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Su Filindeu conquista il New York Times: la pasta più rara del mondo nasce a Nuoro

Su Filindeu, i “fili di Dio” di Nuoro, conquista il New York Times: storia, tradizione e tutela della pasta sarda più rara al mondo.

Ci sono tradizioni che non si possono industrializzare, ricette che non bastano a essere scritte e gesti che vivono solo nelle mani di chi li ha imparati con pazienza, silenzio e dedizione. Su Filindeu, l’antichissima pasta sarda conosciuta come “i fili di Dio”, appartiene a questa categoria rara e preziosa.

Ora anche il New York Times ha acceso i riflettori su questa preparazione unica di Nuoro, raccontandola come una delle paste più rare al mondo e come un patrimonio culturale fragile, tramandato per generazioni da pochissime custodi. Non è soltanto un prodotto gastronomico: è un simbolo dell’identità sarda, della memoria familiare, della fede e della capacità di resistere al tempo.

In un’epoca in cui tutto sembra replicabile, veloce e globale, Su Filindeu rappresenta l’esatto contrario: una conoscenza lenta, manuale, quasi sacra, che rischiava di perdersi e che oggi torna al centro dell’attenzione internazionale.

La tecnica dei 256 fili

Secondo quanto raccontato dal New York Times, Su Filindeu è una delle oltre 350 forme di pasta riconosciute in Italia, ma anche una delle più difficili da realizzare. La sua rarità non dipende da ingredienti introvabili, ma da una tecnica manuale estremamente complessa. Da una sola palla di impasto si ricavano 256 fili sottilissimi, tirati a mano con movimenti precisi e ripetuti, poi disposti su un telaio circolare chiamato fundu secondo un disegno geometrico che richiama la Trinità.

È proprio questa combinazione di semplicità apparente e abilità straordinaria a rendere Su Filindeu un caso unico nel panorama gastronomico italiano. Farina, acqua e sale diventano qualcosa di molto più profondo: una trama sottile che unisce cucina, spiritualità e identità locale.

Per questo la pasta di Nuoro non è solo una specialità da assaggiare, ma una testimonianza vivente di cultura materiale, capace di raccontare la Sardegna più autentica al pubblico internazionale.

Paola Abraini e le custodi della tradizione

Tra le custodi più importanti di questa tradizione c’è Paola Abraini, citata nell’articolo del New York Times come una delle figure che hanno contribuito a salvare Su Filindeu dal rischio di scomparsa. Abraini ha imparato la tecnica dalla suocera quando aveva appena 16 anni, entrando in un mondo fatto di gesti precisi, esperienza e trasmissione orale.

Per anni è stata tra le pochissime persone ancora capaci di preparare questa pasta secondo il metodo tradizionale. Il suo ruolo, però, non è stato soltanto quello di conservare una ricetta: ha scelto anche di insegnarla, trasformandosi in un ponte tra passato e futuro.

La sua testimonianza è chiara: perdere Su Filindeu significherebbe perdere una parte dell’identità sarda. Ed è proprio questo il punto centrale del racconto: quando una tradizione gastronomica scompare, non si perde solo un sapore, ma un intero patrimonio di memoria, comunità e appartenenza.

La difficoltà del gesto manuale

La difficoltà di Su Filindeu non sta soltanto nella ricetta, ma soprattutto nel gesto. Come sottolinea il New York Times, questa pasta non si impara leggendo un manuale o seguendo semplicemente delle istruzioni: servono sensibilità nelle mani, memoria muscolare, ripetizione e capacità di capire l’impasto mentre cambia.

Ogni dettaglio può incidere sul risultato finale: la quantità di acqua, il sale, la temperatura, l’umidità dell’aria e persino il clima del giorno. È una lavorazione che richiede ascolto, pazienza e adattamento continuo.

Proprio questa complessità ha reso difficile il passaggio alle nuove generazioni, abituate spesso a tempi più rapidi e a tecniche standardizzate. Su Filindeu, invece, chiede lentezza e dedizione. È qui che nasce il suo fascino: in un mondo dominato dalla velocità, questa pasta rara ci ricorda il valore del tempo, della manualità e delle tradizioni che sopravvivono solo se qualcuno sceglie di custodirle.

Tutela dell’identità sarda

Il racconto di Su Filindeu si collega in modo naturale al tema della tutela dell’identità sarda, un obiettivo che realtà come l’Associazione Tutela Sarda pongono al centro della propria missione culturale e territoriale. Tradizioni come questa non sono semplici curiosità gastronomiche da raccontare ai turisti, ma patrimoni immateriali che rappresentano la storia, la lingua, la spiritualità e la memoria delle comunità locali.

In questo senso, proteggere Su Filindeu significa anche difendere la Sardegna più autentica: quella dei saperi tramandati nelle famiglie, dei gesti antichi, dei paesi dell’interno e di un’identità che non deve essere dispersa nella globalizzazione. Il successo internazionale ottenuto grazie all’attenzione del New York Times può diventare un’opportunità importante, ma solo se accompagnato da un lavoro serio di valorizzazione, formazione e promozione consapevole.

Associazioni impegnate nella tutela della cultura sarda possono avere un ruolo decisivo: sensibilizzare le nuove generazioni, sostenere le custodi della tradizione e trasformare questo patrimonio raro in un simbolo vivo, non in una semplice moda passeggera.

Il ruolo dell’Associazione Tutela Sarda

L’Associazione Tutela Sarda può rappresentare un punto di riferimento importante per dare continuità e forza a tradizioni come Su Filindeu, perché la salvaguardia dell’identità di un territorio passa anche dalla difesa dei suoi simboli culturali, linguistici, gastronomici e artigianali.

In una Sardegna sempre più esposta alla pressione del turismo veloce e della narrazione superficiale, realtà associative dedicate alla tutela dell’isola possono contribuire a trasformare l’attenzione mediatica in un progetto concreto di valorizzazione. Su Filindeu, infatti, non deve diventare soltanto “la pasta rara raccontata dal New York Times”, ma un patrimonio vivo da proteggere, studiare e trasmettere.

Il ruolo di un’associazione come Tutela Sarda può essere quello di sensibilizzare cittadini, istituzioni e nuove generazioni sull’importanza di custodire questi saperi, promuovendo iniziative culturali, percorsi educativi e occasioni di confronto. Difendere Su Filindeu significa difendere Nuoro, la Sardegna interna e quella memoria collettiva fatta di mani, fede, fatica e identità che rende l’isola unica al mondo.

Conclusione

Su Filindeu è molto più di una pasta rara: è una lezione di identità, pazienza e resistenza culturale. L’attenzione del New York Times ha avuto il merito di portare nel mondo una tradizione nata nel cuore di Nuoro, ma ora la vera sfida è non trasformare questo patrimonio in una semplice curiosità mediatica.

I “fili di Dio” raccontano una Sardegna profonda, fatta di custodi, gesti tramandati, spiritualità e memoria collettiva. Per questo la valorizzazione deve passare attraverso il rispetto, la formazione e il sostegno a chi ancora oggi conserva questi saperi.

In questo percorso, realtà come l’Associazione Tutela Sarda possono svolgere un ruolo fondamentale, contribuendo a difendere e promuovere le tradizioni dell’isola in modo autentico. Perché proteggere Su Filindeu significa proteggere un pezzo di Sardegna, un’eredità fragile e preziosa che appartiene non solo a Nuoro, ma a tutta la cultura italiana.

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Mariana Maxwel

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