluzioni innovative per il proprio settore.

Scadenze, assistenza e documentazione

Per garantire la validità della candidatura al Bando INAIL BRIC 2025, è essenziale seguire con attenzione le scadenze ufficiali e preparare correttamente tutta la documentazione richiesta, utilizzando i canali istituzionali indicati da INAIL. Il rispetto di questi passaggi è fondamentale per non incorrere in esclusioni o irregolarità.

Scadenze operative

La presentazione delle domande sarà possibile dal 4 agosto 2025 e si chiuderà improrogabilmente alle ore 14:00 del 6 ottobre 2025. La finestra temporale è di circa due mesi, ma è altamente consigliato non attendere gli ultimi giorni per la trasmissione della domanda, al fine di evitare problemi tecnici o ritardi.

Tutti i proponenti dovranno accedere alla piattaforma INAIL “Bando BRIC” utilizzando una delle seguenti credenziali:

  • SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale)

  • CIE (Carta d’Identità Elettronica)

  • CNS (Carta Nazionale dei Servizi)

Al termine della compilazione, la piattaforma rilascerà una ricevuta elettronica che costituisce prova ufficiale dell’avvenuta trasmissione.

Assistenza tecnica e chiarimenti

Per dubbi e problematiche tecniche relative alla compilazione e all’invio della domanda, è disponibile un servizio di assistenza via email:

Tutti i quesiti dovranno essere inviati entro le ore 14:00 del 29 settembre 2025, data ultima per richiedere chiarimenti ufficiali. Le risposte verranno fornite direttamente via mail o pubblicate sotto forma di FAQ, se di interesse generale.

Documentazione necessaria

Al momento della candidatura, sarà richiesto il progetto tecnico-scientifico completo, corredato da:

  • piano economico-finanziario dettagliato;

  • dichiarazioni di impegno al cofinanziamento;

  • schede anagrafiche dei partner;

  • documentazione comprovante eventuali certificazioni (es. parità di genere);

  • eventuali lettere di intenti con imprese coinvolte.

Tutti i documenti devono essere firmati digitalmente e caricati in formato PDF/A. Il mancato invio di anche solo uno di questi allegati comporta l’inammissibilità della domanda.

Strategie operative

La partecipazione al Bando INAIL BRIC 2025 non garantisce automaticamente il finanziamento: la concorrenza tra enti e progetti è elevata e la selezione è rigorosa. Per questo è fondamentale adottare fin da subito una strategia progettuale efficace, che consenta di massimizzare il punteggio ottenibile e distinguersi nella graduatoria finale.

Ecco alcune buone pratiche operative per aumentare le possibilità di successo:

1. Progetto mirato, concreto e allineato alle priorità INAIL

È essenziale che la proposta sia perfettamente in linea con gli assi tematici e gli obiettivi strategici definiti dall’INAIL. Evita progetti troppo teorici o generici: punta su soluzioni applicabili, trasferibili e ad alto impatto operativo, possibilmente supportate da studi preliminari o prototipi.

2. Partnership solide e multidisciplinari

Coinvolgere partner qualificati, sia accademici che imprenditoriali, può fare la differenza. Scegli enti con comprovata esperienza nel settore e imprese che apportino valore concreto (dati, test, contesti reali). La multidisciplinarità è un vantaggio: affiancare competenze ingegneristiche, mediche e sociali rafforza la proposta.

3. Cofinanziamento significativo

Il punteggio aumenta proporzionalmente al livello di cofinanziamento offerto. Offrire un cofinanziamento superiore al minimo richiesto (40%) è un chiaro segnale di impegno e interesse reale per il progetto, molto apprezzato in sede di valutazione.

4. Documentazione impeccabile

Una proposta forte può essere compromessa da errori formali. Assicurati che tutta la documentazione sia:

  • completa,

  • firmata digitalmente,

  • coerente nei contenuti tecnici ed economici.

Verifica ogni allegato, anche dal punto di vista della forma (nominativi, date, codici fiscali, protocolli, ecc.).

5. Certificazioni e valori ESG

Se nel team di progetto sono coinvolte imprese con certificazione di parità di genere, assicurati di documentarlo. Questo elemento consente di ottenere punteggi aggiuntivi. Lo stesso vale per imprese impegnate in iniziative di responsabilità sociale e sostenibilità.

6. Tempismo e revisione finale

Non aspettare l’ultimo momento. Carica la proposta con qualche giorno di anticipo per evitare imprevisti. Fai inoltre revisionare il progetto da una figura esterna, come un commercialista o consulente esperto, per correggere eventuali incoerenze o refusi.

Conclusione

Il Bando INAIL BRIC 2025 rappresenta una delle iniziative pubbliche più rilevanti per promuovere ricerca scientifica collaborativa, innovazione tecnologica e miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Con oltre 14 milioni di euro stanziati, il bando non è solo una fonte di finanziamento, ma un’opportunità strategica per rafforzare le sinergie tra università, enti pubblici di ricerca, strutture sanitarie e imprese.

Partecipare a questo bando significa entrare in un ecosistema virtuoso dove la conoscenza accademica incontra le esigenze pratiche del mondo del lavoro. È un’occasione per sviluppare soluzioni concrete, trasferibili e ad alto impatto, con vantaggi tangibili anche per le imprese coinvolte, che possono così valorizzare il proprio impegno in ambito ESG, innovazione e sostenibilità.

Chi intende presentare una proposta deve agire con tempestività, rigore e visione strategica, curando non solo gli aspetti tecnici del progetto, ma anche la qualità del partenariato e l’allineamento con le priorità dell’INAIL. I progetti ben strutturati, multidisciplinari e coerenti con le finalità del bando avranno maggiori probabilità di ottenere il finanziamento.

Se hai bisogno di supporto nella redazione del progetto, nella verifica dei requisiti o nella fase di invio telematico, un commercialista esperto in finanza agevolata può essere il partner ideale per non perdere questa occasione.

Sport Bonus 2025: credito d’imposta al 65% per le imprese – Scadenze, requisiti e guida completa

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Il credito d’imposta Sport Bonus 2025 rappresenta un’opportunità concreta per tutte le imprese italiane che vogliono contribuire allo sviluppo dell’impiantistica sportiva pubblica e, allo stesso tempo, ottenere un vantaggio fiscale diretto. Dopo il successo delle precedenti edizioni, anche per l’anno 2025 il legislatore ha confermato l’incentivo, introducendo però una novità importante: potranno beneficiarne solo le imprese e non più anche le persone fisiche o enti non commerciali.

Si tratta di un incentivo di grande interesse sia per le aziende con forte responsabilità sociale, sia per quelle che vogliono ottimizzare il carico fiscale in maniera perfettamente legale, sfruttando un credito d’imposta che può arrivare fino al 65% dell’importo erogato. L’obiettivo del Governo è duplice: sostenere il patrimonio sportivo nazionale e coinvolgere il mondo imprenditoriale in un processo virtuoso di investimento.

La prima finestra temporale utile per accedere al bonus si chiuderà il 10 settembre 2025. Chi effettuerà l’erogazione liberale entro quella data e secondo le regole previste, potrà beneficiare del credito d’imposta già nella dichiarazione dei redditi 2026, abbattendo in modo significativo l’imponibile fiscale.

In questo articolo vedremo chi può accedere, quali sono le regole da rispettare, le modalità di erogazione, i limiti di spesa e gli adempimenti burocratici da seguire per non perdere il diritto al beneficio.

Erogazioni entro il 10 settembre

La prima finestra temporale dello Sport Bonus 2025 si è ufficialmente chiusa lo scorso 30 giugno, e il Dipartimento per lo Sport ha già pubblicato l’elenco dei soggetti ammessi al beneficio. Le imprese che risultano ammesse hanno ora tempo fino al 10 settembre 2025 per effettuare le erogazioni liberali in denaro a favore di interventi su impianti sportivi pubblici, esistenti o da realizzare.

Ma attenzione: per ottenere il credito d’imposta fino al 65% è fondamentale rispettare le modalità operative previste. Le erogazioni devono essere eseguite utilizzando strumenti tracciabili, come bonifico bancario, bollettino postale, carte di pagamento o assegni.

Inoltre, dopo il versamento, le imprese dovranno caricare sulla piattaforma del Dipartimento, in un unico file PDF, due documenti essenziali:

  1. La quietanza di pagamento, con causale: “Sport Bonus 2025 – 1^ finestra – [numero seriale assegnato]”, e con evidenza di CRO o TRN;

  2. La dichiarazione dell’Ente beneficiario, che attesti l’avvenuta ricezione della somma.

Solo le imprese che completeranno correttamente questa procedura verranno inserite in un elenco trasmesso all’Agenzia delle Entrate, la quale provvederà a inserire gli importi nei rispettivi cassetti fiscali. Il credito sarà poi utilizzabile esclusivamente in compensazione, tramite modello F24 e servizi telematici, ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. 241/1997. L’uso di modalità diverse comporta il rifiuto automatico del versamento.

Infine, il Dipartimento pubblicherà sul proprio sito l’elenco ufficiale delle imprese beneficiarie del credito d’imposta, solo dopo conferma dell’inserimento da parte dell’Agenzia.

Regole per le imprese

La Legge di Bilancio 2025 ha prorogato anche per quest’anno la possibilità di ottenere il credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali destinate alla manutenzione, riqualificazione o realizzazione di impianti sportivi pubblici. A differenza degli anni precedenti, il beneficio è riservato esclusivamente alle imprese, escluse quindi persone fisiche e altri soggetti non commerciali.

La seconda finestra operativa, come stabilito dal DPCM 30 aprile 2019, si aprirà il 15 ottobre 2025. Le imprese avranno 30 giorni di tempo per presentare domanda di ammissione tramite l’apposita piattaforma online del Dipartimento per lo Sport, seguendo le istruzioni dettagliate contenute nella guida disponibile nell’area dedicata del portale istituzionale (in attesa della pubblicazione dell’avviso ufficiale).

L’incentivo è soggetto a precise condizioni:

  • Il credito d’imposta può essere richiesto solo per importi che non superano il 10‰ (dieci per mille) dei ricavi annui dell’impresa, riferiti all’anno 2024.

  • Il plafond complessivo disponibile per tutte le imprese è pari a 10 milioni di euro per l’anno 2025.

  • Il credito spettante sarà utilizzabile in tre quote annuali di pari importo, tramite modello F24 in compensazione.

Una volta effettuata l’erogazione e ottenuta la relativa certificazione da parte dell’ente beneficiario, il Dipartimento autorizzerà formalmente l’impresa alla fruizione del credito, inoltrando i dati all’Agenzia delle Entrate, che li renderà visibili nel cassetto fiscale del contribuente.

Questo meccanismo premia le imprese che scelgono di sostenere lo sport pubblico, combinando vantaggi fiscali e responsabilità sociale.

Guida pratica 

Per accedere al credito d’imposta Sport Bonus 2025, le imprese interessate devono presentare domanda di ammissione attraverso l’apposita piattaforma online predisposta dal Dipartimento per lo Sport. La seconda finestra sarà attiva, salvo modifiche, a partire dal 15 ottobre 2025, e sarà possibile inviare le domande fino al 14 novembre 2025, ovvero entro 30 giorni dall’apertura.

La procedura passo dopo passo:

  1. Accesso alla piattaforma: l’impresa (o un soggetto delegato) dovrà autenticarsi tramite SPID, CIE o CNS.

  2. Compilazione della domanda: è necessario inserire i dati dell’impresa, i ricavi dichiarati per l’anno 2024 (per il calcolo del 10‰), l’importo che si intende erogare e i dati dell’ente destinatario del contributo.

  3. Invio della domanda: una volta completata, la domanda va inviata tramite la piattaforma. Il sistema genererà un numero seriale identificativo, che dovrà essere riportato nella causale del versamento.

Una volta ottenuta l’autorizzazione dal Dipartimento, l’impresa potrà effettuare l’erogazione liberale. Entro il termine stabilito, andrà poi caricato un file PDF unico contenente:

  • La quietanza del pagamento, con causale obbligatoria: “Sport Bonus 2025 – 2^ finestra – [numero seriale]” e indicazione del CRO o TRN;

  • La dichiarazione dell’ente beneficiario, che attesti l’effettiva ricezione della somma.

È fondamentale rispettare tutte le istruzioni presenti nella guida operativa disponibile sul sito del Dipartimento per evitare rigetti della domanda o perdita del beneficio. Solo le imprese che completeranno correttamente ogni fase verranno ammesse alla fruizione del credito d’imposta in compensazione, previa comunicazione all’Agenzia delle Entrate.

Vantaggi fiscali

Aderire allo Sport Bonus 2025 rappresenta per le imprese una scelta strategica sotto molteplici punti di vista: fiscale, economico, reputazionale. Il primo e più evidente vantaggio è senza dubbio di tipo fiscale: grazie a questo incentivo, le imprese possono recuperare fino al 65% dell’importo erogato, sotto forma di credito d’imposta da utilizzare in compensazione, suddiviso in tre quote annuali di pari importo. In pratica, un’erogazione liberale di 30.000 euro può generare un beneficio fiscale complessivo di 19.500 euro, distribuibile in tre anni.

Dal punto di vista economico-finanziario, questa agevolazione consente di ottimizzare la pianificazione fiscale dell’impresa, riducendo il carico tributario in modo assolutamente legale e trasparente. Inoltre, trattandosi di somme erogate liberamente, l’impresa mantiene piena discrezionalità nella scelta dell’intervento sportivo da sostenere, a seconda delle proprie logiche territoriali o di marketing.

Ma non è tutto. Partecipare allo Sport Bonus consente all’azienda di rafforzare la propria reputazione aziendale, in quanto l’iniziativa rientra pienamente tra le azioni di responsabilità sociale d’impresa (CSR). Contribuire allo sviluppo o alla riqualificazione di impianti sportivi pubblici significa investire nel benessere collettivo, nella salute, nell’inclusione sociale e nei valori positivi legati allo sport.

Infine, va ricordato che l’elenco delle imprese beneficiarie viene pubblicato ufficialmente sul sito del Dipartimento per lo Sport, con evidente ritorno di visibilità positiva anche in ottica comunicativa e promozionale.

Sport Bonus 2025

Lo Sport Bonus 2025 trova la sua base normativa nell’art. 1, commi da 621 a 626 della Legge 30 dicembre 2018, n. 145 (Legge di Bilancio 2019), che ha istituito per la prima volta questo meccanismo di incentivo fiscale finalizzato a sostenere il settore sportivo pubblico. Tale misura è stata confermata e rifinanziata anche nelle successive Leggi di Bilancio, fino alla proroga prevista per il 2025.

A disciplinare modalità, termini e criteri di accesso è intervenuto il DPCM 30 aprile 2019, tuttora vigente, che ha definito il funzionamento delle due finestre temporali annuali, le modalità di presentazione delle domande, l’erogazione dei contributi e le procedure per la fruizione del credito d’imposta.

In particolare, secondo la normativa:

  • Le erogazioni devono essere finalizzate esclusivamente alla manutenzione, al restauro o alla realizzazione di impianti sportivi pubblici;

  • Il credito d’imposta è concesso nei limiti del 10 per mille dei ricavi annui dell’impresa;

  • Il tetto complessivo annuo stanziato per il bonus è pari a 10 milioni di euro;

  • Il beneficio è concesso solo a imprese, come chiarito nella Legge di Bilancio 2025, escludendo persone fisiche ed enti non commerciali.

Il Dipartimento per lo Sport (Presidenza del Consiglio dei Ministri) è l’ente responsabile per la gestione amministrativa e per la pubblicazione degli elenchi, mentre il credito fiscale viene gestito tecnicamente dall’Agenzia delle Entrate, attraverso i cassetti fiscali delle imprese beneficiarie.

Questa sinergia tra legislazione e operatività tecnica garantisce trasparenza e tracciabilità, rendendo lo Sport Bonus uno strumento sicuro ed efficace per sostenere progetti ad alto valore sociale.

Errori da evitare

Sebbene lo Sport Bonus 2025 rappresenti un’opportunità fiscale concreta, sono molte le imprese che, per inesperienza o disattenzione, rischiano di perdere l’accesso al beneficio. La normativa e le procedure, infatti, prevedono una serie di adempimenti formali precisi che, se non rispettati puntualmente, possono determinare l’inammissibilità della domanda o il rigetto del credito di imposta da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Ecco i principali errori da evitare:

  1. Erogazioni effettuate prima dell’autorizzazione: l’impresa deve attendere l’ammissione ufficiale prima di versare l’erogazione liberale. Versamenti anticipati o non autorizzati non danno diritto al credito.

  2. Utilizzo di strumenti di pagamento non tracciabili: il pagamento deve avvenire esclusivamente tramite bonifico bancario, bollettino postale, carte di credito/debito/prepagate o assegni, tutti con tracciabilità certa. Sono esclusi contanti o pagamenti tramite conti non intestati all’impresa.

  3. Causale errata o incompleta: è obbligatorio inserire la dicitura completa nella causale del versamento: “Sport Bonus 2025 – 1^ (o 2^) finestra – [numero seriale assegnato]” con indicazione del CRO o TRN. Errori o omissioni nella causale rendono il pagamento non valido ai fini fiscali.

  4. Documentazione incompleta o caricata fuori termine: il file PDF unico contenente la quietanza di pagamento e la dichiarazione dell’ente beneficiario deve essere caricato entro i termini stabiliti, nella sezione “Messaggi” → “Allegati” della piattaforma. File separati, mancanti o caricati in ritardo possono invalidare l’intera procedura.

  5. Compensazione del credito con modalità errate: il credito d’imposta può essere utilizzato esclusivamente in compensazione tramite modello F24 telematico. L’utilizzo di canali non telematici comporta il rifiuto automatico dell’F24.

Per evitare questi errori, è consigliabile affidarsi a un commercialista esperto o a un consulente fiscale con comprovata esperienza nelle pratiche di agevolazione e nei rapporti con l’Agenzia delle Entrate.

Casi pratici e buone prassi

Negli anni precedenti, molte imprese hanno aderito allo Sport Bonus non solo per ottenere un vantaggio fiscale, ma anche per costruire un legame con il territorio, migliorare la propria immagine aziendale e promuovere valori legati allo sport, al benessere e all’inclusione sociale.

Un esempio virtuoso arriva da una media impresa manifatturiera lombarda, che nel 2023 ha destinato un’erogazione liberale di 50.000 euro per la riqualificazione del campo sportivo comunale del proprio territorio. Grazie allo Sport Bonus, ha recuperato 32.500 euro di credito d’imposta (65%), da spalmare in tre anni, riducendo il proprio carico fiscale e consolidando la propria reputazione come impresa attenta alla comunità locale.

Un altro caso interessante riguarda una PMI del settore agroalimentare in Emilia-Romagna, che ha scelto di sostenere la costruzione di una nuova palestra pubblica in collaborazione con il Comune, con un’erogazione da 20.000 euro. L’iniziativa è stata raccontata attraverso i canali social e sul sito aziendale, generando visibilità positiva e rafforzando il brand presso i clienti e fornitori.

Tra le buone prassi più frequenti, possiamo segnalare:

  • Pianificazione preventiva con il supporto del commercialista, per calcolare correttamente il 10‰ dei ricavi 2024 e determinare l’importo massimo erogabile.

  • Verifica anticipata degli enti beneficiari più in linea con la mission aziendale (es. impianti sportivi scolastici, palestre comunali, centri polisportivi).

  • Comunicazione trasparente dell’iniziativa sui canali ufficiali (newsletter, sito web, social), trasformando l’erogazione in un’azione di marketing etico.

Questi esempi dimostrano come lo Sport Bonus non sia solo una misura fiscale, ma un’opportunità per le imprese di creare valore condiviso, rafforzando al tempo stesso il proprio posizionamento competitivo.

Conclusione

Lo Sport Bonus 2025 si conferma come una misura fiscale di grande interesse per le imprese italiane, capace di unire vantaggi economici e impegno sociale. In un contesto economico complesso, strumenti come questo permettono alle aziende non solo di ridurre legalmente il carico fiscale, ma anche di valorizzare il proprio brand attraverso iniziative ad alto impatto territoriale.

La possibilità di ottenere un credito d’imposta pari al 65%, con un tetto di spesa ben definito (10 per mille dei ricavi annui), e con la garanzia della tracciabilità e della trasparenza offerte dal Dipartimento per lo Sport e dall’Agenzia delle Entrate, rende questa agevolazione una leva strategica per chi vuole investire con intelligenza e lungimiranza.

Le imprese interessate devono però agire con tempestività e precisione: la prima finestra si chiude il 10 settembre, mentre la seconda si apre il 15 ottobre 2025. È fondamentale pianificare fin da subito l’erogazione, verificare i limiti e preparare correttamente la documentazione, magari con il supporto di un professionista esperto.

In un momento storico in cui la responsabilità sociale d’impresa diventa un valore sempre più riconosciuto e premiato dal mercato, aderire allo Sport Bonus significa investire nel futuro dello sport, della collettività e della propria sostenibilità fiscale.

Rottamazione Quinquies 2026: chi sarà escluso e cosa cambia rispetto alle vecchie sanatorie

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La Legge di Bilancio 2026 si prepara a introdurre una nuova versione della definizione agevolata dei debiti fiscali, meglio conosciuta come Rottamazione Quinquies. Un’occasione, almeno sulla carta, per chi ha pendenze con il Fisco di mettersi in regola usufruendo di uno sconto su sanzioni e interessi. Ma non sarà una sanatoria per tutti: l’Agenzia delle Entrate e il Governo intendono adottare criteri più stringenti per escludere i contribuenti che hanno già abusato delle precedenti rottamazioni, quelli che, pur avendo aderito in passato, non hanno poi rispettato gli impegni presi.

Una scelta politica e tecnica che sta già facendo discutere, perché apre la porta a una rottamazione selettiva, con l’obiettivo di premiare i contribuenti corretti e scoraggiare comportamenti opportunistici. E non mancano i dubbi: su quali basi saranno stabilite le esclusioni? Come verrà definito un “utilizzatore seriale” della rottamazione? E, soprattutto, quali sono le alternative per chi resta fuori?

In questo articolo approfondiamo chi rischia di essere escluso dalla Rottamazione Quinquies, quali saranno i criteri di selezione, e quali strategie fiscali possono aiutare a ridurre il peso delle cartelle esattoriali, anche in assenza di sanatorie.

Conferme ufficiali e prime anticipazioni

La Rottamazione Quinquies sarà una delle novità fiscali più discusse della prossima Legge di Bilancio 2026. A confermare l’intenzione del Governo di inserire la misura nel testo è stato Massimo Garavaglia, Presidente della Commissione Finanze del Senato, durante i lavori di proroga della riforma fiscale. Garavaglia ha dichiarato che il disegno di legge è pronto per essere chiuso a settembre, così da integrarlo nel pacchetto finanziario di fine anno.

Ma non sarà una rottamazione come le precedenti. Il nuovo intervento punta a diventare più selettivo e rigido: lo ha confermato anche il Viceministro all’Economia, Maurizio Leo, che ha sottolineato come la Rottamazione Quinquies debba convivere con altre misure fiscali, come il taglio dell’IRPEF per il ceto medio, tenendo conto delle risorse pubbliche disponibili. In questo contesto, non tutti i contribuenti potranno accedere al beneficio.

La vera novità, infatti, è l’introduzione di criteri di meritevolezza per l’accesso alla rottamazione. I cosiddetti “rottamatori seriali“, ovvero quei soggetti che hanno già aderito a più rottamazioni senza mai completare i pagamenti, potrebbero essere esclusi. Il Governo intende così scoraggiare gli abusi del sistema, da parte di chi ha usato le precedenti edizioni della sanatoria soltanto per bloccare temporaneamente pignoramenti, fermi amministrativi e altre azioni esecutive.

La Rottamazione Quinquies si preannuncia quindi come una misura più equa ma anche più restrittiva, che potrebbe ridefinire il rapporto tra contribuenti e Fisco in modo significativo.

Chi sarà escluso

Uno dei tratti distintivi della Rottamazione Quinquies, rispetto alle precedenti definizioni agevolate, sarà la selezione dei beneficiari in base alla loro condotta fiscale passata. Il nuovo meccanismo introdurrà un concetto mai applicato prima: quello di “contribuente non meritevole”. A essere esclusi dalla sanatoria saranno, infatti, tutti coloro che negli anni hanno aderito alle precedenti rottamazioni (come la Rottamazione-ter o la Quater) senza però completare i pagamenti o regolarizzare stabilmente la propria posizione con il Fisco.

Il profilo più a rischio è quello dei cosiddetti “rottamatori seriali”: contribuenti che hanno utilizzato le sanatorie per congelare temporaneamente il debito, evitando azioni esecutive come pignoramenti e fermi amministrativi, salvo poi non onorare le rate previste. Secondo l’impostazione in discussione in Senato, questo comportamento sarà ora penalizzato, con una esclusione automatica dalla nuova definizione agevolata.

È un cambiamento importante, che riflette un orientamento più rigoroso da parte dello Stato: le sanatorie non possono più essere usate come strumenti di rinvio sistematico, ma devono essere riservate a chi dimostra la volontà concreta di saldare i propri debiti. In tal senso, il criterio della “meritevolezza” verrà probabilmente collegato alla storia dei pagamenti pregressi e alla condotta fiscale documentabile del contribuente.

Questo approccio, se da un lato punta a rafforzare il senso di equità tra i cittadini, dall’altro pone nuove sfide interpretative e operative: quali saranno i parametri precisi per stabilire la non meritevolezza? Verrà considerato il numero di adesioni, le somme non pagate, o altri indicatori? Tutto è ancora da definire nei dettagli.

Le regole per i debiti rilevanti

Tra le novità più significative della Rottamazione Quinquies in arrivo con la Legge di Bilancio 2026 c’è l’introduzione di un anticipo obbligatorio per i contribuenti con debiti fiscali di importo superiore a 50.000 euro. Si tratta di una misura pensata per rafforzare l’impegno del contribuente e ridurre il rischio di adesioni “strategiche” con il solo scopo di sospendere le attività di riscossione. Secondo le prime ipotesi emerse in Senato, l’anticipo potrebbe essere pari fino al 5% del debito totale da versare immediatamente al momento dell’adesione.

Questa formula servirebbe da “garanzia” iniziale per confermare la serietà dell’intento del contribuente. A differenza delle rottamazioni precedenti, dove spesso i primi versamenti erano dilazionati nei mesi successivi, ora si pensa a una partecipazione attiva e immediata al piano.

Per quanto riguarda la rateizzazione, il nuovo schema dovrebbe prevedere un piano decennale con 120 rate mensili, ovvero fino a 10 anni per completare il pagamento. Un lasso di tempo piuttosto ampio, pensato per rendere sostenibile il rientro dai debiti anche per le situazioni più complesse. È prevista inoltre una tolleranza per il mancato pagamento di un massimo di 8 rate, purché non consecutive, prima di incorrere nella decadenza dal beneficio.

Queste condizioni sono state pensate per equilibrare due esigenze: da un lato offrire una possibilità concreta di rientro, dall’altro evitare abusi come accaduto in passato. L’anticipo obbligatorio, infatti, rappresenta un elemento di discontinuità con le precedenti rottamazioni e potrebbe costituire un filtro efficace per escludere i soggetti meno affidabili.

Cartelle sotto soglia

Oltre alla nuova sanatoria per i debiti rilevanti, la Rottamazione Quinquies potrebbe includere una misura dedicata ai piccoli contribuenti: si parla infatti di una cancellazione automatica delle cartelle esattoriali di importo contenuto. Sebbene i dettagli non siano ancora definitivi, l’ipotesi in discussione è quella di escludere completamente dalla riscossione i debiti fiscali inferiori a una certa soglia, con un possibile nuovo saldo e stralcio automatico.

Questa misura, già sperimentata con successo in passato (ad esempio con la cancellazione delle cartelle fino a 1.000 euro prevista dal Decreto Sostegni del 2021), ha lo scopo di alleggerire il carico amministrativo dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, spesso sommersa da milioni di mini-cartelle il cui recupero è più oneroso che proficuo. Ma ha anche un impatto sociale: molti cittadini, infatti, si trovano in situazioni di difficoltà economica cronica, per cui il recupero di piccole somme risulta inefficace e vessatorio.

Il nuovo saldo e stralcio potrebbe riguardare cartelle riferite a imposte non pagate, sanzioni e interessi, ma con una soglia massima ancora da definire (si ipotizza un limite tra i 1.000 e i 3.000 euro). In tal caso, la cancellazione avverrebbe in modo automatico e senza necessità di richiesta da parte del contribuente.

Tuttavia, la misura sarà probabilmente limitata a specifici requisiti soggettivi, come la fascia di reddito o l’ISEE del contribuente. Questo per evitare che anche soggetti con alta capacità contributiva possano beneficiare impropriamente della cancellazione.

La definizione di queste soglie e dei criteri applicativi sarà uno dei punti più delicati del dibattito parlamentare, ma la direzione sembra chiara: semplificare per i piccoli debitori, colpire gli inadempienti sistematici.

Rottamazione Quinquies vs precedenti

La Rottamazione Quinquies si preannuncia come un’evoluzione sostanziale rispetto alle versioni precedenti della sanatoria fiscale: Rottamazione Ter (introdotta con il DL 119/2018) e Quater (contenuta nella Legge di Bilancio 2023). La differenza principale risiede nella filosofia della misura: non più una rottamazione “aperta a tutti”, ma una selezione basata sulla condotta fiscale del contribuente.

Le prime tre rottamazioni avevano caratteristiche comuni: eliminazione delle sanzioni e degli interessi di mora, pagamento solo del capitale e rateizzazione ampia, spesso con 18 o 20 rate. La Quater, in particolare, ha introdotto la possibilità di dilazionare il pagamento in 60 rate mensili per cinque anni e ha consentito di saltare fino a 5 rate non consecutive. Inoltre, l’adesione era aperta a tutti, senza valutazioni sulla storia fiscale pregressa.

La Quinquies, invece, introduce tre elementi chiave di discontinuità:

  1. Esclusione dei “contribuenti non meritevoli”, cioè chi ha già aderito alle rottamazioni precedenti senza onorarle.

  2. Anticipo obbligatorio fino al 5% del debito per chi ha ruoli superiori a 50.000 euro, per dimostrare l’intenzione concreta di pagare.

  3. Durata fino a 10 anni (120 rate), con la possibilità di saltare fino a 8 rate non consecutive, ma solo per chi è ammesso.

Un ulteriore elemento di novità riguarda il possibile saldo e stralcio automatico per i debiti minori, che sarebbe una misura separata ma parallela alla definizione agevolata vera e propria.

In sintesi, se le precedenti rottamazioni erano strumenti emergenziali pensati per fare cassa e alleggerire il carico della riscossione, la Quinquies sembra avere anche un obiettivo etico e di disciplina fiscale: premiare chi è realmente intenzionato a regolarizzarsi e punire chi ha sfruttato il sistema per procrastinare.

Strategie operative

Anche se la Rottamazione Quinquies sarà ufficializzata solo con la Legge di Bilancio 2026, è fondamentale non aspettare l’ultimo momento per verificare la propria posizione fiscale. La nuova sanatoria sarà infatti più selettiva e non accessibile a tutti: prepararsi in anticipo può fare la differenza tra accedere all’agevolazione oppure restarne esclusi.

Ecco alcune azioni concrete da intraprendere già oggi:

  1. Richiedere l’Estratto di Ruolo all’Agenzia delle Entrate-Riscossione
    Questo documento fornisce il dettaglio aggiornato di tutte le cartelle esattoriali a proprio carico, distinguendo tra debiti attivi, sospesi o già prescritti. Può essere richiesto tramite SPID o CIE direttamente dal sito dell’Agenzia.

  2. Verificare lo storico delle rottamazioni precedenti
    Chi ha aderito alla Rottamazione Ter o Quater e non ha completato i pagamenti, potrebbe rientrare tra i contribuenti “non meritevoli”. È utile controllare quali rate sono state pagate e se ci sono stati decadimenti.

  3. Analizzare il valore dei propri debiti
    Se i debiti superano i 50.000 euro, è bene iniziare a valutare la possibilità di reperire l’anticipo del 5% richiesto in fase di adesione. Chi ha invece debiti minori, dovrebbe monitorare l’evoluzione del possibile saldo e stralcio automatico.

  4. Consultare un commercialista o uno studio fiscale di fiducia
    La consulenza professionale in questa fase è fondamentale: serve a capire se si rientra nei criteri di accesso, quali rate o cartelle conviene eventualmente saldare subito, e come prepararsi a presentare l’istanza di adesione non appena sarà aperta.

  5. Valutare eventuali contestazioni o sospensioni
    In presenza di cartelle errate o già prescritte, è consigliabile attivarsi per richiedere la sospensione o l’annullamento del debito, così da evitare di pagare somme non dovute.

Anticipare le mosse del Fisco permette di non subire passivamente la normativa, ma di agire in modo strategico. Non è mai troppo presto per organizzarsi: anche una semplice verifica preliminare può evitare brutte sorprese e massimizzare le possibilità di rientrare nella nuova agevolazione fiscale.

Conclusioni

La Rottamazione Quinquies non sarà una semplice replica delle precedenti definizioni agevolate, ma un vero e proprio cambio di approccio nella gestione dei debiti fiscali.

Il Governo ha chiarito che non ci sarà spazio per chi ha abusato in passato delle sanatorie senza rispettare gli impegni presi. L’obiettivo è premiare chi intende davvero regolarizzarsi, scoraggiando i comportamenti opportunistici.

Con l’introduzione di criteri di meritevolezza, l’anticipo obbligatorio per i debiti elevati e la possibilità di esclusione per i “rottamatori seriali”, si delinea un sistema più selettivo, ma potenzialmente più equo. Parallelamente, le misure per i piccoli debiti (come la cancellazione automatica sotto soglia) rappresentano un segnale di attenzione verso i contribuenti più fragili.

Per chi ha cartelle aperte, questo è il momento giusto per prepararsi: verificare la propria posizione, analizzare l’ammontare dei debiti e consultare un esperto sono passaggi essenziali. Agire in anticipo consente di non perdere un’occasione potenzialmente vantaggiosa, ma anche di evitare di ritrovarsi impreparati davanti a nuove regole più rigide.

La Legge di Bilancio 2026 sarà decisiva. Ma già da ora, la parola d’ordine è una sola: farsi trovare pronti.

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