Il 2026 porta con sé una svolta significativa per i proprietari di immobili destinati agli affitti brevi: la nuova Legge di Bilancio interviene sul regime della cedolare secca, introducendo modifiche che avranno un impatto diretto su tassazione, adempimenti e convenienza economica. Chi affitta case per pochi giorni tramite piattaforme come Airbnb o Booking dovrà fare i conti con regole più stringenti e una pressione fiscale potenzialmente più elevata.
Sommario
Ma cosa cambia davvero? E soprattutto: è ancora conveniente utilizzare la cedolare secca per gli affitti brevi nel 2026?
In questo articolo analizziamo nel dettaglio tutte le novità introdotte, cosa prevede la nuova normativa, i vantaggi e gli svantaggi, e come muoversi per risparmiare legalmente sulle tasse senza rischiare sanzioni.
Affitti brevi 2026
Dal 1° gennaio 2026 è entrato in vigore un nuovo impianto normativo che segna una vera svolta per chi affitta immobili con la formula degli affitti brevi. La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto importanti modifiche fiscali e normative, ridisegnando i confini tra attività privata e attività imprenditoriale. La novità più rilevante? Chi affitta tre o più immobilisarà considerato automaticamente un imprenditore e dovrà aprire la partita IVA, con tutti gli obblighi contabili e fiscali che ne conseguono.
Questa presunzione di imprenditorialità segna un cambio di paradigma rispetto al passato, in cui si poteva affittare più di due immobili senza dover passare al regime IVA. Ora, la soglia è stata abbassata, con l’obiettivo (non dichiarato ma evidente) di contrastare l’evasione fiscale e regolamentare un settore in forte espansione.
Per quanto riguarda la cedolare secca, la Legge ha confermato il sistema progressivo introdotto nel 2024, ma lo ha codificato con maggiore precisione:
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21% sul primo immobile affittato a breve termine;
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26% sul secondo immobile;
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30% su terzo e quarto immobile.
La base normativa è l’art. 7 della Legge di Bilancio 2026, che modifica l’art. 4 del DL 50/2017. È importante sottolineare che resta possibile scegliere l’unità immobiliare a cui applicare l’aliquota più bassa in sede di dichiarazione dei redditi.
Oltre alla normativa statale, si attendono ulteriori interventi da Regioni e Comuni, in particolare su aspetti urbanistici e amministrativi, che potrebbero influenzare l’attività in modo rilevante.
Cedolare secca
Prima di entrare nel merito delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, è utile ricordare cosa prevede il regime della cedolare secca, uno strumento fiscale che negli ultimi anni ha attirato molti proprietari di immobili in locazione. La cedolare secca è una modalità opzionale di tassazione che consente di sostituire l’IRPEF e le relative addizionali con un’imposta sostitutiva, calcolata sul reddito da locazione.
Oltre alla tassazione agevolata, il regime offre altri vantaggi: chi opta per la cedolare non deve pagare l’imposta di registro né l’imposta di bollo per la registrazione, proroga o risoluzione del contratto. Tuttavia, è importante sapere che non sostituisce l’imposta di registro in caso di cessione del contratto.
L’adesione alla cedolare comporta anche la rinuncia all’adeguamento del canone: non sarà possibile aggiornare l’affitto nemmeno sulla base dell’indice ISTAT. Questo limite è spesso sottovalutato, ma può incidere nel medio-lungo periodo sui ricavi del locatore, soprattutto in contesti di inflazione crescente.
Secondo quanto indicato dall’Agenzia delle Entrate, l’opzione può essere esercitata al momento della registrazione del contratto o in sede di rinnovo annuale, nel caso di contratti pluriennali. Se non viene esercitata subito, si applicano le regole ordinarie, comprese le imposte di registro e bollo, che non sono rimborsabili.
Infine, ricordiamo che quanto previsto dalla manovra 2026 è ancora contenuto in un disegno di legge (DDL) in fase di approvazione: sono quindi possibili modifiche prima dell’entrata in vigore definitiva.
Partita IVA obbligatoria dal terzo immobile
Uno dei cambiamenti più impattanti introdotti dalla Legge di Bilancio 2026 riguarda la definizione di “attività imprenditoriale” per chi gestisce affitti brevi. Fino al 2025, il confine tra gestione privata e attività d’impresa era piuttosto sfumato e lasciava spazio a interpretazioni. Dal 2026, invece, viene introdotto un criterio oggettivo e chiaro: dal terzo immobile affittato con contratti brevi, scatta automaticamente l’obbligo di apertura della partita IVA.
Questo significa che chi possiede e affitta tre o più appartamenti con contratti inferiori a 30 giorni sarà considerato un imprenditore a tutti gli effetti. Di conseguenza, dovrà:
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Aprire una partita IVA con codice ATECO specifico per le locazioni brevi;
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Adempiere agli obblighi contabili e fiscali tipici di un’impresa (tenuta registri, fatturazione elettronica, dichiarazioni IVA);
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Eventualmente iscriversi alla Gestione Separata INPS, se si supera una certa soglia di reddito.
Inoltre, l’attività potrebbe essere soggetta a controlli urbanistici e amministrativi da parte dei Comuni o delle Regioni, che stanno valutando l’introduzione di nuovi regolamenti locali, come limiti al numero di immobili affittabili o obblighi di comunicazione.
Il passaggio alla forma imprenditoriale, per molti piccoli proprietari, può comportare un aumento dei costi gestionali e fiscali. Tuttavia, in alcuni casi, può rivelarsi anche un’opportunità per strutturare meglio l’attività e scaricare i costi legati alla gestione dell’immobile. Valutare caso per caso è essenziale per non incorrere in errori o sanzioni.

Conviene ancora la cedolare secca
Con l’introduzione del nuovo sistema a scaglioni di aliquota (21%, 26% e 30%) e l’obbligo di aprire partita IVA dal terzo immobile, la domanda che molti proprietari si pongono è: la cedolare secca è ancora conveniente nel 2026? La risposta dipende da diversi fattori, tra cui il numero di immobili affittati, il reddito prodotto e le spese sostenute per la gestione dell’attività.
Nel dettaglio:
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Se si affitta solo un immobile, l’aliquota al 21% rimane competitiva rispetto alla tassazione ordinaria IRPEF, soprattutto per chi si trova in scaglioni medio-alti. In più, il regime è semplice, senza obblighi IVA o INPS.
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Con due immobili, l’aliquota sale al 26%, ma può ancora risultare vantaggiosa se i canoni sono elevati e non si hanno molti costi da scaricare. Tuttavia, si perde parte del risparmio fiscale.
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Dal terzo immobile in su, con tassazione al 30% e obbligo di partita IVA, la cedolare secca diventa decisamente meno attrattiva, soprattutto se confrontata con il regime d’impresa ordinario o forfettario, che consente di dedurre i costi e, in alcuni casi, di applicare aliquote più basse grazie alla flat tax (15% o 5%).
Inoltre, va considerato che la cedolare secca non consente di dedurre spese come ristrutturazioni, arredi, utenze, spese condominiali o commissioni di agenzie e portali online. Questo può rappresentare un limite per chi gestisce immobili in modo intensivo e professionale.
Conclusione?
La cedolare secca continua a essere una buona scelta per chi affitta saltuariamente o con basso profilo gestionale, ma diventa meno conveniente per chi entra in una logica imprenditoriale.
Affitti brevi, locazioni turistiche e attività imprenditoriale
Con le modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, diventa ancora più importante distinguere chiaramente tra affitto breve, locazione turistica e attività imprenditoriale vera e propria.
Tre termini spesso utilizzati come sinonimi, ma che in realtà si riferiscono a modelli giuridici e fiscali diversi, ognuno con obblighi e regole specifiche.
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Gli affitti brevi sono definiti come contratti di locazione di durata inferiore ai 30 giorni, senza servizi aggiuntivi come colazione, pulizia giornaliera o reception. Sono rivolti prevalentemente a turisti o lavoratori in trasferta e non richiedono, in linea generale, partita IVA, se limitati a uno o due immobili.
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Le locazioni turistiche sono una forma di affitto breve regolata a livello regionale e comunale, con adempimenti che possono includere SCIA, comunicazione alla questura degli ospiti, rispetto di norme urbanistiche e certificazioni energetiche. Alcune Regioni impongono l’iscrizione in elenchi specifici o l’uso di codici identificativi.
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L’attività imprenditoriale scatta quando si superano determinati limiti, ora ben definiti: dal terzo immobile affittato, si presume per legge l’esercizio di un’impresa. In questo caso, il proprietario è obbligato ad aprire partita IVA, adottare un regime fiscale coerente e rispettare le normative del settore turistico-alberghiero (come la registrazione presso la Camera di Commercio).
La corretta qualificazione dell’attività è fondamentale, perché da essa derivano importanti conseguenze fiscali, amministrative e perfino penali in caso di omessa comunicazione o esercizio abusivo. È perciò consigliabile, prima di avviare o ampliare un’attività di affitti brevi, consultare un commercialista esperto in materia per una valutazione caso per caso.
Interventi attesi da Regioni e Comuni
Oltre alle novità introdotte a livello statale dalla Legge di Bilancio 2026, nei prossimi mesi si attendono importanti sviluppi anche sul piano locale, con Regioni e Comuni pronti a introdurre ulteriori regole per la gestione degli affitti brevi. Si tratta di un passaggio cruciale, perché il legislatore nazionale ha lasciato ampio margine di intervento agli enti locali, in particolare su aspetti urbanistici e amministrativi.
Alcuni Comuni – soprattutto nelle città turistiche o ad alta tensione abitativa come Roma, Firenze, Venezia, Bologna, Milano – stanno valutando o hanno già annunciato l’intenzione di:
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limitare il numero massimo di immobili affittabili come affitti brevi per ciascun proprietario;
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introdurre zone a regolamentazione speciale, dove gli affitti turistici saranno fortemente limitati;
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obbligare i proprietari a richiedere autorizzazioni preventive o a iscriversi in appositi registri comunali;
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intensificare i controlli sul codice identificativo nazionale (CIN) e sulla trasmissione dei dati agli enti preposti;
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aumentare la tassa di soggiorno o introdurre contributi speciali a carico dei locatori.
Anche le Regioni, da parte loro, possono intervenire con leggi ad hoc, ad esempio prevedendo corsi obbligatori di formazione, requisiti strutturali minimi per gli alloggi o l’obbligo di stipulare assicurazioni di responsabilità civile.
Questo contesto normativo frammentato e in evoluzione rende la gestione degli affitti brevi sempre più complessa. È quindi fondamentale che ogni locatore sia aggiornato sulla normativa non solo nazionale ma anche locale, per evitare sanzioni o addirittura l’interruzione forzata dell’attività.

Conclusione
Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 cambiano in modo sostanziale il panorama fiscale degli affitti brevi in Italia. L’obiettivo del legislatore è chiaro: ridurre le zone grigie, contrastare l’evasione e distinguere chi affitta in modo occasionale da chi lo fa come vera attività d’impresa. Tuttavia, questo si traduce in nuove complessità burocratiche e in un aumento della pressione fiscale per chi gestisce più immobili.
Per i piccoli proprietari, la cedolare secca al 21% può continuare a rappresentare una soluzione semplice e vantaggiosa, a patto di limitare l’attività a un solo immobile e rispettare tutte le regole. Chi invece possiede più unità immobiliari e genera redditi significativi da affitti turistici deve ora valutare con attenzione l’apertura della partita IVA, la possibilità di passare a un regime forfettario (dove applicabile), e i vantaggi fiscali legati alla deduzione dei costi.
Fondamentale sarà anche monitorare i futuri interventi di Regioni e Comuni, che potrebbero introdurre nuove restrizioni o obblighi. L’adeguamento alle normative locali diventa quindi un passaggio obbligato per evitare sanzioni, chiusure forzate o l’esclusione dalle principali piattaforme digitali.
Il consiglio finale è semplice: farsi assistere da un commercialista specializzato nella fiscalità immobiliare. Solo un’analisi personalizzata può aiutare a scegliere il regime fiscale più conveniente e a mantenere l’attività pienamente conforme alla normativa.
In un settore in continua evoluzione, la prevenzione è il miglior risparmio fiscale.

