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mercoledì 4 Marzo 2026
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Lavorare su barche con bandiera estera in acque italiane: tasse, conti e obblighi fiscali

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Negli ultimi anni, sempre più italiani decidono di lavorare su yacht, navi da diporto o imbarcazioni commerciali battenti bandiera estera, pur operando buona parte dell’anno, spesso 6 o 8 mesi, in acque territoriali italiane. Si tratta di cuochi, marinai, steward, capitani, tecnici della manutenzione o personale di bordo impiegato nel settore nautico, che si ritrovano spesso in un limbo fiscale.

La domanda che sorge spontanea è: a quale paese devo dichiarare il mio reddito? All’Italia, perché sono italiano e lavoro vicino casa? Oppure al paese della bandiera della barca? E ancora: quali imposte devo pagare e dove? Posso usare un conto italiano o devo aprirne uno all’estero?

Capire come comportarsi è essenziale non solo per evitare pesanti sanzioni da parte del fisco italiano, ma anche per sfruttare a proprio vantaggio eventuali vantaggi fiscali legati ai trattati internazionali.

In questo articolo andremo a chiarire in modo dettagliato, e con riferimenti normativi, quale paese ha diritto di tassare il reddito e come organizzarsi dal punto di vista fiscale e bancario, tenendo conto della residenza fiscale, della bandiera della nave, e della durata del lavoro svolto in Italia o all’estero.

Residenza fiscale 

Nel caso di un lavoratore che opera su una barca con bandiera estera, ma naviga in acque italiane per buona parte dell’anno (es. 8 mesi), la residenza fiscale è il primo fattore che determina a quale Stato spetti il diritto di tassazione.

Secondo l’art. 2 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), un soggetto è fiscalmente residente in Italia se, per la maggior parte dell’anno (183 giorni, o 184 in caso di anno bisestile), risiede anagraficamente in Italia, oppure ha in Italia il domicilio o la dimora abituale.
Se sei quindi iscritto all’anagrafe italiana, vivi stabilmente in Italia, e il tuo centro di interessi economici e familiari è qui, sei considerato residente fiscalmente in Italia, anche se lavori su una nave straniera.

La Corte di Cassazione ha più volte confermato che il principio di “effettività” prevale su quello formale: anche se sei spesso all’estero, ma torni regolarmente in Italia, qui mantieni la famiglia, il conto corrente e la tua vita quotidiana, allora l’Italia ha diritto a tassare i tuoi redditi ovunque prodotti (c.d. worldwide taxation).

In sintesi:

  • Se sei residente fiscalmente in Italia → devi dichiarare in Italia anche i redditi prodotti lavorando su una nave con bandiera estera, a prescindere dal luogo in cui effettivamente lavori.
  •  Se non sei residente (es. iscritto all’AIRE e non torni in Italia) → puoi rientrare in un regime diverso, legato al paese di effettiva residenza.

Bandiera della nave 

Lavorare su una barca con bandiera estera (come Malta, Isole Cayman, Panama, Francia o altri) può far pensare che, automaticamente, il reddito generato debba essere dichiarato e tassato nel paese della bandiera. Tuttavia, non è così semplice.

La “bandiera” indica lo Stato sotto la cui giurisdizione è registrata l’imbarcazione, e determina la normativa tecnica, civile, penale e in parte lavorativa applicabile a bordo (soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e il contratto di lavoro marittimo – STCW e MLC 2006). Ma non determina la fiscalità del lavoratore a bordo, che resta soggetta alla residenza fiscale personale.

L’unico caso in cui la bandiera diventa rilevante per le tasse è quando si tratta di navi commerciali o mercantili in alto mare, e il lavoratore risulta fiscalmente residente in un altro paese con cui l’Italia ha stipulato una Convenzione contro le doppie imposizioni (modello OCSE). Ad esempio, l’art. 15 di queste convenzioni prevede che il reddito da lavoro dipendente su nave o aereo in traffico internazionale sia tassato nello Stato della sede effettiva del datore di lavoro, o della bandiera.

Tuttavia, questo non vale se lavori su una barca da diporto in acque italiane o nel Mediterraneo, per un armatore estero ma con base operativa in Italia, e tu sei residente fiscalmente in Italia: in questo caso devi comunque dichiarare in Italia.

In sintesi:

  • La bandiera della barca non ti esonera dall’obbligo di dichiarazione fiscale in Italia se sei residente.

  • È invece importante nel determinare la legge del contratto di lavoro (paese che tutela il rapporto lavorativo).

Dichiarazione dei redditi e tassazione

Se sei residente fiscalmente in Italia, sei soggetto al principio della tassazione mondiale (art. 3 del TUIR). Questo significa che devi dichiarare in Italia tutti i redditi ovunque prodotti, inclusi quelli da lavoro svolto all’estero o su mezzi esteri come una nave battente bandiera straniera.

Cosa succede nel tuo caso specifico?

Se lavori su una barca con bandiera estera, ma il lavoro si svolge in prevalenza in acque territoriali italiane, o comunque in aree dove il controllo effettivo delle operazioni è italiano, l’Agenzia delle Entrate può ritenere che il reddito sia prodotto in Italia (art. 23 del TUIR). Inoltre, se il tuo datore di lavoro è estero e non ha una stabile organizzazione in Italia, la tassazione avviene in dichiarazione dei redditi come reddito da lavoro dipendente estero.

In questo caso, dovrai:

  1. Compilare il Quadro RC del Modello 730 o il Quadro RL/RW del Modello Redditi PF.

  2. Calcolare le imposte IRPEF con le aliquote italiane (dal 23% al 43%, più addizionali regionali e comunali).

  3. Se hai pagato già tasse all’estero, potrai richiedere un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero (art. 165 TUIR), purché ci sia un accordo di doppia imposizione.

Importante: se non ricevi una busta paga estera, ma sei pagato in modo informale (es. bonifici su conto), è tua responsabilità dichiarare il reddito come autodichiarazione, documentandolo con contratti, estratti conto e conferme scritte.

In sintesi:

  • Devi dichiarare in Italia il reddito.

  • Se già tassato all’estero, potresti evitare la doppia imposizione.

  • Serve documentazione precisa (contratto di lavoro, pagamenti, eventuali tasse estere).

Conto corrente estero o italiano 

Molti lavoratori marittimi impiegati su navi estere credono sia necessario, o addirittura obbligatorio, aprire un conto estero per ricevere il proprio stipendio. In realtà, non c’è alcun obbligo normativo di aprire un conto corrente all’estero, a meno che il datore di lavoro non lo imponga per prassi aziendale o per esigenze logistiche.

Se sei residente fiscalmente in Italia, puoi ricevere regolarmente il tuo stipendio su un conto corrente italiano, purché siano rispettate alcune condizioni di tracciabilità. Tuttavia, in molti casi, specie se il datore di lavoro è una società registrata in paesi come Malta, Isole Cayman o Panama, viene richiesto un IBAN estero (tipicamente in valuta diversa dall’euro) per facilitare i pagamenti internazionali e ridurre i costi di transazione.

Cosa comporta avere un conto estero?

  • Nessun divieto, ma devi dichiararlo in Italia se il saldo supera i 15.000 euro anche per un solo giorno nell’anno: in tal caso sei obbligato a compilare il quadro RW nella dichiarazione dei redditi, ai fini del monitoraggio fiscale (art. 4 DL 167/1990).

  • Sei tenuto al pagamento dell’IVAFE (Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie all’Estero), pari a 34,20 euro annui per ogni conto estero detenuto da persona fisica residente.

  • Se ricevi pagamenti in valuta estera, dovrai convertire gli importi in euro ai fini della dichiarazione, secondo il tasso di cambio medio mensile pubblicato da Banca d’Italia.

In sintesi:

  • Puoi ricevere il compenso su un conto italiano senza problemi.
  • Se usi un conto estero, devi dichiararlo correttamente in Italia.
  • L’omessa dichiarazione del conto estero è considerata violazione fiscale, con sanzioni molto pesanti (dal 3% al 15% del saldo non dichiarato).

Controlli e sanzioni 

Molti lavoratori del settore nautico, specie quelli impiegati su barche estere, sottovalutano il rischio di non dichiarare i redditi percepiti all’estero, ritenendo che non siano rintracciabili dal fisco italiano. Ma questa è una falsa sicurezza. Oggi, grazie allo scambio automatico di informazioni tra Stati (Common Reporting Standard – CRS), l’Agenzia delle Entrate riceve segnalazioni dirette da moltissimi paesi esteri, anche extra-UE, su conti correnti, redditi e investimenti detenuti all’estero da soggetti italiani.

Se sei residente in Italia, e percepisci redditi da lavoro svolto su una barca con bandiera estera (anche se pagato su conto estero), ma non li dichiari, rischi:

  1. Sanzioni amministrative dal 90% al 180% delle imposte evase (art. 1, D.Lgs. 471/1997).

  2. Accertamenti fiscali retroattivi fino a 5 anni (7 se non hai presentato la dichiarazione).

  3. In caso di redditi elevati non dichiarati, puoi incorrere anche in reati penali tributari (es. dichiarazione infedele o omessa – D.Lgs. 74/2000), con rischio di denuncia penale e processo.

Inoltre, l’Agenzia può incrociare dati tra:

  • Residenza anagrafica.

  • Domicilio fiscale.

  • Conti bancari italiani ed esteri.

  • Contratti di lavoro marittimo registrati.

  • Informazioni da autorità portuali, capitanerie, registri navali.

Chi lavora regolarmente per 6–8 mesi l’anno in acque italiane, pur sotto bandiera straniera, rientra facilmente nel radar dei controlli, soprattutto se percepisce compensi elevati non giustificati in dichiarazione.

Se in passato non hai dichiarato questi redditi, è possibile regolarizzare la posizione attraverso il ravvedimento operoso, con sanzioni ridotte.

Detrazioni, credito d’imposta e strategie utili 

Anche se il lavoro svolto su una barca con bandiera estera e in acque italiane è tassabile in Italia per chi vi è fiscalmente residente, esistono diverse strategie perfettamente legali per ridurre le imposte dovute, sfruttando norme già previste dal sistema tributario.

1. Credito d’imposta per le imposte pagate all’estero

Se il tuo reddito è già stato tassato nel paese della bandiera della nave (es. Malta), puoi richiedere in Italia un credito per imposte estere (art. 165 del TUIR), evitando la doppia imposizione.
È fondamentale documentare:

  • l’importo del reddito percepito,

  • le imposte pagate all’estero,

  • e la convenzione contro le doppie imposizioni (se presente).

2. Deduzioni per spese professionali

Se sei inquadrato come lavoratore autonomo o a contratto, potresti dedurre spese relative all’attività nautica:

  • corsi di formazione marittima (STCW, MLC),

  • abbigliamento tecnico,

  • strumenti di bordo personali,

  • spese di viaggio per imbarco.

3. Regimi agevolati per rientro in Italia (per chi lavora all’estero da anni)

Se sei iscritto all’AIRE e stai pensando di rientrare in Italia, potresti usufruire dei regimi per lavoratori impatriati (art. 16 D.Lgs. 147/2015), con tassazione agevolata del 30% o del 10% del reddito per 5 anni.

4. Previdenza integrativa e versamenti deducibili

Puoi dedurre dal reddito imponibile fino a 5.164,57 € all’anno se versi contributi a fondi pensione, anche privati o esteri (purché conformi).

Attenzione: tutte queste agevolazioni devono essere correttamente documentate e indicate in dichiarazione. Un commercialista esperto può aiutarti a massimizzare il risparmio fiscale senza rischi.

Casi particolari 

Iscrizione AIRE: quando cambia tutto

Se sei un cittadino italiano ma iscritto all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) e vivi stabilmente all’estero per più di 183 giorni l’anno, potresti non essere fiscalmente residente in Italia. In questo caso:

  • non sei soggetto alla tassazione mondiale italiana;

  • dichiari i redditi solo nel paese di residenza fiscale effettiva (ad esempio, Malta o Spagna);

  • puoi evitare l’obbligo di dichiarare redditi esteri in Italia, salvo che tu non mantenga interessi economici sostanziali in Italia (es. famiglia, immobili, attività economiche).

Attenzione: la sola iscrizione all’AIRE non basta, serve anche la dimostrazione dell’effettiva residenza all’estero.

Bandiere extra-UE (es. Panama, Isole Cayman, Bahamas)

Se lavori su imbarcazioni battenti bandiere di paesi extra-UE, potresti essere soggetto a sistemi di contrattualizzazione offshore. Questi sistemi spesso non prevedono una tassazione nel paese della bandiera. Tuttavia, se sei residente in Italia, il reddito è comunque tassabile in Italia, a prescindere dalla fiscalità del paese di bandiera.

Traffico internazionale (navi che operano fuori dalle acque territoriali)

In base alle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni (modello OCSE, art. 15), se lavori su una nave impiegata in traffico internazionale (es. crociere o cargo tra più paesi), e il datore di lavoro ha sede in un paese convenzionato, il reddito può essere tassato solo nel paese della sede del datore di lavoro.

Tuttavia, se operi prevalentemente in acque italiane o del Mediterraneo e sei residente in Italia, questa eccezione non si applica.

Lavoro stagionale in mare (es. 6–8 mesi)

La stagionalità non modifica la residenza fiscale. Anche se lavori in mare per 8 mesi e poi torni in Italia, resti fiscalmente residente in Italia. Devi dichiarare tutto e pagare le imposte in Italia, salvo casi molto specifici.

Casi pratici 

Vediamo ora alcune situazioni che chiariscono quando si è obbligati a dichiarare in Italia il reddito percepito lavorando su una barca estera, e quando invece non lo si deve fare.

CASO 1 – Obbligo di dichiarazione in Italia

Luca, 35 anni, è italiano, vive con la famiglia in Italia, non è iscritto all’AIRE. Lavora 8 mesi all’anno come tecnico su una barca con bandiera francese, che opera principalmente tra la Liguria e la Costa Azzurra. Riceve lo stipendio su un conto italiano e non ha versato tasse in Francia.

Risultato:

  • È residente fiscale in Italia.

  • Il reddito va interamente dichiarato in Italia come reddito da lavoro estero.

  • Dovrà compilare il modello 730 o Redditi PF, e pagare IRPEF + addizionali.

  • Se versa contributi previdenziali, potrà dedurli; in caso contrario, sarà tassato al lordo.

CASO 2 – Reddito già tassato all’estero, ma residente in Italia

Giulia, 42 anni, lavora su una barca con bandiera maltese. È residente in Italia, ma il datore di lavoro maltese le ha già trattenuto le imposte. Ha ricevuto una busta paga regolare e ha anche un conto estero.

Risultato:

  • Deve comunque dichiarare il reddito in Italia.

  • Potrà compensare le imposte pagate a Malta con il credito d’imposta (art. 165 TUIR).

  • È tenuta a dichiarare il conto estero nel quadro RW se supera 15.000€.

CASO 3 – Esenzione da dichiarazione in Italia

Marco, 40 anni, lavora da 10 anni su una barca battente bandiera Cayman. È iscritto all’AIRE e vive stabilmente alle Canarie (Spagna), dove ha anche la famiglia e un contratto registrato con società locale. Non torna in Italia se non per brevi vacanze.

Risultato:

  • È fiscalmente residente all’estero.

  • Il reddito non va dichiarato in Italia.

  • È soggetto alla normativa fiscale spagnola o del paese della fonte di reddito.

  • Non ha obbligo di dichiarazione in Italia, salvo detenzione di beni o conti in Italia.

CASO 4 – Situazione a rischio: residenza fittizia estera

Andrea, 28 anni, ha lavorato per 7 mesi su una barca con bandiera panamense. Si è iscritto all’AIRE solo l’anno scorso, ma vive ancora in Italia gran parte dell’anno. Riceve i pagamenti su un conto a Dubai e non ha mai dichiarato nulla.

Risultato:

  • L’Agenzia delle Entrate potrebbe considerarlo residente di fatto in Italia, poiché mantiene domicilio e interessi economici in Italia.

  • Rischia accertamento fiscale per omessa dichiarazione e sanzioni (dal 90% al 180% dell’imposta evasa).

  • Consigliata una regolarizzazione tramite ravvedimento operoso.

Come regolarizzarsi

Se hai lavorato o stai lavorando su una barca battente bandiera estera, sei residente in Italia e non hai ancora dichiarato il reddito percepito, è fondamentale agire tempestivamente per evitare sanzioni, accertamenti o – nei casi più gravi – procedimenti penali.

La normativa fiscale italiana ti offre due strumenti principali per sistemare la tua posizione in modo spontaneo:

1. Ravvedimento operoso (art. 13 D.Lgs. 472/1997)

Se non hai dichiarato i redditi (anche da più anni), puoi farlo ora versando:

  • le imposte dovute,

  • gli interessi legali (calcolati giorno per giorno),

  • una sanzione ridotta (da 1/10 a 1/5 di quella ordinaria, a seconda di quanto tempo è passato).

Questo vale anche per:

  • la mancata dichiarazione di conti correnti esteri (RW),

  • l’omesso versamento dell’IVAFE,

  • la non indicazione di eventuali investimenti esteri.

Esempio pratico: se non hai dichiarato un reddito di 30.000 € nel 2022 e lo fai oggi, pagherai l’IRPEF dovuta, ma con una sanzione ridotta anche dell’85% rispetto a un accertamento d’ufficio.

2. Dichiarazione integrativa (entro 5 anni)

Se hai già fatto la dichiarazione dei redditi, ma non hai incluso il reddito estero o l’hai indicato in modo errato, puoi inviare una dichiarazione integrativa per correggere l’errore e regolarizzare la posizione. Anche qui si applicano le sanzioni ridotte.

3. Assistenza professionale

È fortemente consigliato rivolgersi a un commercialista esperto in fiscalità internazionale e marittima, perché:

  • bisogna recuperare contratti, prove di pagamento, eventuali certificazioni estere;

  • va fatta una ricostruzione precisa della posizione;

  • si può valutare se ci sono elementi per dimostrare la non residenza fiscale in Italia, nei casi dubbi.

Non fare nulla è l’opzione peggiore, perché l’Agenzia delle Entrate ha sempre più strumenti per incrociare dati bancari e di movimento. Mettersi in regola oggi può evitare problemi molto più gravi domani.

Conclusioni 

Lavorare su una barca con bandiera estera per lunghi periodi, soprattutto se in acque italiane o nel Mediterraneo, non ti esonera automaticamente dagli obblighi fiscali italiani. Il criterio della residenza fiscale è il punto cardine: se vivi in Italia, hai qui il tuo centro degli interessi personali e familiari, o non sei regolarmente iscritto all’AIRE, il reddito percepito deve essere dichiarato in Italia, anche se pagato all’estero o in valuta diversa.

La bandiera della nave, il tipo di contratto, la durata del lavoro e la provenienza del reddito sono tutti elementi da valutare con attenzione, ma nessuno di questi da solo è sufficiente a stabilire l’esenzione fiscale. Ignorare questi aspetti può portare a sanzioni gravi, accertamenti retroattivi e problemi contributivi che compromettono anche la pensione futura.

Se non hai ancora dichiarato nulla, è possibile regolarizzare la tua posizione tramite ravvedimento operoso o dichiarazione integrativa, con penalità ridotte.
Se stai valutando di intraprendere questo tipo di lavoro, è fondamentale partire con una pianificazione fiscale e contributiva adeguata, affidandoti a un consulente esperto in fiscalità internazionale e nautica.

In un settore in continua evoluzione, essere trasparenti e corretti con il fisco è la miglior strategia di tutela personale e professionale, anche per chi naviga tra confini e giurisdizioni diverse.

Navigare sì, ma con rotta sicura… anche verso il fisco.

Bonus Casa 2026: proroga confermata delle detrazioni al 50% e 36% per ristrutturazioni e prima casa

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Il Bonus Casa torna al centro del dibattito politico e fiscale con l’avvicinarsi della Legge di Bilancio 2026. Mentre milioni di italiani si chiedono se convenga ristrutturare oggi o aspettare il nuovo anno, il Governo sembra orientato a confermare le attuali aliquote del 50% e 36%, evitando così il temuto taglio automatico delle detrazioni.

L’ipotesi più probabile è quella di una proroga selettiva, con incentivi più vantaggiosi per chi ristruttura la prima casa. Una decisione che potrebbe incidere notevolmente sulle scelte di famiglie, giovani coppie e investitori immobiliari, oltre che sull’intero comparto dell’edilizia.

In questo articolo analizziamo tutte le anticipazioni, i possibili scenari e i vantaggi fiscali previsti dal nuovo Bonus Casa 2026, con un occhio attento alle implicazioni per contribuenti, imprese e professionisti. Se stai pensando di ristrutturare, risparmiare legalmente sulle tasse o valorizzare il tuo immobile, questo è il momento giusto per informarti e agire con consapevolezza.

Bonus casa 2026

Il 2026 si avvicina e con esso si intensificano le discussioni attorno ai bonus edilizi. In particolare, cresce l’attenzione per la possibile proroga delle attuali aliquote del 50% e del 36%, applicate rispettivamente alle ristrutturazioni edilizie e agli interventi di manutenzione straordinaria o ordinaria (quest’ultima per i condomìni).

Le indiscrezioni più recenti indicano che il Governo sia orientato a confermare l’attuale assetto normativo, mantenendo così un punto fermo per contribuenti e operatori del settore. La misura sarebbe inserita all’interno del disegno di legge di Bilancio 2026, atteso nei prossimi giorni in Consiglio dei Ministri.

L’obiettivo? Dare continuità ad agevolazioni fiscali ormai consolidate, garantendo così stabilità economica e pianificazione a lungo termine per famiglie, imprese e professionisti coinvolti nei lavori di riqualificazione edilizia. In questo scenario, si prevede anche un’attenzione particolare verso la prima casa, con misure più favorevoli per chi effettua lavori nella propria abitazione principale.

Il tema è caldo anche a causa dell’intervento di ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), che ha sollecitato il Governo a proseguire su questa strada. In un momento in cui il settore delle costruzioni rappresenta un pilastro della crescita economica nazionale, la conferma del Bonus Casa appare una scelta tanto strategica quanto necessaria.

Correttivi previsti dal Governo

Il Governo sembra intenzionato a prorogare il Bonus Casa anche per il 2026, ma non senza correttivi. Durante l’audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato che l’esecutivo punta a una proroga “selettiva”, con un’attenzione particolare rivolta alla prima casa. Nelle bozze del Disegno di Legge di Bilancio, al momento in lavorazione, si sta infatti delineando uno scenario che confermerebbe le aliquote attuali, ma legandole a requisiti più stringenti.

Il Bonus al 50% verrebbe garantito a chi effettua interventi sull’abitazione principale e ne detiene la proprietà o un altro diritto reale (usufrutto, nuda proprietà, uso o abitazione). Per chi, invece, ristruttura una seconda casa, l’agevolazione resterebbe fruibile ma con una riduzione dell’aliquota al 36%.

Un compromesso che permette di evitare un taglio più drastico: senza interventi legislativi, infatti, dal 1° gennaio 2026 le detrazioni sarebbero automaticamente scese al 36% per la prima casa e al 30% per la seconda, rendendo i lavori meno convenienti.

Anche il bonus mobili, attualmente al 50%, e il bonus barriere architettoniche al 75% sono destinati a subire un rallentamento, così come il superbonus, previsto in calo al 65%.

In questo contesto, ANCE ha espresso il proprio sostegno alla proroga delle aliquote nella forma attuale, ritenendola una misura necessaria per evitare un freno all’intero comparto edilizio.

Impatto sul comparto edilizio

Negli ultimi anni, il Bonus Casa si è rivelato uno strumento fondamentale per stimolare il settore edilizio, ma anche per favorire una riqualificazione diffusa del patrimonio immobiliare italiano, spesso obsoleto sotto il profilo energetico e strutturale.

Le detrazioni fiscali per lavori di manutenzione, ristrutturazione e riqualificazione energetica hanno incentivato milioni di contribuenti a investire sulla propria casa, con un duplice effetto positivo: rilancio dell’economia reale e valorizzazione del patrimonio abitativo nazionale.

Il Governo, pur consapevole della necessità di contenere la spesa pubblica e rispettare i vincoli europei in materia di finanza pubblica, riconosce che un taglio netto delle agevolazioni rischierebbe di bloccare una fetta significativa degli investimenti privati nel settore edilizio. Ecco perché si sta studiando una forma di proroga che garantisca la continuità delle agevolazioni, seppure in forma selettiva, privilegiando la prima casa e i piccoli interventi, ma lasciando comunque spazio per gli altri immobili, seppur con aliquote ridotte.

A questo si aggiunge un tema cruciale: l’effetto moltiplicatore del Bonus Casa, che genera un ritorno fiscale diretto e indiretto per l’erario, tra IVA, imposte dirette e contributi previdenziali legati all’aumento di attività nel settore.

Un motivo in più per cui, secondo diverse associazioni di categoria, tra cui ANCE, la proroga delle aliquote attuali non è una concessione, ma una scelta strategica per mantenere il ciclo virtuoso attivato negli ultimi anni.

Cosa accade senza proroga

Senza un intervento normativo, dal 1° gennaio 2026 scatterà automaticamente una riduzione delle detrazioni fiscali, come previsto dalla normativa attuale. In assenza della proroga all’esame del Governo, l’aliquota per le ristrutturazioni sulla prima casa scenderà dal 50% al 36%, mentre quella sulla seconda casa scivolerà addirittura al 30%.

Questa riduzione renderebbe molto meno conveniente avviare lavori edili, specialmente per famiglie a basso o medio reddito che contano sulla leva fiscale per affrontare investimenti importanti. In uno scenario del genere, il rischio è quello di una frenata generalizzata del comparto edilizio, con ricadute su occupazione, entrate fiscali e crescita economica.

I dati degli ultimi anni dimostrano infatti come i bonus edilizi abbiano generato miliardi di euro di investimenti, alimentando l’indotto e favorendo anche la regolarizzazione di lavori che altrimenti rischierebbero di essere eseguiti in nero.

Ma il taglio delle agevolazioni avrebbe anche un altro effetto negativo: rallenterebbe il processo di riqualificazione energetica e messa in sicurezza del patrimonio immobiliare italiano, in aperta contraddizione con gli obiettivi ambientali dell’Unione Europea.

A livello fiscale, infine, lo Stato rischierebbe di perdere più in termini di minori entrate dirette e indirette rispetto al risparmio ottenuto riducendo i bonus. Per questo la proroga in discussione assume un valore strategico, oltre che sociale e ambientale.

Bonus Casa e nuove generazioni

Il Bonus Casa non è solo un incentivo fiscale, ma rappresenta anche una leva sociale, capace di facilitare l’accesso alla casa per giovani coppie e famiglie che vogliono acquistare e ristrutturare la propria abitazione principale.

In un mercato immobiliare sempre più selettivo e con prezzi ancora sostenuti, poter contare su una detrazione fiscale del 50% per i lavori di ristrutturazione rappresenta un aiuto concreto, soprattutto in una fase economica incerta come quella attuale. Non a caso, molte famiglie italiane hanno deciso negli ultimi anni di ristrutturare piuttosto che acquistare ex novo, anche grazie a queste agevolazioni.

La proroga selettiva proposta dal Governo, con priorità alla prima casa, va proprio nella direzione di tutelare le categorie più fragili, tra cui giovani, single, nuclei familiari a basso reddito e cittadini residenti nei piccoli comuni. Inoltre, mantenere il bonus nella forma attuale potrebbe contribuire a rivitalizzare molte aree urbane degradate, spingendo le persone a investire su immobili esistenti piuttosto che costruire ex novo, in linea con i principi della sostenibilità e del riuso.

Anche per questo il Bonus Casa si intreccia con politiche abitative più ampie e, se ben gestito, può diventare uno strumento di rilancio sociale ed economico, oltre che un aiuto fiscale. Una sua riduzione o eliminazione rischierebbe, al contrario, di allargare il divario sociale tra chi può investire sulla casa e chi no.

Bonus edilizi

Nel panorama europeo, l’Italia si distingue da anni per la generosità delle detrazioni fiscali legate al settore edilizio. Il Bonus Casa, insieme agli altri incentivi come il Superbonus, ha rappresentato uno degli strumenti più efficaci per stimolare l’economia interna durante e dopo la pandemia.

Tuttavia, questa strategia non è priva di critiche, sia a livello nazionale che europeo. La Commissione Europea ha infatti più volte chiesto all’Italia di rivedere la spesa pubblica legata ai bonus edilizi, ritenendola eccessiva e potenzialmente insostenibile nel lungo periodo.

In altri Paesi dell’Unione, le agevolazioni per la riqualificazione immobiliare esistono, ma con caratteristiche differenti: ad esempio, in Francia e Germania i contributi sono spesso legati a criteri di efficientamento energetico certificato o a soglie reddituali dei beneficiari. Inoltre, in molti Stati UE, tali incentivi sono concessi in forma diretta (contributi a fondo perduto) piuttosto che sotto forma di detrazione fiscale pluriennale.

Nonostante ciò, l’approccio italiano ha avuto il merito di mobilitare rapidamente il settore delle costruzioni, attirando investimenti e contribuendo alla crescita del PIL. Alla luce di questo, la proroga delle attuali aliquote del Bonus Casa, seppur in forma selettiva, potrebbe rappresentare un compromesso accettabile anche in sede europea, permettendo all’Italia di continuare a sostenere il comparto edilizio senza eccedere nei costi per lo Stato.

In definitiva, il confronto con l’Europa suggerisce che la chiave per la sostenibilità fiscale sia una gestione mirata e ben regolamentata, più che un taglio indiscriminato delle agevolazioni.

Impatto sulle imprese e professionisti

Il Bonus Casa non rappresenta solo un vantaggio per i proprietari di immobili, ma ha un effetto moltiplicatore diretto su tutta la filiera dell’edilizia e dei servizi connessi. Ogni intervento di ristrutturazione, anche modesto, coinvolge infatti artigiani, imprese edili, installatori, tecnici, architetti, geometri, ingegneri e consulenti fiscali, generando occupazione e movimentando risorse.

Secondo le stime dell’ANCE, ogni miliardo investito nei bonus edilizi ha prodotto negli ultimi anni fino a 15 miliardi di valore aggiunto nell’economia nazionale. Inoltre, la possibilità di usufruire delle detrazioni ha spinto molte aziende a regolarizzarsi e innovarsi, adottando materiali e tecniche costruttive più sostenibili, come l’efficienza energetica, l’isolamento termico o gli impianti green.

Un eventuale ridimensionamento del Bonus Casa, soprattutto se repentino, metterebbe a rischio migliaia di posti di lavoro e ridurrebbe la capacità delle piccole e medie imprese di pianificare investimenti, assumere personale o crescere.

D’altra parte, una proroga chiara e stabile, come quella prevista nella bozza del DDL di Bilancio 2026, permetterebbe al settore di lavorare in un contesto di prevedibilità e continuità, essenziale per evitare il cosiddetto “effetto fisarmonica”, con periodi di boom alternati a blocchi improvvisi.

È evidente quindi che il Bonus Casa, nella sua forma attuale o riformata, rappresenta un pilastro dell’economia reale, che coinvolge migliaia di micro-attività sul territorio e sostiene l’occupazione in modo trasversale.

Conclusione

Alla luce delle anticipazioni sul Disegno di Legge di Bilancio 2026, il Bonus Casa si conferma come uno degli strumenti centrali della politica fiscale italiana, capace di coniugare esigenze economiche, sociali e ambientali.

La proroga selettiva delle aliquote al 50% e al 36%, in favore principalmente della prima casa, sembra oggi la soluzione più concreta e sostenibile per mantenere attivo un meccanismo che ha dimostrato tutta la sua efficacia negli ultimi anni.

Tuttavia, la stabilità normativa resta un nodo cruciale: troppe modifiche o incertezze possono disincentivare gli investimenti, rallentare l’indotto e generare confusione tra contribuenti e operatori. È quindi auspicabile che la nuova legge di Bilancio introduca regole chiare, durature e facilmente accessibili, per permettere a famiglie, imprese e professionisti di pianificare interventi in modo sereno e conforme alle normative.

In ogni caso, valutare le opportunità offerte dal Bonus Casa 2026 richiede una corretta informazione fiscale e spesso l’assistenza di esperti del settore.

Chi sta pensando di ristrutturare casa o di approfittare dei vantaggi fiscali, farebbe bene a muoversi in anticipo, per sfruttare al massimo i benefici previsti e prepararsi agli eventuali aggiornamenti normativi.

In un contesto economico dove ogni euro conta, la conoscenza e la pianificazione sono le vere chiavi del risparmio legale e intelligente.

Chiusura Resto al Sud dal 15 ottobre 2025: novità della Circolare 37/2025 e nuove misure in arrivo

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Il 15 ottobre 2025 segna una data importante per l’imprenditoria nel Mezzogiorno: lo sportello dell’incentivo “Resto al Sud” chiuderà ufficialmente, come stabilito dalla Circolare n. 37/2025 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 228 del 3 ottobre 2025. Una notizia che interessa migliaia di aspiranti imprenditori e startup del Sud Italia, le cui possibilità di accedere a finanziamenti agevolati per avviare attività produttive si stanno esaurendo.

L’incentivo, gestito da Invitalia, ha sostenuto per anni la nascita di nuove imprese nel Meridione, rappresentando un volano fondamentale per l’economia di regioni come Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, ma anche Abruzzo, Molise, Sardegna e alcune aree del Lazio. Ora, con la chiusura dello sportello, molte opportunità rischiano di svanire, se non si interviene con nuove misure di sostegno.

L’articolo che segue analizza i motivi della chiusura, i dati aggiornati sulle richieste e le approvazioni, e soprattutto quali sono le conseguenze concrete per chi vuole fare impresa nel Sud Italia dopo il 15 ottobre.

Origine e finalità della misura “Resto al Sud”

La misura “Resto al Sud” è stata introdotta con il Decreto-Legge 91/2017, convertito con modificazioni dalla Legge n. 123 del 3 agosto 2017, con l’obiettivo di promuovere la crescita economica e l’occupazione giovanile nelle regioni del Mezzogiorno. In particolare, il provvedimento si rivolgeva a giovani imprenditori tra i 18 e i 35 anni (poi estesi fino a 55), incentivando la nascita di nuove attività produttive in settori strategici come agricoltura, artigianato, turismo, industria e servizi.

Il finanziamento dell’iniziativa è stato reso possibile grazie alle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC), programmazione 2014-2020, per un totale di 1.250 milioni di euro, suddivisi in tranche annuali secondo una ripartizione stabilita dalla delibera CIPE n. 74 del 7 agosto 2017. L’allocazione dei fondi ha seguito un andamento decrescente nel tempo, partendo da 462 milioni nel 2019 fino a 17 milioni nel 2025, segnale evidente di una progressiva riduzione delle risorse disponibili.

Nel corso degli anni, “Resto al Sud” ha permesso il finanziamento di oltre 13.000 progetti, contribuendo in modo significativo alla nascita di nuove imprese e all’inclusione lavorativa di categorie svantaggiate. Tuttavia, con una nota ufficiale del 19 settembre 2025, Invitalia ha comunicato l’esaurimento imminente dei fondi disponibili, determinando così la chiusura dello sportello a partire dal 15 ottobre 2025, come previsto dalla normativa vigente.

Chiusura dello sportello

La chiusura dello sportello “Resto al Sud”, resa ufficiale dalla Circolare n. 37/2025 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è diretta conseguenza dell’esaurimento dei fondi destinati alla misura. La comunicazione, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 228 del 3 ottobre 2025, prende atto della nota di Invitalia del 19 settembre 2025, che ha certificato l’impossibilità di accogliere nuove domande per carenza di risorse.

Come stabilito dall’art. 2, comma 3 del D. Lgs. 123/1998, a partire dal 15 ottobre 2025 non sarà più possibile presentare richieste di accesso alle agevolazioni “Resto al Sud”. Tuttavia, le domande già inviate prima di tale data mantengono il diritto a essere esaminate, purché rientrino nei limiti delle disponibilità finanziarie residue, come precisato anche all’art. 1, comma 6 del D.L. 91/2017.

La Circolare fornisce inoltre un dettaglio delle risorse impiegate negli anni, evidenziando una progressiva riduzione delle dotazioni annuali: da 462 milioni nel 2019 si è passati a soli 17 milioni nel 2025. Questa pianificazione in calo è indice di un ciclo di agevolazione ormai in fase conclusiva. Il decreto specifica anche che, a partire dalla stessa data del 15 ottobre 2025, verranno attivati nuovi strumenti di sostegno imprenditoriale: lo sportello per la ricezione delle domande relative alle misure “ACN” e “Resto al Sud 2.0”, previste dal D.L. 60/2024, sarà operativo.

In sintesi, la chiusura dello sportello non rappresenta una fine assoluta, ma una transizione verso nuove forme di agevolazione, presumibilmente più mirate e aggiornate alle esigenze del tessuto economico attuale.

I numeri di “Resto al Sud”

Dal lancio ufficiale nel 2018 fino alla data di chiusura del 15 ottobre 2025, la misura “Resto al Sud” ha rappresentato una delle politiche pubbliche più incisive a sostegno dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno. I dati forniti da Invitalia testimoniano un successo significativo, soprattutto nei primi anni di operatività, con numeri che hanno superato ogni previsione iniziale.

Secondo l’ultima rilevazione aggiornata a settembre 2025, sono state presentate oltre 35.000 domande, con più di 13.400 progetti finanziati, per un totale complessivo di circa 650 milioni di euro erogati. L’investimento medio per singolo progetto si è attestato intorno ai 48.000 euro, tra contributo a fondo perduto e finanziamento bancario garantito.

Il programma ha generato un impatto concreto anche in termini occupazionali: si stima la creazione di circa 48.000 nuovi posti di lavoro, diretti e indiretti, soprattutto in ambiti a basso tasso di industrializzazione. Le regioni che hanno beneficiato maggiormente dell’incentivo sono Campania, Sicilia e Calabria, seguite da Puglia, Sardegna e Abruzzo.

Nonostante alcune criticità iniziali, come la lentezza nelle erogazioni e la difficoltà di accesso al credito bancario per i beneficiari, la misura si è dimostrata efficace nel contrastare lo spopolamento giovanile e nell’attivare processi di micro-imprenditorialità in territori spesso privi di alternative occupazionali. Con la chiusura dello sportello, si conclude una fase importante di questa strategia di rilancio del Sud, ma si apre al contempo una riflessione su come rinnovare e potenziare tali strumenti in futuro.

Diritti, limiti e restituzione documentale

Con la chiusura ufficiale dello sportello “Resto al Sud” a partire dal 15 ottobre 2025, non sarà più possibile inoltrare nuove domande di agevolazione, come previsto dall’art. 2, comma 3, del D. Lgs. 123/1998. Tuttavia, i soggetti che hanno già presentato richiesta prima di tale data potranno ancora accedere ai benefici, ma solo entro il limite delle risorse finanziarie residue disponibili, come stabilito dall’art. 1, comma 16, del D.L. 91/2017.

Questo significa che non è garantita l’approvazione automatica delle domande presentate in extremis. La valutazione seguirà l’ordine cronologico di presentazione, fino a completo esaurimento dei fondi. Coloro la cui richiesta non potrà essere finanziata, secondo quanto indicato nella Circolare n. 37/2025, riceveranno indietro la documentazione trasmessa, ma a proprie spese.

È importante sottolineare che l’esame delle pratiche in corso non si interrompe, ma prosegue regolarmente fino alla definizione finale. Tuttavia, la tempistica potrebbe dilatarsi, vista la fase di transizione verso le nuove misure “ACN” e “Resto al Sud 2.0”.

Per chi ha già ricevuto l’approvazione del finanziamento, restano invariati gli obblighi previsti dal contratto di agevolazione: avvio dell’attività, rendicontazione delle spese, e monitoraggio dei risultati. In altre parole, la chiusura riguarda solo le nuove richieste, non gli interventi già in corso.

Questa fase di chiusura richiede quindi attenzione: sarà fondamentale, per i professionisti e per i potenziali beneficiari, monitorare costantemente lo stato della propria domanda e valutare le tempistiche di subentro delle nuove misure agevolative.

Arriva “Resto al Sud 2.0”

Mentre la prima versione di “Resto al Sud” chiude i battenti, il Governo ha già messo in campo nuove misure per garantire la continuità del sostegno all’imprenditorialità nelle regioni del Mezzogiorno. Dal 15 ottobre 2025, contestualmente alla chiusura dello sportello precedente, sarà infatti attivo il nuovo sportello per la presentazione delle domande relative a “Resto al Sud 2.0” e alla misura “ACN”, entrambe istituite dal Decreto-Legge n. 60/2024.

Sebbene al momento manchino i decreti attuativi definitivi, le linee guida trapelate indicano che “Resto al Sud 2.0” sarà un’evoluzione della misura originaria, con maggiore attenzione all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione, alla sostenibilità ambientale e all’imprenditoria femminile. Saranno incentivati progetti ad alto valore aggiunto, anche in collaborazione con università, incubatori e reti di impresa, per favorire la crescita di un ecosistema imprenditoriale moderno e competitivo.

Un’altra novità rilevante riguarda i beneficiari: potrebbero essere ammessi anche professionisti già attivi, a differenza della misura precedente che si concentrava solo su chi non aveva partita IVA attiva nei 12 mesi precedenti. Inoltre, si ipotizza l’introduzione di un fondo rotativo e di un credito d’imposta automatico per le nuove imprese nei primi tre anni di attività.

Parallelamente, la misura “ACN” dovrebbe offrire un ulteriore canale di finanziamento per le aree interne e i territori a rischio di spopolamento, con l’obiettivo di contrastare la desertificazione imprenditoriale.

Il passaggio da “Resto al Sud” a “Resto al Sud 2.0” segna dunque una fase di rinnovamento più che di interruzione, e rappresenta un’opportunità concreta per rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno, tenendo conto delle nuove sfide economiche e ambientali.

Vantaggi fiscali 

Uno degli aspetti più apprezzati del programma “Resto al Sud” è stato il mix di agevolazioni a fondo perduto e finanziamenti agevolati, che ha reso l’avvio di nuove imprese molto più accessibile rispetto agli strumenti tradizionali di credito bancario. In particolare, il contributo a fondo perduto copriva fino al 50% delle spese ammissibili, mentre la restante parte veniva finanziata tramite prestito a tasso zero, con garanzia pubblica, senza richiesta di garanzie personali da parte del beneficiario.

Dal punto di vista fiscale, i beneficiari non hanno dovuto inserire i contributi ricevuti nel proprio reddito imponibile, grazie al regime agevolato previsto per i contributi pubblici non soggetti a tassazione. Inoltre, le imprese neocostituite potevano accedere al regime forfettario, con aliquota al 5% per i primi 5 anni, ottenendo così un duplice vantaggio: meno tasse e più liquidità per investire.

Ora che si affacciano all’orizzonte le nuove misure “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, è fondamentale pianificare in anticipo, anche con l’assistenza di un commercialista esperto, per valutare:

  • La compatibilità tra la propria idea imprenditoriale e i nuovi requisiti attesi;

  • La preparazione della documentazione, business plan, statuti societari, e contratti;

  • L’eventuale adeguamento della forma giuridica, per poter accedere al massimo delle agevolazioni disponibili;

  • L’ottimizzazione fiscale dell’impresa, sfruttando i nuovi crediti d’imposta previsti dal D.L. 60/2024.

Chi si prepara oggi potrà trovarsi in una posizione di vantaggio quando gli sportelli riapriranno, evitando corse dell’ultimo minuto e aumentando sensibilmente le probabilità di ottenere il finanziamento.

Settori e nuovi incentivi 

Con l’arrivo delle nuove misure “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, sarà fondamentale scegliere con attenzione il settore in cui avviare l’attività imprenditoriale, tenendo conto non solo del potenziale di crescita economica, ma anche dell’allineamento con le priorità strategiche del legislatore. Le esperienze pregresse mostrano chiaramente che alcuni comparti hanno registrato maggiore successo in termini di approvazione delle domande e impatto economico.

Tra i settori più promettenti per il Sud nei prossimi anni troviamo:

  • Turismo esperienziale e sostenibile: il turismo resta il motore trainante di molte regioni del Sud, ma l’interesse crescente verso esperienze autentiche, a basso impatto ambientale e legate al territorio apre la strada a nuove formule di business.

  • Agroalimentare innovativo e filiere corte: trasformazione di prodotti locali, agricoltura biologica, agritech e valorizzazione dei prodotti DOP/IGP sono ambiti che coniugano tradizione e innovazione, rispondendo anche a esigenze ambientali.

  • Green economy ed energia rinnovabile: con i nuovi obiettivi europei sul clima e la transizione energetica, le imprese che operano in settori come fotovoltaico, bioedilizia, mobilità sostenibile e gestione dei rifiuti avranno un accesso privilegiato ai fondi.

  • Servizi digitali e innovazione tecnologica: sviluppo software, e-commerce, cybersecurity, digital marketing, intelligenza artificiale e blockchain sono comparti in crescita anche nel Sud, grazie a smart working e banda larga sempre più diffusa.

  • Welfare territoriale e servizi alla persona: con l’invecchiamento della popolazione e la carenza di servizi pubblici in molte aree interne, crescono le opportunità per imprese sociali, centri assistenziali, servizi educativi e sanitari.

Chi saprà orientarsi tra queste tendenze e costruire un progetto credibile, scalabile e coerente con gli obiettivi della politica economica nazionale, avrà maggiori probabilità di ottenere i nuovi fondi e consolidare un’attività sostenibile nel tempo.

Pianificazione e consulenza

Il successo di un progetto imprenditoriale, soprattutto quando legato a finanziamenti pubblici come “Resto al Sud”, non dipende solo dall’idea, ma dalla capacità di pianificare ogni aspetto operativo e fiscale con precisione e professionalità. Le nuove misure in arrivo, come “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, porteranno con sé bandi complessi, tempistiche strette e requisiti tecnici aggiornati. In questo scenario, improvvisare significa esporsi a errori costosi o, peggio, all’esclusione dalla misura.

Una consulenza esperta è fondamentale per:

  • Verificare la fattibilità fiscale e finanziaria del progetto;

  • Predisporre correttamente il business plan, uno degli elementi centrali della valutazione da parte di Invitalia e degli enti preposti;

  • Ottimizzare la forma giuridica della futura impresa (es. ditta individuale, SRL, cooperativa, ecc.) in base ai vantaggi fiscali e contributivi previsti;

  • Assistere nella raccolta e corretta presentazione della documentazione, evitando ritardi o rigetti per vizi formali;

  • Impostare una gestione fiscale coerente, fin dalla fase di avvio, sfruttando bonus, crediti d’imposta e regimi agevolati (forfettario, start-up innovative, ecc.);

  • Monitorare costantemente l’evoluzione normativa, dato che le disposizioni attuative possono cambiare anche dopo l’apertura degli sportelli.

Molti degli errori più comuni nei progetti “Resto al Sud” sono derivati da mancanze di tipo formale, errori nel piano finanziario o da una gestione superficiale dei rapporti con le banche partner. Affidarsi a un commercialista esperto nel settore delle agevolazioni per il Sud è oggi più che mai una scelta strategica, non un costo.

Conclusione

La chiusura dello sportello “Resto al Sud” il 15 ottobre 2025 segna la conclusione di una misura che, negli ultimi sette anni, ha contribuito in modo decisivo a rilanciare l’imprenditorialità nel Mezzogiorno. Grazie a questo strumento, migliaia di giovani e professionisti hanno potuto trasformare progetti in imprese reali, creando occupazione e valorizzando i territori più fragili del Paese.

Ma non si tratta di una fine, bensì di un cambio di paradigma. Il passaggio verso nuove misure come “Resto al Sud 2.0” e il programma “ACN” (Autoimprenditorialità Centro-Nord) apre la strada a incentivi più moderni, digitalizzati e orientati a filiere innovative, con un ampliamento della platea dei beneficiari e strumenti fiscali più evoluti.

Guardando al 2026, chi intende avviare un’attività nel Sud Italia dovrà affrontare questa nuova fase con visione strategica e preparazione. Investire oggi in una consulenza tecnico-fiscale adeguata può determinare il successo nella richiesta di contributi, soprattutto in un contesto di risorse limitate e crescente concorrenza.

Il Mezzogiorno resta una terra ricca di potenziale. Con il giusto supporto professionale, può diventare un polo di innovazione, sviluppo sostenibile e rinascita economica.

Sostegno ai mercati rionali 2025-2026: il MIMIT stanzia 10 milioni per riqualificazione e sviluppo

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I mercati rionali rappresentano da sempre un punto di riferimento per le economie locali e per la valorizzazione del tessuto commerciale delle città italiane. Spesso trascurati dalle grandi politiche economiche, oggi tornano protagonisti grazie a un’importante misura di sostegno messa in campo dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Con il Decreto direttoriale del 7 ottobre 2025, vengono ripartite tra le Regioni le risorse previste dal decreto interministeriale del 26 giugno 2025, destinate a interventi specifici per rilanciare i mercati rionali.

L’obiettivo è ambizioso: sostenere le micro, piccole e medie imprese (PMI) che operano nei mercati rionali e rilanciare il comparto con strumenti moderni, eventi fieristici, progetti di digitalizzazione e promozione del Made in Italy. Un’occasione unica per rinnovare un settore fondamentale per l’economia territoriale italiana, ma anche per promuovere identità, cultura e sostenibilità.

In questo articolo analizzeremo le regole del Decreto 11 agosto 2025, i beneficiari, le modalità di accesso e le opportunità per le imprese, con un focus particolare sulla Linea di intervento 3, dedicata proprio al rilancio dei mercati rionali. Un approfondimento utile per chi vuole capire come ottenere le agevolazioni e sfruttare al meglio questo strumento di politica economica.

I mercati rionali

I mercati rionali non sono solo luoghi di vendita, ma veri e propri centri di vita sociale, economica e culturale. Da Nord a Sud, questi spazi rappresentano un modello di commercio di prossimità, a chilometro zero, e sono spesso gestiti da microimprese familiari che tramandano la propria attività da generazioni. Tuttavia, negli ultimi anni, i mercati rionali hanno subito un lento declino a causa della crescente concorrenza della grande distribuzione, della crisi economica e delle mutate abitudini di consumo.

Nonostante ciò, l’interesse per la riscoperta dei prodotti locali, dell’artigianato e dei servizi “di quartiere” è tornato in auge, soprattutto in un’ottica di sostenibilità ambientale e rilancio dei centri urbani. Ecco perché sostenere i mercati rionali oggi significa non solo salvaguardare posti di lavoro e microimprese, ma anche investire su un modello di economia circolare e sociale.

Con questa consapevolezza, il MIMIT ha varato una misura organica che mette finalmente i mercati rionali al centro delle politiche di sostegno economico. Grazie a fondi stanziati in collaborazione con le Regioni, il Governo intende supportare interventi strutturali, promozionali e di innovazione, per garantire un vero e proprio rilancio di questo comparto fondamentale per la vitalità delle città italiane.

Le risorse assegnate dal MIMIT

Il cuore della misura di sostegno promossa dal MIMIT si traduce in uno stanziamento complessivo di 10 milioni di euro, destinato al rilancio dei mercati rionali attraverso progetti coordinati a livello regionale. L’allocazione dei fondi non è casuale, ma risponde a un principio di equità e proporzionalità: ogni Regione ha potuto presentare una richiesta formale di accesso alle risorse, ottenendo una quota di finanziamento sulla base delle percentuali di riparto già stabilite dal DPCM 30 luglio 2003.

Con il Decreto direttoriale del 7 ottobre 2025, il Ministero ha ufficializzato l’assegnazione delle somme spettanti a ciascuna Regione richiedente, autorizzando così l’attuazione concreta dei progetti sul territorio. È importante sottolineare che l’intervento non è gestito in modo centralizzato: sono le Regioni a dover coordinare e attuare le iniziative, nel rispetto delle linee guida e degli obiettivi stabiliti a livello ministeriale.

Questo approccio consente una maggiore flessibilità, adattando gli interventi alle specifiche esigenze locali. In sostanza, il MIMIT trasferirà alle Regioni le risorse assegnate, le quali avranno il compito di avviare e gestire le attività di valorizzazione dei mercati rionali, compresa la promozione, la digitalizzazione, la riqualificazione degli spazi e l’organizzazione di eventi o manifestazioni.

Innovazione, sostenibilità e attrattività turistica

Le risorse stanziate dal MIMIT per il sostegno ai mercati rionali nel biennio 2025-2026 non saranno distribuite in modo generico, ma orientate verso interventi mirati e strategici, volti a trasformare in modo strutturale il volto del commercio rionale italiano. Il focus principale è infatti quello di finanziare progetti di investimento che riguardino mercati attivi all’interno del territorio regionale e che abbiano come obiettivo l’ammodernamento, l’ampliamento e la riqualificazione strutturale degli spazi destinati alla vendita.

Un elemento chiave dell’iniziativa è l’attenzione alla sostenibilità ambientale e all’efficientamento energetico: due temi ormai centrali nella programmazione economica nazionale ed europea. Le Regioni, pertanto, potranno utilizzare i fondi per interventi come la realizzazione di impianti fotovoltaici, l’introduzione di sistemi di raccolta differenziata più efficienti, l’adozione di soluzioni green per l’illuminazione e la climatizzazione degli spazi mercatali.

Il Decreto prevede un ulteriore elemento di selezione strategica: le Regioni dovranno dare priorità ai mercati rionali che presentano anche una rilevanza turistica, culturale o artistica. Questo significa che saranno privilegiati quei mercati in grado di valorizzare la propria identità territoriale, magari collocati in zone di pregio storico o frequentati da visitatori internazionali, favorendo così la sinergia tra commercio locale e attrattività turistica.

Decreto 11 agosto 2025

Il Decreto Direttoriale 11 agosto 2025 definisce in maniera chiara l’articolazione delle misure a sostegno delle PMI e degli operatori fieristici, attraverso tre linee di intervento, ognuna con un obiettivo specifico. Tra queste, la Linea 3 rappresenta il pilastro centrale per il rilancio dei mercati rionali, in quanto dedicata esclusivamente agli interventi di competenza regionale finalizzati alla riqualificazione di queste realtà locali.

Nel dettaglio:

  • Linea 1 è rivolta alle PMI italiane che intendono partecipare a fiere nazionali e internazionali organizzate in Italia;

  • Linea 2 è destinata agli organizzatori di manifestazioni fieristiche nazionali, per progetti finalizzati all’organizzazione di eventi dal forte respiro internazionale, anche in formato virtuale o ibrido;

  • Linea 3, infine, è gestita direttamente dalle Regioni e si concentra sulla valorizzazione dei mercati rionali, con la possibilità di finanziare interventi infrastrutturali, promozionali e di digitalizzazione.

La gestione decentrata della Linea 3 garantisce una maggiore aderenza alle esigenze locali, permettendo alle Regioni di progettare e realizzare interventi su misura per le realtà presenti nei propri territori.

Questo approccio è coerente con l’obiettivo di rafforzare l’identità locale dei mercati, rendendoli più competitivi, funzionali e attrattivi sia per i cittadini che per i turisti. Inoltre, si prevede il coinvolgimento diretto degli enti locali e delle associazioni di categoria, per favorire una governance partecipata e realmente efficace.

Chi può accedere

La misura di sostegno ai mercati rionali, come previsto dal Decreto 11 agosto 2025, è pensata per sostenere interventi infrastrutturali e promozionali attraverso fondi pubblici assegnati alle Regioni, che a loro volta gestiranno l’erogazione delle agevolazioni. A differenza di altre forme di incentivo a gestione diretta da parte dello Stato, in questo caso sono le Regioni a predisporre appositi bandi o avvisi pubblici, definendo nel dettaglio i criteri di ammissibilità, le spese agevolabili, le tempistiche e le modalità di presentazione delle domande.

I beneficiari finali dell’intervento sono:

  • Comuni o altri enti pubblici titolari o gestori delle aree mercatali;

  • Associazioni di categoria o consorzi di operatori di mercati rionali;

  • Micro, piccole e medie imprese che operano stabilmente all’interno dei mercati rionali, in forma singola o aggregata.

Per accedere ai contributi, sarà necessario rispondere ai singoli bandi regionali allegando una documentazione dettagliata che attesti la natura del progetto, la spesa prevista, la coerenza con gli obiettivi del programma (riqualificazione, digitalizzazione, sostenibilità, ecc.) e la regolarità amministrativa e fiscale del soggetto proponente. È molto probabile che sarà prevista una procedura a sportello o una valutazione a graduatoria, a seconda delle Regioni.

La pubblicazione dei bandi sarà quindi il vero punto di partenza per le imprese e gli enti interessati. È consigliabile monitorare i siti istituzionali regionali e preparare in anticipo la documentazione per non perdere l’opportunità di ottenere contributi a fondo perduto, spesso coprendo una parte rilevante del costo complessivo del progetto.

Interventi finanziabili e spese ammissibili

Le risorse messe a disposizione dal MIMIT, distribuite alle Regioni e da queste destinate a bandi pubblici, possono essere utilizzate per finanziare una serie di interventi concreti e mirati alla riqualificazione e valorizzazione dei mercati rionali. Le spese ammissibili, infatti, sono state pensate per garantire un impatto diretto sul miglioramento dell’esperienza commerciale, della fruibilità degli spazi e della sostenibilità ambientale.

Tra gli interventi principali finanziabili rientrano:

  • L’ammodernamento e la messa in sicurezza delle strutture mercatali, comprese coperture, impianti elettrici, fognari e idraulici;

  • La riqualificazione delle aree mercatali urbane o periferiche, con interventi su pavimentazioni, segnaletica, arredi urbani, pensiline e servizi igienici;

  • L’introduzione di tecnologie digitali: sistemi di pagamento elettronico, Wi-Fi pubblico, totem informativi, app di prenotazione o mappa degli operatori;

  • Interventi per l’efficientamento energetico: impianti fotovoltaici, illuminazione LED, soluzioni per la climatizzazione sostenibile;

  • Azioni promozionali e comunicative, anche attraverso eventi, iniziative culturali o turistiche che coinvolgano i mercati come luoghi centrali della vita cittadina.

Inoltre, sono spesso considerate spese ammissibili anche quelle relative a:

  • Progettazione e consulenza tecnica;

  • Oneri per autorizzazioni o adeguamenti normativi;

  • Spese di comunicazione e promozione.

Le percentuali di copertura variano a seconda dei singoli bandi regionali, ma in molti casi si parla di contributi a fondo perduto fino al 70-80% delle spese ammissibili, con un tetto massimo stabilito dalla Regione. È importante sottolineare che i progetti dovranno essere realizzati entro i tempi previsti nei bandi per evitare la revoca dei fondi.

Vantaggi per le imprese

Partecipare ai progetti finanziati con il sostegno del MIMIT rappresenta per le micro, piccole e medie imprese dei mercati rionali un’opportunità concreta di sviluppo e modernizzazione. I benefici sono molteplici, sia in termini economici sia in termini di posizionamento competitivo.

In primo luogo, l’accesso a contributi a fondo perduto permette alle imprese di ridurre drasticamente i costi di investimento per l’ammodernamento dei propri spazi, l’acquisto di attrezzature innovative o la partecipazione ad attività promozionali. In un periodo in cui il credito bancario è difficile da ottenere e costoso, questo tipo di agevolazione pubblica si traduce in un risparmio fiscale e finanziario immediato.

In secondo luogo, partecipare a un progetto di riqualificazione finanziato comporta spesso una maggiore visibilità a livello locale e nazionale. I mercati coinvolti diventano destinatari di campagne pubblicitarie, eventi promozionali, iniziative turistiche e culturali che attraggono nuovi clienti e fidelizzano quelli esistenti. Questo si traduce in un potenziale aumento del fatturato e della clientela.

Dal punto di vista fiscale, le imprese beneficiarie che investono in beni strumentali o tecnologie potrebbero anche accedere ad altri bonus cumulabili, come il credito d’imposta per l’innovazione o per la digitalizzazione (se attivi). Inoltre, la partecipazione a progetti pubblici può facilitare l’accesso a future gare, bandi o incentivi per lo sviluppo d’impresa.

In sintesi, chi decide di cogliere questa opportunità potrà beneficiare di:

  • Agevolazioni economiche dirette;

  • Maggiore attrattività e clientela;

  • Vantaggi fiscali indiretti e cumulo con altri incentivi;

  • Consolidamento della propria presenza nel territorio.

Conclusione

Il sostegno ai mercati rionali promosso dal MIMIT per il biennio 2025-2026 rappresenta una delle iniziative più concrete degli ultimi anni per il rilancio del commercio locale e di prossimità. Attraverso un’azione congiunta tra Stato e Regioni, vengono messe a disposizione risorse importanti per modernizzare le strutture, migliorare i servizi offerti ai cittadini, aumentare l’attrattività turistica e sostenere l’identità culturale dei territori.

Questa misura non è solo una risposta alle difficoltà economiche post-pandemia, ma anche un segnale di visione strategica: investire nei mercati rionali significa infatti valorizzare il tessuto imprenditoriale locale, rafforzare l’economia circolare e promuovere un modello sostenibile di consumo e produzione.

Per le imprese, le associazioni e gli enti coinvolti, è il momento di attivarsi tempestivamente, monitorando i bandi regionali e predisponendo progetti coerenti con le linee guida. L’accesso ai fondi pubblici può fare davvero la differenza, non solo per rinnovare le strutture, ma anche per affrontare con più forza le sfide del mercato contemporaneo.

Ravvedimento CPB 2025-2026: tempi, modalità e vantaggi della regolarizzazione agevolata

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La scadenza per aderire al Concordato Preventivo Biennale (CPB) è ormai imminente: il termine ultimo è fissato al 30 settembre 2025. Ma oltre alla possibilità di fissare in anticipo il reddito imponibile per il biennio 2025-2026, c’è un’ulteriore opportunità da non perdere: il nuovo ravvedimento speciale, introdotto con il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 19 settembre 2025, operativo dal 1° gennaio 2026.

Questo strumento consente ai soggetti che hanno aderito al CPB di regolarizzare le imposte pregresse in modo agevolato, beneficiando di sanzioni ridotte, pagamento rateale e, soprattutto, della protezione da futuri accertamenti fiscali. Un’occasione concreta per sistemare la propria posizione con il Fisco, evitando contenziosi e approfittando di un meccanismo di compliance fiscale che guarda al futuro.

In questo articolo analizzeremo chi può aderire, quali imposte possono essere oggetto del ravvedimento, come e quando si paga, e soprattutto quali vantaggi fiscali e strategici offre questa misura.

Chi può aderire

Il ravvedimento speciale previsto per gli aderenti al Concordato Preventivo Biennale (CPB) rappresenta una misura straordinaria pensata per incentivare la regolarizzazione fiscale da parte di contribuenti con una posizione trasparente e conforme ai criteri di affidabilità.

Possono accedervi solo coloro che hanno presentato regolarmente domanda di adesione al CPB entro i termini di legge, ovvero:

  • Entro il 30 settembre 2025, per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare;

  • Entro l’ultimo giorno del nono mese successivo alla chiusura del periodo d’imposta, per chi ha esercizi non coincidenti.

Inoltre, è necessario che nelle annualità oggetto del ravvedimento i soggetti abbiano:

  • applicato gli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale);

  • oppure, dichiarato una causa di esclusione dagli ISA legata alla pandemia da COVID-19, secondo quanto previsto dall’articolo 148 del Decreto Rilancio (D.L. n. 34/2020, convertito con modificazioni nella L. n. 77/2020);

  • oppure, indicato condizioni di non normale svolgimento dell’attività, come da art. 9-bis, comma 6, lett. a), del D.L. n. 50/2017;

  • oppure, dichiarato l’esercizio di più attività di impresa non rientranti nel medesimo ISA, con ricavi da attività non prevalente superiori al 30% del totale.

Per i soggetti misti (con redditi da impresa e da lavoro autonomo), l’adesione al ravvedimento speciale è consentita solo se l’opzione viene esercitata per entrambe le categorie reddituali.

Infine, la base imponibile su cui calcolare le imposte sostitutive va determinata utilizzando i dati delle dichiarazioni fiscali già presentate, come precisato nell’Allegato n. 1 del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 19 settembre 2025.

Modalità operative

L’adesione al ravvedimento speciale per gli aderenti al CPB 2025-2026 avviene in maniera formalmente semplice ma fiscalmente vincolante: l’opzione si esercita tramite il versamento, tramite modello F24, dell’intera imposta sostitutiva dovuta o della prima rata (in caso di pagamento rateale). È fondamentale che, nel campo “Anno di riferimento” del modello F24, venga indicata una delle annualità cui il pagamento si riferisce, insieme al numero totale delle rate previste e ai codici tributo che verranno istituiti con apposita risoluzione dell’Agenzia delle Entrate.

Nel caso di soggetti “trasparenti” – come le società di persone o le società di capitali che applicano il regime di trasparenza fiscale (artt. 5, 115 e 116 del TUIR) – l’opzione per il ravvedimento si perfeziona attraverso:

  • Il versamento dell’imposta sostitutiva IRAP da parte della società o associazione;

  • Il versamento delle imposte sostitutive sui redditi e relative addizionali da parte dei soci o associati. In alternativa, queste ultime possono essere versate direttamente dalla società stessa, ai sensi dell’art. 12-ter, comma 11 del D.L. 73/2022.

Nel caso si opti per il pagamento rateale, l’adesione si considera perfezionata solo con il pagamento di tutte le rate dovute. Tuttavia, se una rata diversa dalla prima viene pagata in ritardo ma comunque entro la scadenza della rata successiva, il beneficio della rateazione non decade.

Attenzione: il ravvedimento non si perfeziona se il pagamento – sia in unica soluzione sia della prima rata – viene effettuato dopo la notifica di processi verbali di constatazione, schemi di atti di accertamento o atti di recupero di crediti d’imposta inesistenti, ai sensi dell’art. 6-bis della L. 212/2000.

Imposte oggetto del ravvedimento

Il ravvedimento speciale CPB 2025-2026 si configura come uno strumento efficace per la regolarizzazione agevolata di imposte dovute sulle annualità oggetto del Concordato Preventivo Biennale.

Le imposte interessate dal ravvedimento sono:

  • Imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF);

  • Imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle società (IRES);

  • Addizionali regionali e comunali all’IRPEF;

  • Imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) – in particolare nei casi di soggetti passivi IRAP, come società e imprese;

  • Eventuali altri tributi individuati nell’Allegato n. 1 del provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 19 settembre 2025.

La regolarizzazione avviene tramite imposte sostitutive, che si applicano sulla base imponibile calcolata in base ai dati delle dichiarazioni fiscali già trasmesse, anche ai fini dell’applicazione degli ISA. Non sono quindi richiesti nuovi accertamenti o ricostruzioni della posizione fiscale, il che garantisce certezza e semplicità operativa.

Tra i vantaggi principali per i contribuenti che aderiscono, si segnalano:

  • Riduzione delle sanzioni rispetto al ravvedimento ordinario, con aliquote agevolate;

  • Esclusione automatica da accertamenti futuri relativi alle annualità oggetto del CPB, salvo casi di frode o dichiarazioni mendaci;

  • Possibilità di pagamento rateale con mantenimento dei benefici anche in caso di lieve ritardo (entro la rata successiva);

  • Maggiore certezza del carico fiscale per il biennio oggetto del concordato.

In sostanza, il ravvedimento speciale non solo consente di regolarizzare la propria posizione in modo vantaggioso, ma anche di blindare la propria fiscalità futura, evitando il rischio di contenziosi o accertamenti imprevisti.

Decorrenza dei pagamenti e scadenze

Il ravvedimento speciale per gli aderenti al CPB 2025-2026 diventa operativo a partire dal 1° gennaio 2025, data dalla quale sarà possibile effettuare il primo versamento delle imposte sostitutive dovute. Tale versamento rappresenta l’atto formale con cui si esercita l’opzione per il ravvedimento.

Il pagamento può avvenire in unica soluzione oppure in rate mensili di pari importo. Le scadenze specifiche per ogni rata saranno comunicate ufficialmente dall’Agenzia delle Entrate, ma seguono regole simili a quelle già adottate in altri istituti di ravvedimento speciale.

Modalità di versamento:

  • Unica soluzione: da effettuare entro una scadenza prefissata che sarà indicata nel provvedimento attuativo definitivo;

  • Pagamento rateale: in un numero massimo di rate stabilite (verosimilmente tra le 4 e le 6), con la prima rata entro il 31 gennaio 2025, e le successive a cadenza mensile.

Il pagamento avviene sempre tramite modello F24, utilizzando i codici tributo che saranno istituiti con apposita risoluzione.

Cosa succede in caso di inadempimento?

Se il contribuente non versa l’unica soluzione o la prima rata entro i termini previsti, il ravvedimento si considera non perfezionato. In questo caso, l’Agenzia delle Entrate potrà procedere con attività di controllo e accertamento secondo le modalità ordinarie.

Tuttavia, come già anticipato, in caso di ritardo nel pagamento di una rata successiva alla prima, purché la stessa venga versata entro la scadenza della rata immediatamente successiva, non si decade dalla rateazione né dal beneficio del ravvedimento speciale.

Il rispetto del calendario è dunque essenziale per mantenere la validità dell’adesione e godere della protezione da controlli fiscali per le annualità concordate

Vantaggi strategici e fiscali

L’adesione al Concordato Preventivo Biennale (CPB), rafforzata dalla possibilità di accedere al ravvedimento speciale, non rappresenta solo un’opportunità per “sanare” eventuali posizioni fiscali pregresse, ma costituisce una leva strategica di pianificazione fiscale e finanziaria per imprese e professionisti.

Tra i principali vantaggi, spiccano:

Certezza fiscale per due anni

Con il CPB, il contribuente conosce in anticipo il livello di reddito imponibile che sarà oggetto di imposizione per due esercizi consecutivi. Questo consente una pianificazione accurata del carico fiscale e dell’impatto sulla liquidità aziendale o personale.

Protezione da accertamenti

L’adesione al CPB, unita al ravvedimento speciale, garantisce la preclusione dell’accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate per le annualità interessate, salvo casi di frode, dichiarazioni false o infedeli. Questo riduce l’incertezza e il rischio di contenziosi tributari, con evidenti vantaggi anche in termini di serenità gestionale.

Immagine e rating fiscale

Un contribuente che aderisce volontariamente al CPB e si mette in regola attraverso il ravvedimento speciale dimostra affidabilità e trasparenza fiscale, fattori che possono incidere positivamente sul rating di affidabilità (ISA), ma anche su rapporti bancari, accesso al credito e partecipazione a gare pubbliche.

Benefici anche in ottica di compliance 231

Per le imprese più strutturate, l’adesione al CPB e il ravvedimento rappresentano anche un segnale di attenzione alla compliance fiscale, aspetto sempre più integrato nei modelli 231 e nei sistemi di governance aziendale.

In sintesi, chi aderisce a questo strumento non fa solo una scelta tattica, ma anche una scelta strategica di trasparenza e di posizionamento fiscale sul medio-lungo termine.

Documenti e operazioni necessarie

Per aderire correttamente al ravvedimento speciale collegato al CPB 2025-2026, i contribuenti interessati devono intraprendere una serie di passaggi concreti e prestare particolare attenzione agli aspetti formali. Il primo requisito essenziale è, ovviamente, l’adesione valida e nei termini al CPB, che deve avvenire entro il 30 settembre 2025, o entro il nono mese successivo alla chiusura del periodo d’imposta per i soggetti con esercizio non coincidente con l’anno solare.

Una volta confermata l’adesione al CPB, il contribuente dovrà:

  1. Verificare la propria posizione fiscale relativa alle annualità oggetto del ravvedimento (2023 e/o 2024);

  2. Analizzare i dati delle dichiarazioni fiscali già presentate, in particolare quelli utilizzati per l’applicazione degli ISA e rilevanti per la determinazione delle imposte sostitutive;

  3. Calcolare l’importo dovuto per ciascuna imposta oggetto del ravvedimento (IRPEF, IRES, addizionali, IRAP);

  4. Predisporre il modello F24, indicando:

    • il corretto “Anno di riferimento”;

    • il numero di rate (se si opta per la rateazione);

    • i codici tributo che saranno comunicati a breve dall’Agenzia delle Entrate con apposita risoluzione.

È consigliabile affidarsi a un commercialista esperto, in grado di assistere non solo nel calcolo preciso delle imposte dovute, ma anche nella gestione corretta dell’adempimento in tutte le sue fasi. Ricordiamo inoltre che, in caso di adesione da parte di società trasparenti, sarà necessario coordinare anche il versamento da parte dei soci o associati (salvo versamento effettuato direttamente dalla società).

Infine, è utile monitorare costantemente le comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate, per verificare eventuali aggiornamenti o chiarimenti operativi (inclusa la pubblicazione dei codici tributo o delle istruzioni aggiornate sul modello F24).

Quadro normativo

Il ravvedimento speciale riservato ai contribuenti che aderiscono al Concordato Preventivo Biennale (CPB) 2025-2026 è disciplinato da una serie di disposizioni normative e atti amministrativi che ne definiscono struttura, condizioni di accesso, limiti e modalità operative. Comprendere il quadro normativo è essenziale per garantire un’adesione conforme e priva di rischi.

La base giuridica dell’istituto si fonda su:

  • Articolo 12-ter del Decreto-Legge n. 73/2022 (c.d. “Decreto Semplificazioni”), convertito nella Legge n. 122/2022, che ha introdotto il meccanismo del Concordato Preventivo Biennale;

  • Articolo 148 del Decreto-Legge n. 34/2020, convertito con modificazioni nella Legge n. 77/2020, relativo alle esclusioni ISA per motivi legati alla pandemia COVID-19;

  • Articolo 9-bis, comma 6, lett. a) del D.L. n. 50/2017, che disciplina le condizioni di non normale svolgimento dell’attività ai fini dell’applicazione degli ISA;

  • Articolo 6-bis della Legge n. 212/2000 (Statuto del contribuente), che individua gli atti ostativi alla possibilità di accesso al ravvedimento in caso di accertamenti già avviati.

Il riferimento pratico principale è però il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 19 settembre 2025, che fornisce tutte le istruzioni operative per l’esercizio dell’opzione, i criteri di calcolo, le modalità di versamento, i casi di esclusione e le specifiche tecniche per la compilazione del modello F24. In allegato al provvedimento è presente anche l’Allegato n. 1, che individua con precisione i campi delle dichiarazioni fiscali rilevanti per il calcolo delle imposte sostitutive.

Va inoltre ricordato che saranno adottate a breve specifiche risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate per l’istituzione dei codici tributo necessari al versamento. Questi codici saranno essenziali per garantire la corretta imputazione dei pagamenti ai fini del perfezionamento del ravvedimento.

Per una corretta interpretazione e applicazione delle norme, è fortemente consigliato tenere monitorato il sito ufficiale dell’Agenzia delle Entrate e le circolari esplicative che verranno presumibilmente pubblicate nelle prossime settimane.

Conclusioni

Il Concordato Preventivo Biennale (CPB) è una delle principali novità fiscali del biennio 2025-2026. Pensato per imprese e professionisti, permette di bloccare per due anni l’imponibile da dichiarare, offrendo certezza e stabilità nella pianificazione fiscale. Ma non solo: l’adesione al CPB consente anche di accedere a un’importante misura agevolativa, ovvero il ravvedimento speciale, operativo dal 1° gennaio 2026.

Il termine per aderire al CPB era fissato al 30 settembre 2025 per i soggetti il cui esercizio coincide con l’anno solare. Tuttavia, chi ha un periodo d’imposta non allineato all’anno solare è ancora in tempo: in questi casi, la scadenza è entro il nono mese successivo alla chiusura dell’esercizio.

Si tratta quindi di un’occasione ancora aperta per numerose imprese, che possono beneficiare sia della definizione anticipata del reddito imponibile, sia della possibilità di sanare eventuali irregolarità fiscali a condizioni più favorevoli, evitando contenziosi e incertezze.

Imprese agricole 2025: tutti gli incentivi per investimenti innovativi e sostenibili

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In un contesto economico sempre più orientato alla sostenibilità, alla digitalizzazione e all’innovazione, le imprese agricole italiane si trovano oggi di fronte a un’importante opportunità: accedere a nuovi incentivi per investimenti innovativi, grazie alle modifiche introdotte dal Decreto Direttoriale del 4 settembre 2023, pubblicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Questo intervento aggiorna il precedente Decreto del 2 maggio 2022, introducendo significative novità normative e procedurali in linea con quanto previsto dal nuovo Regolamento ABER II (UE 2022/2472), entrato in vigore il 14 dicembre 2022.

L’obiettivo principale del nuovo assetto normativo è quello di semplificare le procedure per l’accesso agli aiuti di Stato in ambito agricolo e forestale, eliminando la necessità di autorizzazione preventiva da parte della Commissione Europea. Il risultato? Una maggiore rapidità nell’erogazione degli incentivi, con vantaggi concreti in termini di tempistiche, liquidità e pianificazione finanziaria per le aziende del settore primario.

Questo articolo approfondisce i contenuti della normativa aggiornata, analizza quali investimenti rientrano tra quelli agevolabili, e fornisce indicazioni su come le imprese agricole possono sfruttare queste misure in modo legale e vantaggioso per sostenere la transizione ecologica e digitale.

Destinatari e requisiti

Il Fondo per gli investimenti innovativi delle imprese agricole, istituito con la Legge di Bilancio 2020 e successivamente disciplinato dal Decreto del 2 maggio 2022, rappresenta una misura concreta per supportare le imprese agricole che intendono digitalizzare e innovare i propri processi produttivi. Il recente Decreto Direttoriale del 4 settembre 2023 non modifica i criteri di accesso, ma conferma e chiarisce chi può realmente beneficiare degli aiuti previsti, in coerenza con il nuovo Regolamento UE 2022/2472 (ABER II).

I soggetti beneficiari sono micro, piccole e medie imprese agricole (PMI) regolarmente iscritte al Registro delle Imprese, con sede operativa o unità locale in Italia, in regola con gli obblighi fiscali e contributivi, e che non si trovino in situazioni di difficoltà economica o soggette a procedure concorsuali. È esclusa la partecipazione di aziende sanzionate, con amministratori coinvolti in irregolarità o che non abbiano rimborsato finanziamenti pubblici precedenti.

Le attività ammesse sono ampie e variegate, comprendendo:

  • produzione, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli;

  • attività non agricole in zone rurali;

  • interventi ambientali in ambito agricolo;

  • tutela del patrimonio culturale e naturale nelle aziende agricole e forestali;

  • ripristino danni da calamità naturali;

  • progetti di ricerca e sviluppo;

  • attività forestali connessi.

Questo ampliamento permette a un ventaglio più ampio di imprese agricole di accedere agli incentivi, favorendo investimenti concreti in tecnologia, sostenibilità e innovazione, coerentemente con le linee guida europee sullo sviluppo rurale e l’agricoltura 4.0.

Cosa cambia per le imprese agricole

In seguito all’entrata in vigore del Regolamento UE 2022/2472 (ABER II), operativo dal 1° gennaio 2023, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha ritenuto necessario adeguare la normativa nazionale alle nuove disposizioni europee in materia di aiuti di Stato per i settori agricolo e forestale. A tal fine, con il Decreto Direttoriale del 4 settembre 2023, sono state apportate modifiche puntuali ma rilevanti al Decreto originario del 2 maggio 2022, tuttora in vigore anche nel 2025.

Le modifiche sostanziali riguardano:

  • Art. 1, comma 1, lettera a: è stata aggiornata la definizione di “Ministero”, ora correttamente indicato come Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in linea con la ridenominazione ministeriale ormai consolidata.

  • Art. 1, comma 1, lettera m: aggiornato il riferimento al “regolamento ABER”, che diventa “regolamento ABER II”, recependo integralmente il Regolamento (UE) n. 2022/2472 della Commissione del 14 dicembre 2022.

In aggiunta a questi aggiornamenti testuali, sono stati rivisti due allegati fondamentali:

  • Allegato 2 – Modulo di richiesta erogazione: aggiornato per rendere la domanda conforme alle nuove disposizioni;

  • Allegato 8 – Oneri informativi: modificato per semplificare la trasparenza amministrativa richiesta alle imprese.

Tutti i documenti aggiornati sono accessibili nel 2025 attraverso il portale ufficiale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nella sezione “Normativa”. Le imprese interessate a presentare domanda sono tenute a utilizzare esclusivamente i modelli aggiornati, pena l’inammissibilità delle richieste.

Spese ammissibili

Nel 2025, il Fondo per gli investimenti innovativi delle imprese agricole continua a rappresentare un’importante leva di sviluppo per tutte le aziende che vogliono rendere più efficiente, sostenibile e digitale la propria attività. Ma quali sono le spese effettivamente agevolabili?

Il decreto prevede la possibilità di ottenere contributi per investimenti in beni strumentali nuovi di fabbrica, sia materiali che immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi delle imprese agricole.

Tra gli investimenti ammissibili rientrano:

  • Macchinari e attrezzature per la lavorazione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli;

  • Soluzioni digitali e strumenti tecnologici per l’agricoltura di precisione (es. droni, sensori, sistemi di monitoraggio);

  • Software gestionali, piattaforme di tracciabilità e sistemi informatici per il controllo delle operazioni agricole;

  • Tecnologie green e sostenibili, come impianti per il risparmio idrico, pannelli solari o sistemi di gestione energetica;

  • Brevetti, licenze e know-how connessi all’innovazione tecnologica e produttiva.

È importante sottolineare che il contributo non è cumulabile con altre agevolazioni pubbliche concesse per gli stessi costi, ad eccezione di alcune deroghe previste dalla normativa europea sugli aiuti di Stato. Inoltre, le spese devono essere sostenute e quietanzate entro i termini stabiliti dal bando, e documentate in modo preciso e verificabile.

L’agevolazione, in forma di contributo a fondo perduto, può arrivare a coprire fino al 65% dell’investimento, elevabile al 80% nel caso di giovani agricoltori, come definito dal Regolamento UE.

Come presentare la domanda

Per accedere alle agevolazioni previste dal Fondo per gli investimenti innovativi delle imprese agricole, le aziende devono seguire una procedura telematica, gestita attraverso i canali ufficiali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Anche nel 2025, le modalità restano digitali, con una piattaforma dedicata disponibile sul sito istituzionale del Ministero o tramite il portale di Invitalia, soggetto gestore operativo per molte misure nazionali.

Ecco i principali passaggi da seguire:

  1. Verifica dei requisiti: l’impresa deve essere in regola con tutti gli obblighi fiscali e contributivi, ed essere iscritta al Registro delle Imprese come impresa agricola.

  2. Preparazione della documentazione: occorre predisporre i preventivi dei beni da acquistare, le planimetrie (se necessarie), la descrizione del progetto innovativo e la documentazione amministrativa (DURC, visura camerale, ecc.).

  3. Compilazione della domanda: si utilizza l’allegato 2 – modulo di richiesta erogazione, aggiornato secondo le modifiche introdotte nel 2023. La domanda deve essere firmata digitalmente dal legale rappresentante.

  4. Invio telematico: l’invio avviene esclusivamente via PEC o tramite l’apposita piattaforma, secondo le istruzioni pubblicate sul sito ministeriale.

  5. Valutazione e graduatoria: le domande vengono valutate in ordine cronologico o attraverso una procedura a sportello, con pubblicazione della graduatoria degli ammessi al contributo.

È essenziale monitorare le scadenze: il bando 2025 stabilisce una finestra temporale per la presentazione delle domande, oltre la quale non sarà più possibile partecipare. In caso di errori nella compilazione o documentazione incompleta, la domanda può essere rigettata.

Per evitare imprecisioni, è fortemente consigliato affidarsi a un consulente fiscale o a un commercialista esperto in agevolazioni per il settore agricolo, capace di seguire passo dopo passo l’intero iter.

Vantaggi fiscali 

Accedere agli incentivi per investimenti innovativi in agricoltura nel 2025 non significa soltanto ottenere un contributo a fondo perduto: significa rafforzare in modo strutturale la competitività dell’impresa agricola, migliorandone efficienza, sostenibilità e capacità di adattamento alle sfide del mercato.

Ma quali sono i vantaggi fiscali ed economici concreti?

1. Contributi a fondo perduto

Il vantaggio immediato è ovviamente di tipo finanziario: il contributo può coprire fino all’80% del costo dell’investimento (in caso di giovani agricoltori), riducendo in modo considerevole l’esborso iniziale e facilitando l’accesso a tecnologie altrimenti non sostenibili.

2. Innovazione e posizionamento sul mercato

L’introduzione di macchinari di ultima generazione, software gestionali, tecnologie green e digitali consente alle aziende agricole di migliorare la qualità dei prodotti, la tracciabilità, e ridurre i costi operativi. Tutto ciò si traduce in maggiore competitività sul mercato, anche in vista di certificazioni ambientali o di filiera.

3. Valore patrimoniale e accesso al credito

Un’azienda che investe in innovazione rafforza il proprio attivo patrimoniale e migliora il rating bancario, facilitando l’accesso a futuri finanziamenti, mutui agrari e linee di credito.

In sintesi, investire oggi con il supporto degli incentivi pubblici significa preparare l’azienda agricola al futuro, sfruttando strumenti legali e vantaggiosi anche dal punto di vista fiscale.

Transizione digitale ed ecologica

Gli incentivi per gli investimenti innovativi nelle imprese agricole non vanno letti come misure isolate, ma come parte integrante di un percorso strategico nazionale e comunitario, che punta a trasformare il settore agricolo in chiave digitale, sostenibile e resiliente. Il Fondo agevolato, aggiornato nel 2023 e attivo nel 2025, si inserisce perfettamente nelle linee guida del Green Deal europeo e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che prevedono fondi e riforme specifiche per la modernizzazione dell’agricoltura.

La trasformazione agricola si gioca oggi su quattro fronti fondamentali:

  1. Digitalizzazione dei processi produttivi, grazie all’utilizzo di tecnologie IoT, droni, sensori, gestione da remoto e sistemi predittivi;

  2. Sostenibilità ambientale, con investimenti in impianti per l’energia rinnovabile, tecnologie per l’efficienza idrica ed energetica, riduzione degli input chimici;

  3. Valorizzazione della filiera agroalimentare, anche attraverso l’introduzione di sistemi di tracciabilità e blockchain;

  4. Sviluppo delle competenze, grazie alla formazione continua degli operatori agricoli sulle nuove tecnologie e modelli di gestione.

L’agricoltura di oggi non può più permettersi di essere “tradizionale” nel senso limitante del termine: l’innovazione è una necessità per la sopravvivenza competitiva. E con l’aiuto dei contributi statali e comunitari, le imprese agricole italiane hanno finalmente gli strumenti per affrontare il cambiamento.

Nel prossimo futuro, i settori più premiati saranno quelli capaci di coniugare redditività, tecnologia e tutela dell’ambiente, diventando veri protagonisti della nuova economia circolare rurale.

Conclusioni

Nel 2025, le imprese agricole italiane si trovano davanti a una finestra concreta e vantaggiosa per investire in innovazione, digitalizzazione e sostenibilità, sfruttando le agevolazioni previste dal Fondo per gli investimenti innovativi. Le modifiche normative introdotte dal Decreto Direttoriale del 4 settembre 2023, in risposta al Regolamento UE ABER II, hanno semplificato le procedure, reso più accessibili gli strumenti e ampliato il perimetro degli investimenti ammissibili.

Parliamo di contributi a fondo perduto fino all’80%, per l’acquisto di beni materiali e immateriali, tecnologie digitali e soluzioni green che non solo riducono i costi, ma migliorano radicalmente l’efficienza aziendale. Tutto questo, senza trascurare i vantaggi fiscali derivanti dalla deducibilità e dalla possibilità di cumulo, laddove previsto.

Chi si muove ora ha più possibilità di posizionarsi in modo competitivo sul mercato, accedere a ulteriori linee di credito e creare valore a lungo termine per la propria azienda agricola. L’innovazione non è più un’opzione per pochi: è una necessità strategica per tutti.

Non aspettare l’ultimo momento: verifica oggi stesso se la tua impresa agricola possiede i requisiti, pianifica l’investimento e presenta domanda seguendo i nuovi modelli disponibili sul sito del Ministero. E se hai dubbi, affidati a un commercialista esperto per non sbagliare.

Autoproduzione di energia da rinnovabili per le PMI: incentivi fotovoltaico prorogati al 10 novembre 2025

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Nel pieno di una transizione ecologica sempre più urgente e sostenuta da incentivi pubblici, le piccole e medie imprese italiane (PMI) hanno davanti a sé un’occasione unica per abbattere i costi energetici, diventare più sostenibili e aumentare la loro competitività. Il Governo, tramite il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), ha prorogato al 10 novembre 2025 il termine per accedere ai finanziamenti previsti a sostegno dell’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, con un focus particolare sull’impianto fotovoltaico.

La misura, inserita nel quadro degli interventi finanziati dal PNRR (Missione 2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica), prevede l’erogazione di contributi a fondo perduto per le PMI che decidono di dotarsi di impianti per la produzione di energia pulita, in particolare nei settori energivori come manifatturiero, tessile, alimentare e chimico. Una scelta strategica non solo per risparmiare sulle bollette, ma anche per tutelarsi da future fluttuazioni di mercato e aumentare la resilienza energetica dell’azienda.

In questo articolo vedremo nel dettaglio quali sono le nuove regole per accedere ai contributi, cosa prevede la proroga al 10 novembre, chi può beneficiare degli incentivi, quali sono i vantaggi fiscali ed economici per le PMI, come fare domanda e quali errori evitare.

Cosa prevede il decreto del MIMIT

Con il Decreto Direttoriale del 29 settembre 2025, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) ha ufficializzato la proroga del termine per la presentazione delle domande di accesso alla misura agevolativa per la produzione di energia da fonti rinnovabili nelle PMI. La nuova scadenza è fissata al 10 novembre 2025, posticipando di oltre un mese la precedente deadline, inizialmente prevista per il 30 settembre.

La misura rientra nel quadro del PNRR – Missione 2, Componente 2, Investimento 16, e trova le sue basi normative nel Decreto del 30 giugno 2025, che ha stabilito i criteri, le modalità e i modelli da utilizzare per l’accesso ai contributi. Si tratta di un intervento fortemente orientato a sostenere programmi di investimento delle PMI volti all’autoproduzione e autoconsumo di energia elettrica da fonti rinnovabili, in particolare attraverso l’installazione di impianti fotovoltaici, ma anche altre tecnologie ammesse.

Secondo quanto previsto dal MIMIT, le risorse disponibili ammontano a 178.668.093 euro, e sono suddivise in maniera strategica:

  • Il 40% è riservato alle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia);

  • Un altro 40% è destinato specificamente alle micro e piccole imprese, favorendo così chi ha minori possibilità di accesso al credito o all’autofinanziamento.

Il decreto disciplina inoltre gli schemi di domanda, la documentazione necessaria per l’istruttoria e i criteri di ammissibilità, offrendo così una guida chiara e dettagliata per le imprese che intendono cogliere questa occasione di efficienza energetica e risparmio economico.

Chi può accedere agli incentivi

La misura agevolativa per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili è rivolta a tutte le piccole e medie imprese (PMI) attive sul territorio nazionale, con alcune eccezioni settoriali e ambientali.

In particolare, non possono accedere agli incentivi le imprese che operano nei seguenti settori:

  • Settore carbonifero (estrazione e lavorazione del carbone);

  • Produzione primaria di prodotti agricoli;

  • Settore della pesca e dell’acquacoltura.

Queste esclusioni sono in linea con i principi ambientali stabiliti a livello europeo e con gli obiettivi del PNRR, che intende premiare solo progetti realmente sostenibili e in linea con la transizione ecologica.

Inoltre, tutte le imprese richiedenti devono garantire il rispetto del cosiddetto principio DNSH (“Do No Significant Harm”, ovvero “non arrecare danni significativi all’ambiente”), previsto dall’art. 17 del Regolamento (UE) 2020/852 del Parlamento Europeo e del Consiglio. Questo principio impone che l’attività d’impresa non comprometta gli obiettivi ambientali dell’Unione, come la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’uso sostenibile delle risorse idriche e marine, e la protezione della biodiversità.

Tutte le PMI interessate devono quindi verificare con attenzione il codice ATECO, la conformità ambientale e il rispetto delle condizioni previste dal regolamento europeo, prima di procedere alla presentazione della domanda.

Interventi ammessi e spese agevolabili

La misura “Sostegno per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili nelle PMI – FER” si concretizza in contributi a fondo perduto erogati in conto impianti, destinati a supportare i programmi di investimento delle PMI volti all’autoproduzione di energia elettrica.

In particolare, sono ammessi i progetti che prevedano l’installazione di:

  • Impianti solari fotovoltaici;

  • Impianti minieolici;

  • Sistemi di accumulo/stoccaggio dell’energia “dietro il contatore”, ovvero destinati all’autoconsumo differito.

I progetti devono avere come obiettivo l’autoconsumo, quindi la produzione non finalizzata alla vendita, ma all’utilizzo diretto dell’energia nell’ambito dei processi produttivi aziendali.

L’accesso al contributo è subordinato a una procedura valutativa a graduatoria, e le agevolazioni sono concesse solo per progetti che presentino:

  • Spese ammissibili comprese tra 30.000 euro e 1.000.000 euro.

Le percentuali di contributo sono così differenziate:

  • 30% per le medie imprese;

  • 40% per le micro e piccole imprese;

  • 30% aggiuntivo per l’investimento in sistemi di accumulo/stoccaggio;

  • Fino al 50% per le spese legate alla diagnosi energetica, qualora inserita nel progetto.

Questa struttura premiale favorisce soprattutto le realtà più piccole, incentivando al contempo interventi ad alto valore tecnologico ed energetico, capaci di generare un risparmio concreto nel medio-lungo termine.

Come presentare la domanda

Le PMI interessate a ottenere il contributo per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili devono presentare la domanda di agevolazione esclusivamente in formato elettronico, attraverso la piattaforma informatica dedicata sul sito di Invitalia (www.invitalia.it), soggetto attuatore della misura.

Le istanze possono essere inoltrate dalle ore 12:00 dell’8 luglio 2025 fino alle ore 12:00 del 10 novembre 2025, data recentemente prorogata con Decreto Direttoriale MIMIT del 29 settembre (la scadenza originaria era fissata al 30 settembre).

Invitalia, in collaborazione con il MIMIT, ha predisposto una sezione informativa dedicata, dove è possibile scaricare:

  • I modelli di domanda aggiornati;

  • Le istruzioni per la compilazione;

  • L’elenco completo della documentazione da allegare.

L’accesso alla piattaforma digitale è subordinato a una procedura di autenticazione sicura, che prevede l’utilizzo di:

  • SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale);

  • Carta Nazionale dei Servizi (CNS);

  • Carta di Identità Elettronica (CIE).

La domanda deve essere compilata e sottoscritta digitalmente dal rappresentante legale dell’impresa o da un soggetto delegato con idonea procura. La delega, naturalmente, deve essere formalmente conferita e correttamente documentata.

Vista la natura valutativa a graduatoria della procedura, è fortemente consigliato inviare la domanda il prima possibile, in modo da evitare errori last minute o rallentamenti tecnici che possano compromettere l’ammissibilità della richiesta.

Vantaggi per le PMI

Investire nell’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili non rappresenta solo una scelta etica o ambientale, ma una strategia economica concreta per le PMI italiane. I benefici, infatti, si estendono su più fronti: fiscale, finanziario, operativo ed energetico.

1. Risparmio sulle bollette energetiche

Il primo e più immediato vantaggio è la riduzione significativa dei costi energetici. Grazie all’autoconsumo dell’energia prodotta da impianti fotovoltaici o minieolici, le imprese possono abbattere i costi dell’elettricità fino al 60-70%, soprattutto nei settori ad alto consumo. Questo si traduce in un miglioramento diretto del margine operativo e della competitività sul mercato.

2. Agevolazioni fiscali e contributi a fondo perduto

Oltre al contributo in conto impianti, le PMI possono accedere ad altre forme di vantaggio fiscale, come:

  • La detrazione del 110% (per le imprese che rientrano in specifici interventi trainanti, se compatibili con le normative aggiornate);

  • L’ammortamento accelerato o super ammortamento degli impianti, ove previsto;

  • L’esenzione da accise o imposte sull’energia autoprodotta e autoconsumata (secondo i casi e i volumi di produzione).

3. Maggiore indipendenza e protezione dalle fluttuazioni di mercato

Produrre energia in proprio significa tutelarsi dalle oscillazioni dei prezzi dell’energia, che negli ultimi anni hanno colpito duramente le imprese italiane. Si tratta di una forma di autonomia strategica, che consente una programmazione più stabile dei costi operativi.

4. Miglioramento dell’immagine aziendale

Un’impresa sostenibile è anche più attrattiva per clienti, fornitori, investitori e bandi pubblici. L’adozione di soluzioni green rappresenta oggi un vantaggio competitivo anche dal punto di vista reputazionale e commerciale.

In sintesi, l’autoproduzione di energia da rinnovabili rappresenta un investimento intelligente, che si ripaga nel tempo e prepara l’azienda a una crescita sostenibile e resiliente.

Checklist operativa per le PMI

Per accedere con successo alla misura di sostegno per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, le PMI devono affrontare una preparazione accurata, sia dal punto di vista tecnico che documentale. Sebbene la procedura sia interamente digitale, non è priva di complessità.

Ecco una checklist operativa utile per aumentare le probabilità di successo.

1. Verifica dei requisiti soggettivi e oggettivi

Prima di tutto, è necessario assicurarsi che:

  • L’impresa rientri nella definizione di PMI secondo i parametri europei (fatturato, numero di dipendenti, autonomia finanziaria);

  • Non operi in settori esclusi (carbone, pesca, agricoltura primaria);

  • Rispetti il principio DNSH e abbia una situazione di regolarità contributiva e fiscale.

2. Analisi energetica preliminare

È fondamentale stimare il fabbisogno energetico aziendale e identificare con precisione quanta energia può essere coperta con l’impianto da installare. In molti casi, è consigliata (e in parte finanziabile) una diagnosi energetica professionale, che aiuti a pianificare l’investimento con dati reali.

3. Progetto tecnico e preventivo dei costi

Serve predisporre un progetto tecnico dettagliato dell’impianto (fotovoltaico o minieolico), con indicazione della potenza prevista, sistema di accumulo, tempi di realizzazione e costi stimati. Le spese devono rientrare nei limiti di ammissibilità: minimo 30.000 euro, massimo 1.000.000 euro.

4. Preparazione documentazione amministrativa

Oltre alla domanda, occorre allegare:

  • Atto costitutivo e statuto;

  • Visura camerale aggiornata;

  • Bilanci e documenti fiscali recenti;

  • Dichiarazioni sostitutive e modulistica firmata digitalmente.

5. Pianificazione della tempistica

Anche se il termine è stato prorogato al 10 novembre 2025, è consigliabile caricare i documenti con largo anticipo, per evitare errori tecnici, problemi con SPID o CNS e imprevisti nella piattaforma Invitalia.

Un eventuale supporto da parte di un consulente fiscale o energetico può fare la differenza, sia per accelerare i tempi che per massimizzare le probabilità di ottenere il contributo.

Valutazione, graduatorie e tempi di erogazione

Una volta presentata la domanda, questa viene valutata secondo una procedura a graduatoria, non automatica, ma basata su criteri qualitativi e quantitativi. L’intero iter è gestito dal Soggetto Attuatore Invitalia, che svolge l’istruttoria tecnico-amministrativa sulla base della documentazione allegata e dei punteggi assegnati ai progetti.

1. Criteri di valutazione

I principali elementi considerati per l’attribuzione del punteggio sono:

  • La coerenza del progetto con le finalità della misura (autoproduzione e autoconsumo);

  • Il grado di efficienza energetica e innovazione tecnologica dell’impianto proposto;

  • La qualità tecnica del progetto e la sua cantierabilità;

  • L’impatto ambientale positivo dell’intervento (in termini di riduzione delle emissioni, uso di materiali riciclati, ecc.);

  • Il valore economico dell’investimento, in relazione alla dimensione e alla capacità produttiva dell’impresa;

  • L’eventuale presenza di diagnosi energetica, che dà diritto a punteggio aggiuntivo.

2. Pubblicazione della graduatoria

Una volta conclusa la fase di valutazione, Invitalia pubblica la graduatoria delle domande ammesse, ordinata in base al punteggio ottenuto fino a esaurimento dei fondi disponibili. Come già visto, le risorse totali sono pari a 178.668.093 euro, con riserve per il Mezzogiorno e per micro e piccole imprese.

È importante notare che non esiste automatismo: anche se la domanda è completa, solo i progetti con punteggio più alto riceveranno il contributo. Questo impone la massima attenzione nella qualità della proposta progettuale.

3. Tempi di erogazione del contributo

Una volta ammessa, l’impresa beneficiaria riceverà una comunicazione formale con l’importo concesso e le modalità operative. Il contributo può essere erogato:

  • In un’unica soluzione, a saldo, dopo la conclusione dell’intervento e la rendicontazione delle spese;

  • Oppure con anticipazione e successivo saldo, se previsto e documentato.

I tempi medi di erogazione possono variare, ma l’obiettivo del MIMIT e di Invitalia è garantire la massima celerità, anche in coerenza con i vincoli del PNRR, che impone tempistiche stringenti.

Conclusione

La proroga al 10 novembre 2025 rappresenta un’opportunità imperdibile per le PMI italiane che vogliono ridurre i costi energetici, migliorare la propria sostenibilità ambientale e accedere a contributi a fondo perduto per impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo. L’iniziativa, finanziata dal PNRR e gestita da Invitalia, è pensata per supportare la transizione energetica nel tessuto produttivo nazionale, valorizzando l’efficienza e l’autonomia energetica.

Investire oggi significa guadagnare domani: minori spese per l’energia, maggiore protezione dalle fluttuazioni di mercato, migliore reputazione e maggiore competitività. Non si tratta solo di un contributo economico, ma di un vero e proprio salto di qualità per il business.

Alle PMI non resta che agire con tempestività: analizzare i propri consumi, strutturare un progetto ben documentato e procedere alla presentazione della domanda attraverso la piattaforma Invitalia. Il tutto, prima che si esauriscano le risorse disponibili.

Per ogni passaggio è consigliabile affidarsi a professionisti esperti in finanza agevolata ed energia, per massimizzare i vantaggi ed evitare errori che possono compromettere l’accesso ai fondi.

Il fotovoltaico per le PMI non è più un’opzione: è una strategia vincente.

Artigiani e Commercianti: come ottenere lo sconto INPS del 50% sui contributi nel 2025

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Agevolazioni contributive, novità INPS e nuove opportunità per artigiani e commercianti che iniziano l’attività nel 2025. Chi decide di mettersi in proprio nel settore dell’artigianato o del commercio nel nuovo anno potrà beneficiare di un importante sgravio contributivo: la riduzione del 50% dei contributi previdenziali. Una misura pensata per alleggerire il carico fiscale nei primi anni di attività e incentivare l’avvio di nuove imprese.

La possibilità di accedere a questa agevolazione non è nuova, ma con il Messaggio INPS n. 2954 del 6 ottobre 2025, sono state aggiornate e ampliate le istruzioni operative, introducendo importanti novità soprattutto in tema di modalità di presentazione della domanda e soggetti abilitati a inoltrarla. Tra le novità più rilevanti, l’estensione dell’accesso anche alle associazioni di categoria, che potranno ora presentare istanza per conto dei propri associati. Un passo avanti significativo verso una maggiore semplificazione burocratica.

In questo articolo analizzeremo nel dettaglio i requisiti per ottenere lo sconto contributivo del 50%, le modalità di accesso e presentazione delle domande, le novità introdotte dalla legge di bilancio 2024 e dai successivi messaggi INPS e infine, i vantaggi economici e fiscali per gli artigiani e commercianti che iniziano l’attività nel 2025.

Beneficiari

La Legge di Bilancio 2025 (Legge 30 dicembre 2024, n. 207, art. 1, comma 186) ha introdotto una nuova agevolazione contributiva per sostenere i lavoratori autonomi che avviano una nuova attività nel corso del 2025. Il beneficio consiste in una riduzione del 50% dei contributi previdenziali e assistenziali dovuti alla gestione INPS Artigiani e Commercianti, per un periodo di 36 mesi consecutivi, ovvero tre anni.

I destinatari della misura sono tutti i soggetti che si iscrivono per la prima volta a queste gestioni nel 2025.

Più precisamente, possono accedere:

  • i titolari di imprese individuali, comprese quelle in regime forfettario;

  • i soci di società di persone (come SNC o SAS) o di società di capitali (come SRL);

  • i collaboratori familiari, definiti come coadiuvanti o coadiutori.

Un punto chiave riguarda i tempi di iscrizione: per beneficiare dello sconto, è necessario che l’attività venga avviata e formalmente iscritta entro il 31 dicembre 2025.

Tuttavia, rientrano nel beneficio anche coloro che iniziano l’attività a fine anno ma rispettano il termine di 30 giorni per l’iscrizione, come previsto dalla normativa (ad esempio, chi inizia il 20 dicembre 2025 ha tempo fino al 19 gennaio 2026).

Una novità importante riguarda i collaboratori familiari che iniziano a lavorare nel 2025 all’interno di imprese già esistenti: anche loro possono accedere all’agevolazione, a patto che l’attività lavorativa sia effettivamente avviata nel corso dell’anno.

Tutti i dettagli operativi

La riduzione contributiva INPS 2025 per artigiani e commercianti non si applica all’intero importo dei contributi, ma esclusivamente all’aliquota IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti), che rappresenta la quota più rilevante degli oneri previdenziali.

Restano invece dovuti per intero:

  • il contributo di maternità, pari a 7,44 euro annui;

  • l’aliquota aggiuntiva dello 0,48% destinata all’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale (obbligatoria solo per i commercianti).

L’agevolazione ha una durata fissa di 36 mesi, calcolata a partire dalla data di iscrizione alla gestione previdenziale INPS. Non è quindi legata all’anno solare, ma decorre dalla data di avvio dell’attività o di iscrizione alla gestione autonoma.

È importante sapere che la riduzione resta valida anche in caso di:

  • passaggio da impresa individuale a società (o viceversa);

  • cambio dell’attività (da artigiano a commerciante, o il contrario);

  • variazioni anagrafiche o cambi di sede, a condizione che non ci sia interruzione dell’iscrizione INPS.

Se invece l’iscrizione viene interrotta anche solo per un mese, il beneficio si perde definitivamente, senza possibilità di recupero dei mesi residui.

Per comprendere l’impatto economico:

Un risparmio importante, soprattutto nei primi anni di attività, quando ogni euro conta.

Compatibilità con altri regimi agevolativi

Un aspetto cruciale da valutare prima di presentare domanda per la riduzione del 50% dei contributi INPS 2025 riguarda la compatibilità con altri regimi agevolativi. Secondo quanto chiarito dalla Circolare INPS n. 83 del 24 aprile 2025, la nuova agevolazione non è cumulabile con altre misure che comportano riduzioni contributive.

In particolare, non è compatibile con:

  • la riduzione del 50% per artigiani e commercianti over 65 pensionati, che continua a restare in vigore per chi già riceve una pensione diretta e prosegue l’attività in forma autonoma;

  • il regime contributivo agevolato per i forfettari, introdotto dalla Legge n. 190/2014, che consente una contribuzione ridotta (su base facoltativa) per chi adotta il regime fiscale forfettario.

Tuttavia, l’INPS ha fornito un importante chiarimento interpretativo: chi, all’inizio del 2025, ha aderito al regime forfettario con contributi agevolati, ma desidera ora usufruire della nuova agevolazione, potrà farlo a condizione di rinunciare al regime contributivo forfettario. In questo caso, la rinuncia non compromette la possibilità di tornare a beneficiarne in futuro: una volta conclusi i 36 mesi di riduzione contributiva del 50%, sarà possibile rioptare per il regime forfettario agevolato.

Questa flessibilità permette ai nuovi iscritti di valutare con attenzione quale agevolazione risulti più vantaggiosa nei primi anni di attività, tenendo conto del carico contributivo complessivo e delle prospettive di crescita dell’impresa.

Sconto contributivo e limiti “de minimis”

Anche se la riduzione del 50% dei contributi INPS rappresenta un’importante agevolazione per chi avvia una nuova attività nel 2025, è fondamentale sapere che questa misura rientra tra gli aiuti di Stato in regime “de minimis”, come previsto dal Regolamento UE 2023/2831, in vigore dal 1° gennaio 2024.

Secondo quanto stabilito dal regolamento, il beneficio potrà essere concesso solo nel rispetto di un tetto massimo di aiuti pubblici ricevibili, che per il periodo 2025-2027 è stato innalzato a 300.000 euro per ciascuna impresa unica (concetto che include anche eventuali società controllate o collegate).

In altre parole:

  • il totale degli aiuti pubblici percepiti non deve superare 300.000 euro nell’arco di tre anni;

  • nel calcolo devono essere considerati tutti gli altri contributi, esenzioni fiscali o agevolazioni ricevuti a vario titolo, anche da enti diversi (es. contributi regionali, crediti d’imposta, sgravi INAIL, ecc.).

A fini di trasparenza e monitoraggio, l’INPS provvederà alla registrazione automatica dello sconto contributivo nel Registro Nazionale degli Aiuti di Stato (RNA), consultabile online da chiunque. Questo meccanismo serve a evitare il superamento del plafond e garantire il rispetto delle normative comunitarie.

Va sottolineato che il Regolamento UE 2023/2831 ha aumentato il massimale rispetto al precedente limite di 200.000 euro, rendendo la nuova misura ancora più accessibile e vantaggiosa rispetto al passato.

Come presentare domanda

Per richiedere la riduzione del 50% dei contributi INPS riservata ai nuovi iscritti alla Gestione Artigiani e Commercianti nel 2025, è necessario compilare un’apposita domanda telematica tramite il Portale delle Agevolazioni INPS (ex DiResCo).

L’accesso al portale è consentito, nella fase iniziale, esclusivamente ai seguenti profili:

  • Cittadino (cioè il titolare della posizione aziendale);

  • Consulente o commercialista delegato.

L’accesso tramite associazioni di categoria sarà attivato in un secondo momento, come indicato dall’INPS nel Messaggio n. 2954 del 6 ottobre 2025.

Per accedere al modulo, è necessario autenticarsi con credenziali SPID, CIE o CNS, e seguire questo percorso:

“Imprese e Liberi Professionisti” > “Esplora Imprese e Liberi Professionisti” > sezione “Strumenti” > “Vedi tutti” > “Portale delle Agevolazioni (ex DiResCo)” > “Utilizza lo strumento”.

Una volta all’interno del portale, occorre selezionare il modulo “Riduzione 50% ART-COM 2025”, che prevede:

  • l’autocertificazione dei requisiti (prima iscrizione, ambito soggettivo, rispetto delle condizioni);

  • la dichiarazione di rispetto dei limiti “de minimis”, in base al Regolamento UE 2023/2831.

La riduzione opera per 36 mesi continuativi dalla data di iscrizione. In caso di variazione del codice aziendale (es. per cambio di sede o passaggio tra gestioni autonome), non è necessaria una nuova domanda, a condizione che la continuità contributiva non venga interrotta.

Per evitare ritardi nell’attivazione dell’agevolazione, è consigliabile presentare la domanda appena completata l’iscrizione INPS, avendo cura di conservare la ricevuta digitale.

Vantaggi economici e fiscali 

La riduzione contributiva del 50% per artigiani e commercianti rappresenta una delle agevolazioni più rilevanti introdotte dalla Legge di Bilancio 2025 per sostenere le nuove attività imprenditoriali. Ma quanto si traduce concretamente in termini di risparmio economico?

Considerando che l’aliquota ordinaria IVS per il 2025 è del 24% sul reddito minimale di € 18.555, il contributo annuo da versare sarebbe pari a € 4.453,20. Con l’applicazione della riduzione, l’importo viene dimezzato a € 2.226,60 annui. Su un orizzonte di 36 mesi, il risparmio potenziale complessivo è pari a circa € 6.680, al netto del contributo di maternità e, per i commercianti, dell’aliquota per la cessazione attività (che non sono soggette a sconto).

Inoltre, questa agevolazione:

  • non comporta penalizzazioni previdenziali, perché il contributo ridotto continua a garantire l’accredito pieno dell’anzianità assicurativa;

  • è automaticamente riconosciuta per tre anni senza necessità di rinnovo;

  • è cumulabile con vantaggi fiscali come la deducibilità dei contributi INPS (anche se ridotti) dal reddito imponibile IRPEF.

Per i soggetti in regime forfettario che decidono di rinunciare temporaneamente alla contribuzione agevolata per aderire a questa misura, il vantaggio è soprattutto in termini di liquidità nei primi anni, quando il flusso di incassi è ancora instabile.

In sintesi, lo sconto contributivo può generare un importante beneficio finanziario, che consente di investire in sviluppo, marketing o formazione, con un impatto immediato sul bilancio della nuova impresa.

Criticità e errori da evitare

Nonostante la procedura per richiedere la riduzione contributiva del 50% sia ormai semplificata e interamente telematica, ci sono alcune criticità operative e formali che è importante conoscere per non compromettere l’accesso all’agevolazione.

1. Tempistiche: iscrizione e presentazione della domanda

Il beneficio è riservato ai soggetti che si iscrivono per la prima volta nel 2025 alla Gestione Artigiani o Commercianti. Tuttavia, molti sbagliano a calcolare la data effettiva di iscrizione: ciò che conta è la data di presentazione della domanda di apertura attività all’INPS, non solo quella dell’avvio presso il Registro Imprese. La domanda per la riduzione va quindi presentata il prima possibile, idealmente entro pochi giorni dall’iscrizione, per evitare ritardi che potrebbero compromettere l’attivazione del beneficio.

2. Dichiarazione “de minimis” incompleta o errata

Un errore frequente è la mancata o errata dichiarazione del rispetto dei limiti previsti dal Regolamento UE 2023/2831. È essenziale verificare se l’impresa (o il gruppo di imprese collegate) ha ricevuto negli ultimi tre anni altri aiuti pubblici. In caso di superamento del massimale da 300.000 euro, lo sconto non può essere concesso.

3. Profilo errato per l’accesso

Solo il titolare dell’impresa o il commercialista delegato possono accedere al Portale delle Agevolazioni per presentare la domanda. In caso di accesso con profilo non abilitato (es. collaboratore familiare senza delega), la pratica risulterà non valida.

4. Interruzione dell’iscrizione INPS

Anche un’interruzione temporanea o involontaria (es. cessazione e nuova apertura con codice differente) comporta la decadenza dell’agevolazione, che non potrà più essere recuperata. La continuità è un requisito essenziale.

Conclusione

La riduzione contributiva del 50% per artigiani e commercianti rappresenta una misura concreta di sostegno all’imprenditoria, pensata per agevolare l’avvio e la stabilizzazione delle attività nei primi tre anni. Grazie all’estensione della possibilità di presentare la domanda anche tramite consulenti e, a breve, associazioni di categoria, e con una procedura interamente digitale, l’agevolazione è oggi più accessibile che mai.

Attenzione però a non sottovalutare gli aspetti tecnici e normativi: la corretta presentazione della domanda, il rispetto delle tempistiche e dei limiti “de minimis”, e la gestione della continuità contributiva sono elementi essenziali per non perdere il diritto al beneficio.

Per chi sta pianificando di aprire una partita IVA nel 2025 come artigiano o commerciante, oppure per i collaboratori familiari che inizieranno a lavorare in attività già esistenti, questa misura può tradursi in oltre 6.000 euro di risparmio in tre anni.

Se hai dubbi su come accedere all’agevolazione, se ti trovi in una situazione particolare (es. passaggi tra gestioni, società, collaboratori) o se vuoi valutare la convenienza rispetto al regime forfettario, un confronto con un commercialista esperto è fortemente consigliato.

Resto al Sud: sportello chiuso dal 15 ottobre 2025. Cosa prevede la Circolare 37/2025 e quali sono le nuove misure in arrivo

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Il 15 ottobre 2025 segna una data importante per l’imprenditoria nel Mezzogiorno: lo sportello dell’incentivo “Resto al Sud” chiuderà ufficialmente, come stabilito dalla Circolare n. 37/2025 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 228 del 3 ottobre 2025. Una notizia che interessa migliaia di aspiranti imprenditori e startup del Sud Italia, le cui possibilità di accedere a finanziamenti agevolati per avviare attività produttive si stanno esaurendo.

L’incentivo, gestito da Invitalia, ha sostenuto per anni la nascita di nuove imprese nel Meridione, rappresentando un volano fondamentale per l’economia di regioni come Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, ma anche Abruzzo, Molise, Sardegna e alcune aree del Lazio. Ora, con la chiusura dello sportello, molte opportunità rischiano di svanire, se non si interviene con nuove misure di sostegno.

L’articolo che segue analizza i motivi della chiusura, i dati aggiornati sulle richieste e le approvazioni, e soprattutto quali sono le conseguenze concrete per chi vuole fare impresa nel Sud Italia dopo il 15 ottobre.

Origine e finalità della misura “Resto al Sud”

La misura “Resto al Sud” è stata introdotta con il Decreto-Legge 91/2017, convertito con modificazioni dalla Legge n. 123 del 3 agosto 2017, con l’obiettivo di promuovere la crescita economica e l’occupazione giovanile nelle regioni del Mezzogiorno. In particolare, il provvedimento si rivolgeva a giovani imprenditori tra i 18 e i 35 anni (poi estesi fino a 55), incentivando la nascita di nuove attività produttive in settori strategici come agricoltura, artigianato, turismo, industria e servizi.

Il finanziamento dell’iniziativa è stato reso possibile grazie alle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC), programmazione 2014-2020, per un totale di 1.250 milioni di euro, suddivisi in tranche annuali secondo una ripartizione stabilita dalla delibera CIPE n. 74 del 7 agosto 2017. L’allocazione dei fondi ha seguito un andamento decrescente nel tempo, partendo da 462 milioni nel 2019 fino a 17 milioni nel 2025, segnale evidente di una progressiva riduzione delle risorse disponibili.

Nel corso degli anni, “Resto al Sud” ha permesso il finanziamento di oltre 13.000 progetti, contribuendo in modo significativo alla nascita di nuove imprese e all’inclusione lavorativa di categorie svantaggiate. Tuttavia, con una nota ufficiale del 19 settembre 2025, Invitalia ha comunicato l’esaurimento imminente dei fondi disponibili, determinando così la chiusura dello sportello a partire dal 15 ottobre 2025, come previsto dalla normativa vigente.

Chiusura dello sportello

La chiusura dello sportello “Resto al Sud”, resa ufficiale dalla Circolare n. 37/2025 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è diretta conseguenza dell’esaurimento dei fondi destinati alla misura. La comunicazione, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 228 del 3 ottobre 2025, prende atto della nota di Invitalia del 19 settembre 2025, che ha certificato l’impossibilità di accogliere nuove domande per carenza di risorse.

Come stabilito dall’art. 2, comma 3 del D. Lgs. 123/1998, a partire dal 15 ottobre 2025 non sarà più possibile presentare richieste di accesso alle agevolazioni “Resto al Sud”. Tuttavia, le domande già inviate prima di tale data mantengono il diritto a essere esaminate, purché rientrino nei limiti delle disponibilità finanziarie residue, come precisato anche all’art. 1, comma 6 del D.L. 91/2017.

La Circolare fornisce inoltre un dettaglio delle risorse impiegate negli anni, evidenziando una progressiva riduzione delle dotazioni annuali: da 462 milioni nel 2019 si è passati a soli 17 milioni nel 2025. Questa pianificazione in calo è indice di un ciclo di agevolazione ormai in fase conclusiva. Il decreto specifica anche che, a partire dalla stessa data del 15 ottobre 2025, verranno attivati nuovi strumenti di sostegno imprenditoriale: lo sportello per la ricezione delle domande relative alle misure “ACN” e “Resto al Sud 2.0”, previste dal D.L. 60/2024, sarà operativo.

In sintesi, la chiusura dello sportello non rappresenta una fine assoluta, ma una transizione verso nuove forme di agevolazione, presumibilmente più mirate e aggiornate alle esigenze del tessuto economico attuale.

I numeri di “Resto al Sud”

Dal lancio ufficiale nel 2018 fino alla data di chiusura del 15 ottobre 2025, la misura “Resto al Sud” ha rappresentato una delle politiche pubbliche più incisive a sostegno dell’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno. I dati forniti da Invitalia testimoniano un successo significativo, soprattutto nei primi anni di operatività, con numeri che hanno superato ogni previsione iniziale.

Secondo l’ultima rilevazione aggiornata a settembre 2025, sono state presentate oltre 35.000 domande, con più di 13.400 progetti finanziati, per un totale complessivo di circa 650 milioni di euro erogati. L’investimento medio per singolo progetto si è attestato intorno ai 48.000 euro, tra contributo a fondo perduto e finanziamento bancario garantito.

Il programma ha generato un impatto concreto anche in termini occupazionali: si stima la creazione di circa 48.000 nuovi posti di lavoro, diretti e indiretti, soprattutto in ambiti a basso tasso di industrializzazione. Le regioni che hanno beneficiato maggiormente dell’incentivo sono Campania, Sicilia e Calabria, seguite da Puglia, Sardegna e Abruzzo.

Nonostante alcune criticità iniziali, come la lentezza nelle erogazioni e la difficoltà di accesso al credito bancario per i beneficiari, la misura si è dimostrata efficace nel contrastare lo spopolamento giovanile e nell’attivare processi di micro-imprenditorialità in territori spesso privi di alternative occupazionali. Con la chiusura dello sportello, si conclude una fase importante di questa strategia di rilancio del Sud, ma si apre al contempo una riflessione su come rinnovare e potenziare tali strumenti in futuro.

Diritti, limiti e restituzione documentale

Con la chiusura ufficiale dello sportello “Resto al Sud” a partire dal 15 ottobre 2025, non sarà più possibile inoltrare nuove domande di agevolazione, come previsto dall’art. 2, comma 3, del D. Lgs. 123/1998. Tuttavia, i soggetti che hanno già presentato richiesta prima di tale data potranno ancora accedere ai benefici, ma solo entro il limite delle risorse finanziarie residue disponibili, come stabilito dall’art. 1, comma 16, del D.L. 91/2017.

Questo significa che non è garantita l’approvazione automatica delle domande presentate in extremis. La valutazione seguirà l’ordine cronologico di presentazione, fino a completo esaurimento dei fondi. Coloro la cui richiesta non potrà essere finanziata, secondo quanto indicato nella Circolare n. 37/2025, riceveranno indietro la documentazione trasmessa, ma a proprie spese.

È importante sottolineare che l’esame delle pratiche in corso non si interrompe, ma prosegue regolarmente fino alla definizione finale. Tuttavia, la tempistica potrebbe dilatarsi, vista la fase di transizione verso le nuove misure “ACN” e “Resto al Sud 2.0”.

Per chi ha già ricevuto l’approvazione del finanziamento, restano invariati gli obblighi previsti dal contratto di agevolazione: avvio dell’attività, rendicontazione delle spese, e monitoraggio dei risultati. In altre parole, la chiusura riguarda solo le nuove richieste, non gli interventi già in corso.

Questa fase di chiusura richiede quindi attenzione: sarà fondamentale, per i professionisti e per i potenziali beneficiari, monitorare costantemente lo stato della propria domanda e valutare le tempistiche di subentro delle nuove misure agevolative.

Arriva “Resto al Sud 2.0”

Mentre la prima versione di “Resto al Sud” chiude i battenti, il Governo ha già messo in campo nuove misure per garantire la continuità del sostegno all’imprenditorialità nelle regioni del Mezzogiorno. Dal 15 ottobre 2025, contestualmente alla chiusura dello sportello precedente, sarà infatti attivo il nuovo sportello per la presentazione delle domande relative a “Resto al Sud 2.0” e alla misura “ACN”, entrambe istituite dal Decreto-Legge n. 60/2024.

Sebbene al momento manchino i decreti attuativi definitivi, le linee guida trapelate indicano che “Resto al Sud 2.0” sarà un’evoluzione della misura originaria, con maggiore attenzione all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione, alla sostenibilità ambientale e all’imprenditoria femminile. Saranno incentivati progetti ad alto valore aggiunto, anche in collaborazione con università, incubatori e reti di impresa, per favorire la crescita di un ecosistema imprenditoriale moderno e competitivo.

Un’altra novità rilevante riguarda i beneficiari: potrebbero essere ammessi anche professionisti già attivi, a differenza della misura precedente che si concentrava solo su chi non aveva partita IVA attiva nei 12 mesi precedenti. Inoltre, si ipotizza l’introduzione di un fondo rotativo e di un credito d’imposta automatico per le nuove imprese nei primi tre anni di attività.

Parallelamente, la misura “ACN” dovrebbe offrire un ulteriore canale di finanziamento per le aree interne e i territori a rischio di spopolamento, con l’obiettivo di contrastare la desertificazione imprenditoriale.

Il passaggio da “Resto al Sud” a “Resto al Sud 2.0” segna dunque una fase di rinnovamento più che di interruzione, e rappresenta un’opportunità concreta per rilanciare lo sviluppo del Mezzogiorno, tenendo conto delle nuove sfide economiche e ambientali.

Vantaggi fiscali 

Uno degli aspetti più apprezzati del programma “Resto al Sud” è stato il mix di agevolazioni a fondo perduto e finanziamenti agevolati, che ha reso l’avvio di nuove imprese molto più accessibile rispetto agli strumenti tradizionali di credito bancario. In particolare, il contributo a fondo perduto copriva fino al 50% delle spese ammissibili, mentre la restante parte veniva finanziata tramite prestito a tasso zero, con garanzia pubblica, senza richiesta di garanzie personali da parte del beneficiario.

Dal punto di vista fiscale, i beneficiari non hanno dovuto inserire i contributi ricevuti nel proprio reddito imponibile, grazie al regime agevolato previsto per i contributi pubblici non soggetti a tassazione. Inoltre, le imprese neocostituite potevano accedere al regime forfettario, con aliquota al 5% per i primi 5 anni, ottenendo così un duplice vantaggio: meno tasse e più liquidità per investire.

Ora che si affacciano all’orizzonte le nuove misure “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, è fondamentale pianificare in anticipo, anche con l’assistenza di un commercialista esperto, per valutare:

  • La compatibilità tra la propria idea imprenditoriale e i nuovi requisiti attesi;

  • La preparazione della documentazione, business plan, statuti societari, e contratti;

  • L’eventuale adeguamento della forma giuridica, per poter accedere al massimo delle agevolazioni disponibili;

  • L’ottimizzazione fiscale dell’impresa, sfruttando i nuovi crediti d’imposta previsti dal D.L. 60/2024.

Chi si prepara oggi potrà trovarsi in una posizione di vantaggio quando gli sportelli riapriranno, evitando corse dell’ultimo minuto e aumentando sensibilmente le probabilità di ottenere il finanziamento.

Settori e nuovi incentivi 

Con l’arrivo delle nuove misure “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, sarà fondamentale scegliere con attenzione il settore in cui avviare l’attività imprenditoriale, tenendo conto non solo del potenziale di crescita economica, ma anche dell’allineamento con le priorità strategiche del legislatore. Le esperienze pregresse mostrano chiaramente che alcuni comparti hanno registrato maggiore successo in termini di approvazione delle domande e impatto economico.

Tra i settori più promettenti per il Sud nei prossimi anni troviamo:

  • Turismo esperienziale e sostenibile: il turismo resta il motore trainante di molte regioni del Sud, ma l’interesse crescente verso esperienze autentiche, a basso impatto ambientale e legate al territorio apre la strada a nuove formule di business.

  • Agroalimentare innovativo e filiere corte: trasformazione di prodotti locali, agricoltura biologica, agritech e valorizzazione dei prodotti DOP/IGP sono ambiti che coniugano tradizione e innovazione, rispondendo anche a esigenze ambientali.

  • Green economy ed energia rinnovabile: con i nuovi obiettivi europei sul clima e la transizione energetica, le imprese che operano in settori come fotovoltaico, bioedilizia, mobilità sostenibile e gestione dei rifiuti avranno un accesso privilegiato ai fondi.

  • Servizi digitali e innovazione tecnologica: sviluppo software, e-commerce, cybersecurity, digital marketing, intelligenza artificiale e blockchain sono comparti in crescita anche nel Sud, grazie a smart working e banda larga sempre più diffusa.

  • Welfare territoriale e servizi alla persona: con l’invecchiamento della popolazione e la carenza di servizi pubblici in molte aree interne, crescono le opportunità per imprese sociali, centri assistenziali, servizi educativi e sanitari.

Chi saprà orientarsi tra queste tendenze e costruire un progetto credibile, scalabile e coerente con gli obiettivi della politica economica nazionale, avrà maggiori probabilità di ottenere i nuovi fondi e consolidare un’attività sostenibile nel tempo.

Pianificazione e consulenza

Il successo di un progetto imprenditoriale, soprattutto quando legato a finanziamenti pubblici come “Resto al Sud”, non dipende solo dall’idea, ma dalla capacità di pianificare ogni aspetto operativo e fiscale con precisione e professionalità. Le nuove misure in arrivo, come “Resto al Sud 2.0” e “ACN”, porteranno con sé bandi complessi, tempistiche strette e requisiti tecnici aggiornati. In questo scenario, improvvisare significa esporsi a errori costosi o, peggio, all’esclusione dalla misura.

Una consulenza esperta è fondamentale per:

  • Verificare la fattibilità fiscale e finanziaria del progetto;

  • Predisporre correttamente il business plan, uno degli elementi centrali della valutazione da parte di Invitalia e degli enti preposti;

  • Ottimizzare la forma giuridica della futura impresa (es. ditta individuale, SRL, cooperativa, ecc.) in base ai vantaggi fiscali e contributivi previsti;

  • Assistere nella raccolta e corretta presentazione della documentazione, evitando ritardi o rigetti per vizi formali;

  • Impostare una gestione fiscale coerente, fin dalla fase di avvio, sfruttando bonus, crediti d’imposta e regimi agevolati (forfettario, start-up innovative, ecc.);

  • Monitorare costantemente l’evoluzione normativa, dato che le disposizioni attuative possono cambiare anche dopo l’apertura degli sportelli.

Molti degli errori più comuni nei progetti “Resto al Sud” sono derivati da mancanze di tipo formale, errori nel piano finanziario o da una gestione superficiale dei rapporti con le banche partner. Affidarsi a un commercialista esperto nel settore delle agevolazioni per il Sud è oggi più che mai una scelta strategica, non un costo.

Conclusione

La chiusura dello sportello “Resto al Sud” dal 15 ottobre 2025 rappresenta la fine di un ciclo che ha profondamente segnato l’imprenditorialità meridionale negli ultimi sette anni. Grazie a questa misura, migliaia di giovani e professionisti hanno potuto trasformare le proprie idee in imprese concrete, generando occupazione e valorizzando i territori più svantaggiati del Paese.

Tuttavia, non si tratta di una battuta d’arresto, ma di un passaggio verso un nuovo modello di agevolazione pubblica, più moderno, digitale e orientato a settori ad alto valore aggiunto. Le misure “Resto al Sud 2.0” e “ACN” promettono di raccogliere l’eredità della precedente iniziativa, ampliando la platea dei beneficiari e introducendo strumenti fiscali e finanziari più avanzati.

Chi intende avviare un’impresa nel Mezzogiorno deve guardare al 2026 con spirito strategico: prepararsi oggi, con un’adeguata consulenza tecnica e fiscale, può fare la differenza tra ottenere il contributo o restare esclusi. In un contesto di risorse limitate e concorrenza crescente, la competenza e la pianificazione sono le chiavi per accedere con successo a queste nuove opportunità.

Il Sud Italia ha ancora molto da offrire, e con il giusto supporto professionale può diventare davvero un laboratorio di innovazione, sviluppo sostenibile e rilancio economico. Il momento di agire è adesso.

Rimborso accise gasolio autotrazione 3° trimestre 2025: scadenze, importi e istruzioni ADM

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Ogni trimestre si ripresenta l’opportunità, per le imprese di trasporto merci e persone, di recuperare parte delle accise pagate sul gasolio utilizzato per l’autotrazione. Un beneficio fiscale concreto, pensato per sostenere economicamente un settore strategico e spesso colpito dai rincari dei carburanti. Anche per il 3° trimestre 2025 (luglio – settembre) è possibile richiedere il rimborso accise sul gasolio, ma attenzione: la scadenza è fissata al 31 ottobre 2025.

Chi può accedere all’agevolazione? Qual è l’importo riconosciuto? E soprattutto, quali sono le modalità pratiche per compilare e inviare la dichiarazione?

In questo articolo analizzeremo passo dopo passo le regole aggiornate, i documenti richiesti, i criteri di ammissibilità e le modalità di fruizione del credito, anche in compensazione tramite F24.

Approfondiremo anche le ultime novità normative e le circolari dell’Agenzia delle Dogane che chiariscono alcuni aspetti tecnici, spesso causa di errori o ritardi nelle istanze. Infine, vedremo perché conviene non rimandare l’invio della dichiarazione e come trasformare questo adempimento in un’opportunità di risparmio fiscale legale e ricorrente.

Scadenza 31 ottobre 2025

Il rimborso delle accise sul gasolio per autotrazione relativo al terzo trimestre 2025 (1° luglio – 30 settembre) è un’opportunità fiscale concreta per le imprese di trasporto. Come stabilito dall’art. 24-ter del D.Lgs. n. 504/95, le aziende possono recuperare parte delle accise versate, a condizione che presentino la dichiarazione telematica all’Agenzia delle Dogane nel periodo compreso tra il 1° e il 31 ottobre 2025. A confermare la finestra temporale è la Nota n. 0611759 del 26 settembre 2025, emanata proprio dalle Dogane, che disciplina tempi, modalità e riferimenti normativi per la fruizione del beneficio.

A fronte di un aumento dell’accisa ordinaria sul gasolio – introdotto con il Decreto interministeriale del 14 maggio 2025 e operativo dal 15 maggio 2025 – che ha portato l’aliquota da 617,40 a 632,40 euro per 1.000 litri, la misura rappresenta una forma di compensazione fiscale strategica per contenere l’impatto economico dell’incremento. Tuttavia, l’agevolazione non è automatica: è necessario rispettare criteri tecnici e presentare l’istanza nei tempi previsti.

Va sottolineato che l’aumento dell’accisa non coinvolge direttamente gli autotrasportatori, che continuano a beneficiare dell’aliquota agevolata di 403,22 euro per 1.000 litri, prevista per i soggetti ammessi ai rimborsi. Ciononostante, l’importo del rimborso varia in base al tipo di carburante utilizzato (tradizionale o HVO) e all’accisa effettivamente pagata all’immissione in consumo.

Chi ha diritto al rimborso accise gasolio 

Non tutte le imprese possono accedere al rimborso delle accise sul gasolio: la norma individua in modo preciso i soggetti beneficiari, in base al tipo di attività svolta e alla conformità ai requisiti previsti dalla legge. Per il periodo 1° luglio – 30 settembre 2025, il credito di accisa spetta a tre categorie principali:

1. Imprese di trasporto merci su strada

Rientrano tra i beneficiari:

  • Le persone fisiche o giuridiche iscritte all’Albo nazionale degli autotrasportatori di cose per conto terzi;

  • Le imprese in conto proprio, munite di licenza di esercizio e iscritte all’elenco speciale previsto per tali soggetti;

  • Le imprese estere (con sede in uno Stato membro UE) che soddisfano i requisiti stabiliti dalla normativa comunitaria per l’attività di trasporto merci su strada.

Un requisito tecnico da non sottovalutare: il beneficio si applica solo ai veicoli con massa complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate, escludendo quindi furgoni leggeri o mezzi al di sotto di questa soglia.

2. Imprese ed enti che svolgono trasporto persone

Tra i beneficiari ci sono anche:

  • Gli enti pubblici o imprese locali che effettuano servizi di trasporto secondo quanto previsto dal D.Lgs. 422/1997 e dalle relative leggi regionali;

  • Le imprese che svolgono autoservizi interregionali statali (D.Lgs. 285/2005);

  • Le aziende di trasporto pubblico locale o regionale;

  • Le imprese che effettuano servizi regolari in ambito comunitario, secondo il Regolamento (CE) 1073/2009.

3. Imprese esercenti trasporti a fune

Anche gli enti pubblici o imprese che svolgono servizi di trasporto a fune in ambito pubblico (funivie, cabinovie, seggiovie) rientrano tra i soggetti ammessi al beneficio.

L’accesso al rimborso, dunque, è strettamente legato alla regolarità dell’attività di trasporto, sia sotto il profilo normativo che tecnico. Un controllo accurato della documentazione è fondamentale per evitare rigetti o contestazioni da parte dell’Agenzia delle Dogane.

Come presentare la dichiarazione 

Per ottenere il rimborso delle accise sul gasolio relative al 3° trimestre 2025, è fondamentale seguire con attenzione le istruzioni fornite dall’Agenzia delle Dogane.

La dichiarazione va presentata entro il 31 ottobre 2025, utilizzando i canali messi a disposizione sul sito ufficiale dell’Agenzia (www.adm.gov.it). Nella sezione dedicata a “Accise – Prodotti energetici – Benefici gasolio autotrazione 3° trimestre 2025”, è già disponibile il software aggiornato per la compilazione e stampa del file “.dic”, necessario per completare l’istanza.

Presentazione tramite Servizio Telematico Doganale (EDI)

Per le imprese abilitate, la via principale è l’utilizzo del Servizio Telematico Doganale – E.D.I., che garantisce una trasmissione rapida e tracciabile. Le modalità tecniche sono indicate nel paragrafo V della Circolare n. 11/2025.

Presentazione tramite PEC

In alternativa, per chi non utilizza il canale E.D.I., la dichiarazione può essere inviata via PEC all’Ufficio delle Dogane competente per territorio. In questo caso, occorre:

  • compilare e firmare la dichiarazione ai sensi degli artt. 47 e 48 del D.P.R. 445/2000;

  • allegare il file “.dic” generato dal software;

  • seguire le regole tecniche indicate nella Circolare n. 11/2025 del 26 maggio 2025.

Invio cartaceo (soluzione residuale)

Solo in casi eccezionali, in assenza di PEC, è possibile trasmettere la dichiarazione in formato cartaceo, allegando il file digitale su CD-ROM, DVD o chiavetta USB. I modelli sono disponibili in formato .xlsx e .ods.

A quale Ufficio delle Dogane inviare la dichiarazione?

  • Per imprese italiane: l’ufficio competente è quello relativo alla sede operativa o legale.

  • Per imprese UE con obblighi fiscali in Italia: si fa riferimento alla sede di rappresentanza.

  • Per imprese UE senza obblighi fiscali in Italia: si segue la tabella Stato per Stato (vedi Nota 34315/RU del 28 gennaio 2020).

L’Agenzia mette a disposizione anche un elenco aggiornato degli uffici doganali per facilitare l’individuazione di quello corretto. È importante inviare la dichiarazione all’ufficio giusto per evitare rigetti o ritardi.

Importi rimborsabili e aliquote

L’importo effettivamente rimborsabile per il gasolio consumato tra luglio e settembre 2025 dipende dalla tipologia di carburante utilizzato e dalla conformità ai requisiti ambientali stabiliti dalla normativa europea.

L’Agenzia delle Dogane, con i calcoli aggiornati all’aumento dell’accisa introdotto dal D.Lgs. 43/2025, ha definito due importi di rimborso distinti:

  • € 229,18 per 1.000 litri: applicabile ai consumi di gasolio tradizionale oppure di HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) non certificato secondo i criteri di sostenibilità previsti dalla Direttiva UE 2018/2001.

  • € 214,18 per 1.000 litri: spettante nel caso in cui l’HVO utilizzato sia conforme ai requisiti ambientali, oppure in assenza di informazioni complete da parte del fornitore.

Il calcolo nasce dalla differenza tra:

  • l’accisa agevolata per il gasolio commerciale (403,22 €/1.000 litri),

  • e l’accisa effettiva gravante sul carburante, che può essere 632,40 €/1.000 litri (gasolio standard) o 617,40 €/1.000 litri (HVO certificato o considerato tale per mancanza di dati).

Problemi pratici nella distinzione dei carburanti HVO

Uno degli aspetti più critici, sollevato anche dalle associazioni di categoria, riguarda la difficoltà di identificare con certezza il tipo di HVO acquistato. La documentazione fornita dai distributori non è sempre chiara, e ciò può generare incertezze nel calcolo del rimborso.

Per evitare errori e tutelare il contribuente, l’ADM ha stabilito che, in assenza di prove certe sulla sostenibilità del carburante, si applica l’aliquota più favorevole (617,40 €/1.000 litri). Questa misura ha l’obiettivo di garantire uniformità di trattamento e ridurre il rischio di rigetti o sanzioni in caso di controlli.

Compensazione o rimborso diretto

Una volta presentata regolarmente la dichiarazione, e accertata la spettanza del beneficio, le imprese di autotrasporto possono fruire del credito spettante per il rimborso accise secondo due diverse modalità, entrambe previste dalla normativa vigente. La scelta della modalità di fruizione va indicata direttamente nella dichiarazione inviata all’Ufficio delle Dogane.

1. Compensazione tramite modello F24

La modalità più diffusa e immediata è quella della compensazione del credito tramite modello F24, utilizzando il codice tributo 6740. Questo codice è stato introdotto e disciplinato con la nota RU-57015 del 14 maggio 2015 e deve essere utilizzato per portare in compensazione i crediti maturati per il rimborso delle accise sul gasolio.

Un aspetto importante da sottolineare è che tale credito può essere compensato anche se l’importo annuo complessivo dei crediti d’imposta supera i 250.000 euro, limite normalmente previsto per altri tipi di agevolazioni. Tuttavia, sarà comunque necessario inserire il relativo importo nel quadro RU della dichiarazione dei redditi.

2. Richiesta di rimborso in denaro

In alternativa, le imprese possono richiedere il rimborso diretto in denaro, secondo quanto stabilito dal D.P.R. 9 giugno 2000, n. 277. In questo caso, il contributo sarà accreditato direttamente sul conto corrente indicato nella domanda. Se il conto corrente è aperto in un Paese dell’Unione Monetaria Europea, è necessario fornire anche il codice BIC e l’IBAN corretti, al fine di garantire la corretta esecuzione del pagamento.

Questa opzione può risultare vantaggiosa per quelle imprese che non hanno crediti da compensare o preferiscono disporre di liquidità immediata.

Utilizzo dei crediti pregressi e novità operative

Oltre alla gestione dei rimborsi per il 3° trimestre 2025, le imprese devono monitorare attentamente anche i crediti maturati nei trimestri precedenti, per non rischiare di perdere il diritto al beneficio. In particolare, per i consumi relativi al secondo trimestre 2025, il credito potrà essere utilizzato in compensazione tramite F24 fino al 31 dicembre 2026.

Superata tale data, il credito non utilizzato potrà comunque essere richiesto a rimborso in denaro, ma solo presentando apposita istanza entro il 30 giugno 2027, come previsto dall’art. 4, comma 3, del D.P.R. n. 277/2000. È quindi essenziale che le imprese tengano traccia dei crediti ancora in essere e rispettino le scadenze per non incorrere in decadenze.

Novità per gli uffici ADM Emilia-Romagna e Marche

Con la Determinazione Direttoriale n. 233570 del 17 aprile 2025, è stata inoltre ufficializzata l’attivazione, dal 1° maggio 2025, di nuovi uffici locali ADM nelle regioni Emilia-Romagna e Marche, che ora operano sotto la Direzione Territoriale ADM regionale.

Gli uffici attivi sono:

  • Uffici ADM Emilia: Emilia 1, Emilia 2, Emilia 3, Emilia 4

  • Uffici ADM Romagna: Romagna 1, Romagna 2

  • Uffici ADM Marche: Marche 1, Marche 2

Per tutti i trasportatori operanti nei territori di competenza di questi uffici, non sarà più possibile, dal 1° maggio 2025, inviare dichiarazioni utilizzando i vecchi codici ufficio.

Chi presenta istanze riferite a trimestri ancora validi, dovrà assicurarsi di:

  • utilizzare i software aggiornati per autotrasportatori disponibili sul sito ADM;

  • oppure predisporre le dichiarazioni manualmente secondo i nuovi tracciati record, scaricabili dal portale a partire dalla stessa data.

La legenda aggiornata dei codici degli uffici è consultabile nel file “Tracciato Record.xlsx”, anch’esso disponibile online. Nulla cambia, invece, per le dichiarazioni già trasmesse prima del 1° maggio 2025, che restano valide.

Aspetti e vantaggi fiscali

Il rimborso delle accise sul gasolio non rappresenta soltanto un recupero di costo per le imprese di trasporto, ma è anche un efficace strumento di ottimizzazione fiscale. Si tratta infatti di un credito d’imposta riconosciuto legalmente, che può essere utilizzato per compensare altri tributi (IVA, IRAP, INPS, INAIL, ecc.), con vantaggi diretti sulla liquidità aziendale.

A differenza di altri crediti d’imposta soggetti a plafond, quello relativo al gasolio per autotrazione – ai sensi dell’art. 24-ter del D.Lgs. n. 504/1995 – non è soggetto al limite dei 250.000 euro annui, purché venga correttamente indicato nel quadro RU della dichiarazione dei redditi. Questo significa che le grandi flotte aziendali possono accumulare crediti anche significativi senza incorrere in limitazioni.

Un credito “sicuro” e ricorrente

Dal punto di vista fiscale, si tratta di un credito:

  • tracciabile e documentato, grazie ai registri dei consumi e alle fatture di acquisto carburante;

  • non soggetto ad autorizzazione preventiva;

  • costantemente rinnovato ogni trimestre, il che lo rende programmabile a livello di gestione finanziaria.

Inoltre, per chi sceglie la richiesta di rimborso in denaro, l’importo riconosciuto non costituisce reddito imponibile, in quanto restituisce un’imposta già versata in eccesso. Questo lo rende neutro fiscalmente, ma altamente vantaggioso in termini di cash flow.

Infine, in contabilità, il credito può essere iscritto tra le attività per imposte anticipate o crediti verso l’erario, migliorando in alcuni casi anche gli indici di bilancio e il rating bancario.

Consigli pratici

La procedura per ottenere il rimborso delle accise sul gasolio, pur essendo formalizzata e supportata da software ufficiali, presenta numerose insidie burocratiche e tecniche che possono portare al rigetto dell’istanza o, peggio, a sanzioni in caso di controlli successivi. Ecco i principali errori riscontrati negli invii telematici e cartacei, e i modi per evitarli.

1. Errore nella scelta del codice ufficio competente

Con l’attivazione dei nuovi Uffici ADM (soprattutto in Emilia-Romagna e Marche), molte imprese continuano a usare i vecchi codici ufficio, rendendo le dichiarazioni irricevibili. È fondamentale scaricare sempre l’ultima versione del file “Tracciato Record.xlsx”, che contiene la legenda aggiornata dei codici.

2. Compilazione errata del file .dic

Il file “.dic” è generato dal software ADM e rappresenta la versione digitale della dichiarazione. Tuttavia, errori come dati anagrafici incompleti, targhe non aggiornate, o carburanti non dichiarati correttamente, portano a errori di sistema o rigetto da parte dell’Ufficio. Verifica sempre la coerenza tra documentazione cartacea, file elettronico e registri carburante.

3. Mancata indicazione della modalità di fruizione del credito

Uno degli errori più banali ma frequenti è non specificare se il credito sarà usato in compensazione o richiesto a rimborso. Questa omissione può rallentare l’istruttoria o bloccare l’iter di accreditamento.

4. Fatture carburante non coerenti con i consumi dichiarati

Le quantità dichiarate devono essere supportate da documentazione fiscale (fatture elettroniche) e registrazioni coerenti. Eventuali discrepanze tra il consumo dichiarato e i litri acquistati possono generare anomalie e attivare controlli da parte dell’Agenzia delle Dogane.

5. Utilizzo di software obsoleti o tracciati superati

Molte imprese utilizzano ancora vecchie versioni del software ADM o tracciati non aggiornati. Ogni trimestre può prevedere aggiornamenti tecnici, pertanto è necessario scaricare sempre la versione più recente disponibile sul sito ufficiale.

Conclusione

Il rimborso delle accise sul gasolio per autotrazione relativo al terzo trimestre 2025 è un’opportunità concreta per le imprese di trasporto che vogliono recuperare liquidità, alleggerire il carico fiscale e ottimizzare la gestione finanziaria.

Tuttavia, per fruire correttamente del beneficio, è indispensabile:

  • rispettare le scadenze (entro il 31 ottobre 2025),

  • presentare la dichiarazione con i tracciati aggiornati,

  • e indicare correttamente i dati fiscali e tecnici, evitando gli errori più comuni.

In un contesto di caro carburanti, pressione fiscale e transizione ecologica, il rimborso accise rappresenta una leva di competitività e un aiuto strutturale per le aziende del settore, a condizione che si conoscano e si applichino correttamente le regole. Affidarsi a un professionista o a un consulente esperto in materia doganale e fiscale può fare la differenza.

Approfittare di questa misura significa non solo risparmiare sulle imposte, ma anche valorizzare ogni litro di gasolio acquistato, in un’ottica di efficienza e sostenibilità.

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