Il mondo del giornalismo italiano si prepara a una svolta importante: da giugno 2026 entreranno in vigore le modifiche al Regolamento sulla formazione continua dei giornalisti. Un cambiamento che, almeno sulla carta, punta a rendere il sistema più moderno, flessibile e in linea con le trasformazioni digitali dell’informazione. Tuttavia, come spesso accade quando si interviene su obblighi professionali consolidati, non mancano dubbi, perplessità e criticità, tanto da essere oggetto di una specifica interrogazione parlamentare.
Sommario
Per molti professionisti dell’informazione, la formazione continua rappresenta non solo un obbligo normativo, ma anche uno strumento essenziale per restare competitivi in un mercato sempre più complesso. Ma cosa succede quando le regole cambiano? E soprattutto: queste modifiche porteranno reali vantaggi oppure rischiano di complicare ulteriormente la vita dei giornalisti, già alle prese con precarietà e compensi spesso insufficienti?
In questo articolo analizzeremo nel dettaglio il nuovo regolamento della formazione giornalisti 2026, evidenziando cosa cambia, quali sono i punti critici segnalati anche a livello istituzionale e quali potrebbero essere le conseguenze pratiche ed economiche per gli iscritti all’Ordine.
Nuovo regolamento
Con la pubblicazione nel Bollettino del Ministero della Giustizia n. 5 del 15 marzo 2026, è stato ufficialmente adottato il nuovo regolamento sulla formazione professionale continua (FPC) per gli iscritti all’Ordine dei giornalisti, in attuazione del d.P.R. n. 137/2012, che disciplina gli obblighi formativi per tutte le professioni ordinistiche. L’entrata in vigore è fissata al 13 giugno 2026, ossia dopo i 90 giorni previsti dalla legge, lasciando quindi un margine temporale per consentire agli operatori di adeguarsi alle nuove disposizioni.
Il regolamento rappresenta un aggiornamento sostanziale della disciplina vigente e ribadisce con forza il ruolo centrale della formazione continua, non solo come strumento di aggiornamento professionale, ma anche come requisito deontologico imprescindibile. In particolare, la partecipazione ai percorsi formativi diventa sempre più determinante per accedere a incarichi istituzionali e per mantenere una posizione attiva all’interno dell’Ordine. Questo rafforza il legame tra competenze aggiornate, qualità dell’informazione e responsabilità professionale.
Tuttavia, nonostante le finalità dichiarate siano condivisibili, emergono già alcune criticità evidenziate anche a livello istituzionale, tanto da aver portato alla presentazione di una interrogazione parlamentare. I dubbi riguardano soprattutto l’impatto pratico delle nuove regole, i possibili aggravi per i professionisti e l’effettiva sostenibilità del sistema, soprattutto per i giornalisti freelance o con redditi più bassi.
Formazione giornalisti
Il nuovo regolamento sulla formazione professionale continua introduce una struttura più definita e rigorosa degli obblighi formativi per tutti i giornalisti iscritti all’Albo, senza distinzione tra professionisti e pubblicisti. Viene infatti confermato l’obbligo di acquisire 60 crediti formativi nel triennio, con un minimo di 20 crediti dedicati alla deontologia, da distribuire obbligatoriamente in almeno due annualità. Questo aspetto rafforza l’idea che la formazione non debba essere concentrata in un unico periodo, ma rappresentare un aggiornamento costante e continuativo.
Una significativa agevolazione è prevista per i giornalisti con maggiore anzianità professionale: per gli iscritti da oltre 30 anni, l’obbligo si riduce a 20 crediti complessivi, di cui almeno 10 in materia deontologica. Una misura che tiene conto dell’esperienza maturata, pur mantenendo un presidio importante sui temi etici della professione.
Le modalità di erogazione della formazione diventano più flessibili e digitalizzate: i corsi potranno essere seguiti in presenza, in streaming o on demand, ampliando così l’accessibilità soprattutto per chi lavora in condizioni meno strutturate. L’organizzazione dei corsi è affidata a una pluralità di soggetti, Consiglio nazionale, ordini regionali, enti terzi autorizzati e aziende editoriali, ma sotto il controllo del Comitato tecnico scientifico (Cts), che ha il compito di accreditare i percorsi, attribuire i crediti e vigilare sul rispetto delle regole, anche durante lo svolgimento delle attività.
Particolarmente rilevante è il sistema di autorizzazione per gli enti terzi, che dovranno ottenere un via libera triennale subordinato al parere vincolante del Ministero della Giustizia, dimostrando solidità organizzativa e qualità dell’offerta formativa. In caso di mancato rispetto degli obblighi, il regolamento prevede sanzioni disciplinari progressive, che possono andare dall’avvertimento fino alla censura.
Infine, vengono introdotti criteri più stringenti per garantire la qualità dei corsi: contenuti strettamente attinenti alla professione giornalistica, presenza obbligatoria di relatori qualificati, esclusione di eventi non formativi (come conferenze stampa o iniziative promozionali) e una durata standard compresa tra due e quattro ore, salvo eccezioni motivate.

Novità del nuovo regolamento
Tra le novità più rilevanti introdotte dal regolamento 2026 emerge una revisione profonda della formazione in modalità on demand, che negli ultimi anni aveva assunto un ruolo sempre più centrale. Il nuovo impianto normativo stabilisce infatti che questi corsi siano organizzati direttamente dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (Cnog), eventualmente anche in collaborazione o su proposta dei consigli regionali e di altri enti o istituzioni accreditate. Questa scelta rafforza in modo significativo il controllo centrale sulla formazione digitale asincrona, con l’obiettivo dichiarato di garantire maggiore qualità, uniformità e affidabilità dei contenuti erogati.
Accanto a questo cambiamento, il regolamento introduce ulteriori elementi innovativi che incidono concretamente sull’organizzazione e sulla fruizione dei percorsi formativi. In primo luogo, si registra un rafforzamento dei controlli qualitativi, sia sui corsi sia sui soggetti organizzatori, con verifiche più stringenti e continuative. Vengono inoltre previsti limiti più severi agli eventi a pagamento organizzati da enti terzi, nel tentativo di evitare derive commerciali e garantire che la formazione resti accessibile e coerente con le finalità pubblicistiche della professione.
Un altro aspetto centrale riguarda la digitalizzazione dei processi: diventa infatti obbligatorio l’utilizzo di piattaforme digitali certificate per la gestione dei corsi e il monitoraggio delle presenze, aumentando così la tracciabilità e riducendo il rischio di irregolarità. Parallelamente, vengono introdotti criteri più rigorosi nella selezione dei relatori, che dovranno non solo possedere competenze adeguate, ma anche essere in regola sotto il profilo etico e disciplinare.
Infine, viene confermato un principio fondamentale per l’equità del sistema: la gratuità dei corsi deontologici organizzati dagli ordini territoriali, misura essenziale per garantire a tutti i giornalisti l’accesso alla formazione obbligatoria senza barriere economiche.
Criticità
Nonostante l’obiettivo dichiarato di migliorare la qualità e l’efficacia della formazione continua, il nuovo regolamento ha già suscitato diverse perplessità, tanto da essere oggetto di due interrogazioni parlamentari. Le principali criticità riguardano soprattutto il delicato equilibrio tra controllo dell’offerta formativa e rispetto dei principi di concorrenza, oltre all’organizzazione complessiva del sistema.
Il punto più controverso riguarda la gestione dei corsi on demand, affidata in via prevalente al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Secondo quanto evidenziato nelle interrogazioni, questa scelta rischierebbe di limitare la pluralità dell’offerta formativa, escludendo di fatto molti enti terzi e riducendo le opportunità per i giornalisti di accedere a percorsi diversificati e facilmente fruibili. Una centralizzazione eccessiva potrebbe quindi tradursi in minore flessibilità e, paradossalmente, in un ostacolo all’adempimento dell’obbligo formativo.
Ulteriori criticità segnalate riguardano la mancata consultazione degli enti terzi durante la fase di revisione del regolamento, un aspetto che solleva dubbi sulla trasparenza e sulla partecipazione degli operatori del settore. A ciò si aggiunge l’assenza di una vera e propria analisi preventiva sull’impatto delle nuove regole, soprattutto in termini di disponibilità e sostenibilità dell’offerta formativa complessiva.
Non meno rilevanti sono i possibili profili di incompatibilità con i principi di concorrenza, già richiamati anche dall’Autorità garante, che potrebbero aprire scenari di contenzioso o richiedere futuri correttivi normativi.
Nella risposta ufficiale, il Ministero della Giustizia ha precisato che la propria funzione di vigilanza si limita agli aspetti organizzativi e non incide direttamente sulla scelta dei soggetti formatori. Ha inoltre sottolineato che il regolamento non esclude completamente altri operatori, lasciando spazio a forme di collaborazione con il Consiglio nazionale.
Resta comunque aperto un nodo cruciale: trovare un equilibrio tra la necessità di garantire qualità e controllo e quella di preservare un sistema aperto, competitivo e realmente accessibile. Un confronto destinato a proseguire anche dopo l’entrata in vigore del regolamento, fissata al 13 giugno 2026, con possibili sviluppi sul piano pratico e normativo.

Impatto pratico ed economico
Al di là degli aspetti normativi, il nuovo regolamento sulla formazione continua dei giornalisti avrà effetti concreti sulla vita professionale, organizzativa ed economica degli iscritti all’Albo. L’obbligo di conseguire crediti formativi, già previsto in passato, viene ora reso più strutturato e controllato, con un impatto diretto soprattutto sui giornalisti freelance e sui collaboratori autonomi, spesso privi di tutele e con redditi discontinui.
Uno dei principali nodi riguarda proprio i costi indiretti della formazione. Se da un lato viene confermata la gratuità dei corsi deontologici organizzati dagli ordini territoriali, dall’altro resta il problema delle spese legate al tempo da dedicare alla formazione, agli eventuali corsi a pagamento e agli strumenti digitali necessari per accedere alle piattaforme. Per molti professionisti, questo si traduce in una riduzione del tempo disponibile per lavorare e quindi in una possibile perdita di reddito, soprattutto in un settore già segnato da compensi mediamente bassi.
Inoltre, l’introduzione di controlli più stringenti e di piattaforme digitali obbligatorie comporta una maggiore tracciabilità dell’attività formativa, ma anche un incremento degli adempimenti burocratici. Questo potrebbe creare difficoltà soprattutto per chi ha minore familiarità con gli strumenti tecnologici o opera in contesti meno strutturati.
Dal punto di vista fiscale, sebbene i costi per la formazione possano in alcuni casi essere deducibili, resta fondamentale chiarire quali spese rientrino effettivamente tra quelle ammesse e in che misura. Una gestione poco chiara di questi aspetti rischia di generare incertezza e, in alcuni casi, di impedire ai giornalisti di sfruttare appieno i benefici fiscali disponibili.
Infine, non va sottovalutato il rischio che un sistema più rigido possa accentuare le differenze tra chi ha accesso a risorse e opportunità formative e chi invece opera in condizioni di maggiore precarietà, con possibili ripercussioni anche sul piano della competitività professionale.

